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Fare memoria, Parini: “Ricordare è resistere”

COSENZA – Per Ercole Giap Parini (nella foto accanto), ricercatore di Sociologia generale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università della Calabria, la memoria è questione di resistenza, non di fiori deposti annualmente sulle tombe. E’ tensione dolorosa. "Ricordare significa rivendicare una nuova identità per sé, per il proprio collettivo, per la propria città". Opponendosi alle narrazioni costruite da un potere a caccia di consenso e impastate dell’oblio delle vittime di ‘ndrangheta. Esperto di sociologia della scienza, teoria sociale e sociologia della devianza, con particolare riferimento alla criminalità organizzata di stampo mafioso, in questa intervista a Stopndrangheta.it Parini parla di identità collettiva, ricordo, dimenticanza, e dell’importanza dei simboli, come strade e piazze intitolate alle vittime, "purché non diventino semplici valvole di sfogo per la coscienza".

Partiamo dai concetti di "memoria collettiva" e "identità collettiva".

«La memoria e l’identità non sono cose che possediamo. La memoria non è un sacchetto nel quale mettiamo i ricordi, come se fossero oggetti che testimoniano il passato e che devono essere riposti. Allo stesso modo, l’identità non è un contenitore dei nostri dati anagrafici, delle nostre caratteristiche somatiche e di tutte le altre cose che ci costituiscono. Non sono "cose", sono, piuttosto, dei processi. E per definirli mi piace usare il termine "tensione", perché memoria e identità ci attraversano in maniera spesso dolorosa e, a volte, contraddittoria».

Significa che memoria e identità sono mutevoli?

«Noi siamo condannati (o forse beati) a riscrivere continuamente la memoria e l’identità. Quando ricordiamo eventi del passato, lo facciamo alla luce della nostra situazione attuale. Quello che siamo stati ieri, dieci anni fa, vent’anni fa, non siamo oggi e non siamo quello che saremo tra un po’ di tempo. Questo non significa certamente negare che le esperienze passate ci hanno plasmato; semplicemente dobbiamo considerarle come parte di un flusso. La memoria è sempre declinata al tempo del presente, ricordiamo ora, in questo momento. Sta proprio qui la possibilità di concepire la memoria come forma di azione, quindi di potere e di resistenza».

Cosa vuol dire "ricordare"?

«Significa esistere, resistere, ma anche desistere. Siamo immancabilmente selettivi con il nostro passato: possiamo ricordare, ma possiamo anche dimenticare. In fondo, dimenticare è una forma di memoria che plasma – nel senso del nascondimento – il percorso con il quale costruiamo la nostra identità. L’identità si nutre di memoria. Ma anche di oblio. In certi momenti riappropriarsi di una memoria significa fare vivere con noi il passato e riscrivere il nostro presente. Significa appropriarsi della possibilità di riscrivere quello che siamo».

Che significato ha ricordare delle vittime di mafia?

«Non significa tanto portare alla luce qualcosa, magari un passato che ci ha visti in maniera differente colpevoli; significa iniettare linfa nei nostri processi identitari e ispirare corsi di azione e di resistenza. Penso naturalmente alla possibilità di (ri)costruire una identità collettiva che si alimenti di un ricordo che qualcuno ha indotto a dimenticare. Perché ricordare significa rivendicare una nuova identità per sé, per il proprio collettivo, per la propria città. Se la città ha vissuto col ricordo dell’oblio, della dimenticanza – è un ossimoro, ma neanche tanto – è perché la città, nel passato, ha voluto dimenticare, ha voluto oscurare. Che poi ha significato rinunciare all’azione e alla resistenza».

Coscientemente?

«Coscientemente e incoscientemente. Per esempio, ha voluto dimenticare le pagine brutte perché non stanno insieme con l’immagine edulcorata che i benpensanti di turno hanno voluto costruire: Reggio città del divertimento, Reggio città che si culla nel suo passato millenario glorioso, ma incapace di fare i conti con un presente strutturalmente asfittico. Oggi è cruciale riscrivere una storia che si alimenti anche di ricordi scomodi e per qualcuno imbarazzanti. Ricordare, per esempio, i vigili Marino e Macheda significa contribuire a costruire una immagine di Reggio sicuramente meno edulcorata e rassicurante, ma di città finalmente capace di resistere».

La scelta dell’oblio, della dimenticanza ha portato alla costituzione di un’identità collettiva non aderente alla realtà, si può dire così?

«Da sociologo rispondo che non esiste un’identità fasulla né un’identità genuina. Esiste, invece, la possibilità di scelta tra un’identità che vuole fare i conti con la propria storia e un’identità che, questi conti, preferisce non farli. Il fatto è che la costruzione di un’identità è spesso in mano al "potere" che elabora la propria storia guardando al consenso. E il consenso si alimenta con immagini edulcorate e rassicuranti. Il potere ha bisogno di costruire una storia celebrativa di sé stesso. Per farlo, può rispolverare miti, riscrivere storie. Da che mondo è mondo, il potere pretende controllo sulla memoria collettiva, quindi sull’identità: noi siamo questa cosa, noi siamo la Reggio dei grandi fasti, noi siamo la Reggio del chilometro più bello d’Italia e via dicendo. Nella ricostruzione celebrativa del passato vi è sempre la rimozione del passato scomodo. In questa logica il ricordo di due vittime di mafia può essere controproducente per alcuni perché dissonante rispetto a quella storia celebrativa».

Una storia a proprio uso e consumo, quindi?

«Faccio l’esempio degli storici di professione per rimarcare l’ineluttabilità di questo processo. Lo storico procede per selezioni: è lui che decide dove puntare la luce della sua torcia. Non può scrivere tutto quello che accade in una certa epoca. Sarebbe, ad un tempo, impossibile, assurdo e inutile. La storia deve essere raccontata necessariamente da un certo punto di vista. E in questo hanno peso i valori di chi la scrive, i suoi interessi e tante altre cose che lo rendono figlio di una certa epoca. Non esiste la storia raccontata oggettivamente, se per oggettività intendiamo la pura attinenza ai fatti. Ogni fatto è fatto interpretato a partire dai nostri valori, che sono come degli occhiali che inforchiamo per guardarlo. Gli storici di professione hanno il dovere deontologico di dichiarare l’ineluttabilità delle scelte fatte. Quando invece la ricostruzione della storia è fatta a fini di autocelebrazione, ecco che si tira fuori l’oggettività di quello che si racconta. Questa è la storia e nessun’altra storia è possibile. Sono espressioni tipiche di chi vuole riprodurre il proprio potere».

Torniamo alle ragioni dell’oblio. Abbiamo visto le ragioni del potere, ma quali sono quelle della "gente comune"?

«L’espressione "gente comune" non mi piace, perché è un’astrazione, una comoda semplificazione. Parliamo di persone non impegnate che sono spesso guidate dal cosiddetto quieto vivere: si è portati ad accettare certe nefandezze perché si fa parte di una grande narrazione collettiva, basata sulla rimozione del ricordo scomodo, in cui ciascuno ha qualche piccolo interesse da tutelare. È la società opaca, vischiosa. I mafiosi – che del potere sono una parte – non fondano la loro presenza soltanto sull’uso della violenza; si alimentano anche di consenso. Parlo di un consenso spesso tacito. Nel contesto in cui sono presenti, i mafiosi cercano di avere rapporti con interlocutori chiave con i quali sanciscono patti oscuri e pericolosi. È così che si costituiscono i gruppi di potere, i potentati. Intorno, c’è una pletora di persone che vive nel riflesso di quei rapporti: non condividono necessariamente le stesse colpe in senso criminale, ma godono di vantaggi riflessi, piccoli favori, insignificanti "entrature" che, in certi contesti, possono fare la differenza. Talvolta anche le cosiddette "brave persone" si adattano e mettono in conto la possibilità che alla tal persona ci si potrà rivolgere quando il figlio avrà bisogno di trovare lavoro. Chiamiamolo pure una sorta di principio di cautela! Lo scenario è una società in cui è diffuso l’oscuramento del concetto di diritto. I diritti vengono privatizzati e trasformati in favori. Questo ci riporta tristemente ad una situazione che i sociologi definiscono pre-moderna, in cui il cittadino diventa suddito del signore di turno. Proprio quel signore che pretende di costruire la memoria e l’identità di una città come di uno Stato».

E allora che fare?

«Raccontare contro-storie, operare resistenze, costruire nuova memoria, bisogna riscrivere la storia e pretendere, in questa lotta per l’egemonia, di essere ascoltati. Una città può anche avere una tendenza alla rimozione, può anche sottostare all’arroganza di un sistema che usurpa i diritti. Tuttavia una città è, anche nei suoi momenti peggiori, un corpo pulsante, in cui c’è sempre qualcuno che non ci sta e che oppone una forma di resistenza. Tali forme di resistenza producono dei cortocircuiti che portano ad innestare il ricordo della dimenticanza. In certi momenti, queste forme di resistenza sono in grado di riscrivere la storia collettiva. E quindi l’identità. Ecco perché è importante che sempre più persone possano riconoscersi in un’altra storia».

Esistono delle forme dannose di ricordo per la memoria e l’identità collettive?

«La commemorazione/celebrazione della morte può essere un "gioco" pericoloso, perché è sempre presente il pericolo che quella resistenza si trasformi in una sorta di prosecuzione della morte. Io questa la chiamo l’"antimafia reliquiaria". I mafiosi ottengono la morte fisica delle persone, la loro celebrazione ne può sancire la morte sociale. Pensiamo a quelli che oggi sono diventati degli eroi indiscussi, Falcone e Borsellino: intorno a loro c’è poca memoria critica (non critica nei loro confronti, ma critica nei confronti del sistema che ha prodotto quella strage) e c’è molta memoria celebrativa. Le persone che un tempo consideravano Falcone e Borsellino, nel migliore dei casi, dei "rompiscatole" oggi si appuntano una virtuale spilletta di Falcone e Borsellino al bavero della giacca. Ho l’impressione che l’aver fatto degli eroi di Falcone e Borsellino abbia contribuito a smussarne l’affilatezza delle armi, trasformandoli in comode valvole di sfogo per la coscienza collettiva. Quindi il modo reliquiario di intendere la memoria ha delle controindicazioni piuttosto serie. Per evitarle bisogna non commemorare o, peggio, celebrare la morte, ma tenere vivo quell’esempio perché sia ispiratore di nuove azioni. Se accanto alla produzione di nuova memoria non è scritto anche un corso d’azioni, un simbolo diventa soltanto un luogo in cui deporre dei fiori ogni anno. Sarebbe un pessimo servizio. E poi, fammi aggiungere un’altra cosa: la memoria ha senso se un pochino ci fa sentire in colpa, nel quotidiano, nel presente, nel mentre pensiamo a come agire».

I segni tangibili di memoria in una città fissano un’immagine precisa nella sua storia?

«Ciò che una città come Reggio e una regione come la Calabria devono combattere è proprio l’immagine di contesti omertosi che hanno proiettato in tutto il mondo. All’esterno l’immagine che passa è che i reggini, i calabresi non sono capaci di denunciare i propri mali. Le generalizzazioni sono sempre stupide, e degli stereotipi non ci si deve fidare. Però ho imparato, da sociologo, che dietro a ogni stereotipo c’è una radice sociale. Forse bisogna fare in modo che una reazione a questi stereotipi passi attraverso una contro-narrazione critica della propria storia. Quando amiamo qualcosa (una persona come una città) dobbiamo essere anche capaci di spietatezza. L’amore passa per la spietatezza e la nostra storia di calabresi non è una storia bella. Ma siamo in buona compagnia, perché, in fondo, non esistono storie inequivocabilmente belle. C’è chi ribatte che si rischia di fare un danno al turismo a parlare di mafia. Io rispondo che i turisti si debbono attrarre attraverso azioni orientate a rendere la Calabria più vivibile e anche più credibile. E questo implica di non nascondere scomode verità sotto il tappeto della coscienza. Altrimenti, ci si accontenti di un altro turismo, quello che io chiamo da Bbc (ricordando certi documentari ad uso del turista britannico in cerca di facili emozioni esotiche), che dipingono Reggio Calabria, ma è anche il caso di Palermo, come contesti di una mafia da souvenir, alimentata da una memorialistica cinematografica e letteraria che non fa che contribuire alla riproduzione del fenomeno».

In questi processi di continua ricostruzione della memoria e dell’identità, la lotta per imporre dei segni tangibili in città da parte di associazioni (l’intitolazione di strade o palazzi a vittime di mafia, ad esempio) è una forma di "resistenza", è il racconto di una "contro-storia"?

«Bisogna resistere raccontando altre storie possibili, contro un modo totalitario di esercizio del potere. E la presenza delle organizzazioni mafiose in certi ambienti – come ha messo in evidenza Renate Siebert – impone una forma di totalitarismo. Dove la mafia è presente, spesso i cittadini sono spinti a diventare sudditi; si tratta di un potere che si impiccia di tutto, che pretende di avere controllo sui corpi denudati dei diritti che la Costituzione garantisce. Proprio in questi contesti è importante una lotta di resistenza che produca anche simboli, ma sottraendoli al pericolo di diventare semplici valvole di sfogo per la coscienza. Come è avvenuto qualche tempo fa con quelle iscrizioni poste – pur probabilmente in ottima fede – alle porte dei comuni "Qui la mafia non entra". Considero quella operazione un modo per rendere inoffensiva la resistenza. La storia dev’essere fatta a più voci. Quanto più questo percorso è collettivo, partecipato, plurale, tanto più approssimiamo quell’ideale di oggettività che, nel nostro caso, deve coincidere con il sapere critico e diffidente nei confronti di ricostruzioni storiche a uso e consumo del potere, quello mafioso compreso. E le associazioni hanno un ruolo importante in questa forma di resistenza».

giugno 24, 2014   Commenti disabilitati su Fare memoria, Parini: “Ricordare è resistere”

Lo Statale Jonico ovvero la Calabria che ride di sé

Lo Statale Jonico è una pagina facebook, ma anche un blog, che mira a promuovere l’emancipazione della satira in Calabria. Gli ideatori – il reggino Isidoro Malvarosa e il catanzarese Antonio Soriero – hanno trent’anni, lavorano nel mondo della comunicazione e vivono a Roma. Sono loro i creatori del primo esperimento di satira calabrese 2.0. Li abbiamo intervistati per capire come sia possibile combattere gli stereotipi scherzando su tutto quello che riguarda la Calabria, ‘ndrangheta compresa.

Com’è nato Lo Statale Jonico?

"Volevamo fare qualcosa per emancipare la satira calabrese, per tirarla fuori da quella chiusura mentale che impone o che si parli bene della Calabria o che se ne parli male in maniera grottesca. Volevamo creare una satira pungente, senza confini politici, che parlasse anche di ‘ndrangheta e fosse in grado di coinvolgere un alto numero di utenti. A marzo 2013 abbiamo creato la pagina facebook "Lo Statale Jonico". Il nome rappresenta un’idea: l’eterno sogno calabrese del lavoro sicuro, quello statale appunto a cui abbiamo solo aggiunto l’aggettivo jonico. Per qualche tempo abbiamo mantenuto una sorta di anonimato, poi ad agosto abbiamo presentato il progetto a Podargoni, nel corso del DeaFest e ad ottobre abbiamo creato il blog per raccogliere le battute che altrimenti andrebbero perse su facebook. L’idea principale era ed è, quella di fare satira parlandone da Sud perché, anche se viviamo entrambi a Roma, non soffriamo del complesso dell’abbandono della terra natia né temiamo l’eroismo del giorno dopo di chi rimane. Piuttosto che credere a chi dice che vivendo fuori non avremmo diritto a parlare della Calabria, restiamo convinti che il nostro contributo può essere fornito proprio attraverso lo Statale".

Raccontare la Calabria con lo strumento della satira serve anche ad emanciparsi dallo stereotipo calabrese nazional popolare?

"La nostra vita quotidiana è influenzata da questo stereotipo, spesso un po’ ingombrante. Crediamo che per realizzare questa emancipazione serva aprirsi all’esterno, tanto che un altro possibile sottotitolo per Lo Statale potrebbe essere "per la sprovincializzazione della satira" ossia il tentativo di affermare un certo tipo di satira che non c’è mai stato. L’unico modo per migliorare è aprire i propri orizzonti, differenziandosi dal solito immaginario comico calabrese che parla solo di ‘nduja e sottoli. Vogliamo che diventi normale scherzare in maniera pungente e concreta sulla Calabria, perché è chiaro che un popolo che non riesce a ridere di sé stesso è narcotizzato. Ci distinguiamo da altre pagine perché la nostra è una satira antagonistica al Sud che punta a colpire i problemi della Calabria, senza paura di risultare offensiva ma sempre con l’intento di provocare. I problemi ci sono e noi vogliamo poter far satira su tutto: ‘ndrangheta, sanità, immigrazioni. È un approccio amaro, critichiamo la Calabria amandola.

C’è un target particolare tra coloro che vi seguono su Facebook e sul blog?

"Una volta lanciata la pagina, abbiamo evitato volutamente promozione per ottenere consensi forzati, volevamo che si arrivasse autonomamente alla nostra pagina con la predisposizione adatta a capire il tipo di satira che proponiamo in modo da sentirci sempre liberi di scrivere, mantenendo un certo disincanto e mai sovraccaricando i temi sui quali scherziamo. La satira comporta sempre un sorriso amaro, a volte una certa cattiveria di fondo che può risultare anche difficile a chi è più chiuso e magari è contento dello status quo. Noi però non puntiamo ad essere amici di tutti, gratificati e gratificanti, ma vogliamo dire la nostra nel nostro stile. Oggi sono circa 900 le persone che ci seguono – molti anche non calabresi – e che ridono con noi dei falsi invalidi, dei bilanci truccati, della mala gestione politica. Stiamo intaccando questi sepolcri intoccabili".

Ci siamo abituati a ridere della Calabria raccontata spesso in modo grottesco, da Rocco Barbaro a Lillo e Greg passando per Franco Neri. La vostra satira, che richiama l’irriverenza di Spinoza, è invece un prodotto originale. Vi siete ispirati a qualcuno in particolare?

"Lillo e Greg, cosi come Franco Neri, tendono ad essere molto caricaturali. Una figura di riferimento è Nino Frassica che comunque è messinese. Lo stile satirico di Spinoza, rapida efficacia, ci ha sicuramente stimolato. Non c’è comunque un punto di riferimento definito, ma dal momento che lavoriamo entrambi come comunicatori, è il mezzo che ci ha incuriosito: arrivare a tante persone in maniera breve attraverso post o articoli di blog. Quindi, piuttosto che guardare indietro, cerchiamo di aprire una strada guardando avanti e restando fedeli al nostro stile".

"Aeroporti Lamezia e Reggio: presentate nuove rotte internazionali. Dal prossimo mese di maggio emigrare sarà più semplice". Per restare in Calabria bisogna sapersi prendersi poco sul serio?

"Crediamo fortemente in una Calabria differente, dove si possa operare e lavorare, altrimenti avremmo creato una pagina intitolata "Lo statale rassegnato". Si tende a prendersi molto sul serio quando c’è da allinearsi a determinati interessi di potere o quando ci si ritrova a fare l’eroe di cartone che difende a spada tratta la propria terra dagli attacchi esterni, ma non si riesce ad avere quella serena soddisfazione rispetto alla propria condizione che è l’unica chiave utile all’emancipazione. Anche se siamo convinti che bisogna prendersi poco sul serio, spesso ci pesa fare qualche battuta. Sappiamo però che è normale che la satira faccia incazzare, per cui la contro domanda può essere: è possibile dire che non è vero che si emigra dalla Calabria? Se la situazione è questa, perché non ci possiamo scherzare? Qualcuno ci ha detto che a volte siamo pesanti, ma chi riesce ad andare oltre battute, capisce che partire da un dato di fatto è la quintessenza del nostro stile. E poi di fondo c’è sempre un grande amore per la Calabria. Possiamo essere eccessivi o anche cattivi, ma mai ipocriti o falsi".

"La ‘ndrangheta preoccupata dall’arrivo dell’ora legale" ci fa sorridere, ma quanto è facile o difficile distruggere il falso mito dell’organizzazione criminale più potente?

"La nostra posizione è sempre tra le righe, non facciamo mai nomi e cognomi perché non siamo giornalisti di inchiesta e non è compito nostro. Il nostro obiettivo è toccare tutti gli argomenti che riguardano la Calabria, quindi non abbiamo grandi difficoltà a scrivere battute dal momento che la ‘ndrangheta è una delle protagoniste principali del teatro calabrese assieme alla disfunzione della Regione, all’inquinamento e a tante altre tematiche. Quando è scoppiato il polverone sulle armi chimiche al Porto di Gioia Tauro abbiamo voluto sottolineare il fatto che da lì sono sempre transitate forniture di droga e armi e che i nostri mari sono pieni di rifiuti per cui avevamo scritto "per la prima volta i rifiuti chimici vengono smaltiti al di sopra del livello del mare". La ‘ndrangheta cerca sempre di fare paura, di inculcare il brutto dentro di noi. Invece parlarne, riderne, normalizzarla anche senza entrare sul personale, non solo è un vantaggio col minimo rischio per noi, ma riesce a danneggiare la struttura ‘ndranghetista. L’ipocrisia di chi vuole sottolineare solo i lati positivi della Calabria è anche frutto di un certo tipo di omertà, di quel sentirsi vittime della ‘ndrangheta dimenticandosi che è pur sempre un prodotto calabrese".

Programmi per il futuro?

"La scelta è di non rimanere fine a se stessi ma dare continuità allo statale perché facebook è il mezzo, non il fine. Il nostro ideale sarebbe diventare l’inserto di un giornale calabrese che pubblichi magari la Domenica dello Statale. Collaboriamo già con Radio Antenna Febea che ogni venerdì presenta una selezione delle nostre battute nel programma Satiricon Valley. Abbiamo rifiutato l’offerta di un giornale online, anche perché non vogliamo essere limitati da eventuali legami politici. C’è stata una proposta da una casa editrice per la pubblicazione di un e-book ma diciamo che alla base c’è anche un po’ di sana pigrizia calabrese per cui, stiamo ancora pensando al da farsi".

Saverio Strati in un’intervista ha definito la calabresità come "un misto di ostinazione, lealtà, rancore e senso altissimo dell’onore", voi come la definireste?

"La calabresità può essere riassunta dall’eccellenza calabrese che viene sbandierata come un’eccezione eroica, dagli esempi di meschinità e grettezza, dall’abitudine a fare il massimo col minimo sforzo. Parafrasando Campanella, sono tre i mali estremi dell’essere calabrese: rassegnazione, vittimismo e senso di inferiorità, ma visto che il calabrese vuole essere parlato, noi gli parliamo con la Satira".

Facebook Lo Statale Jonico

Il blog http://lostatalejonico.wordpress.com/

Sul tema satira e ‘ndrangheta: Dormono sulla collina – il dossier

aprile 19, 2014   Commenti disabilitati su Lo Statale Jonico ovvero la Calabria che ride di sé

Un professore-poeta con il vizio dell’ironia

Reggio Calabria – Una raccolta di componimenti satirici che, sul modello dell’Antologia di Spoon River di Edgard Lee Masters, racconta la vita e, soprattutto, la morte niente affatto gloriosa di uomini e donne gravitanti attorno al pianeta ‘ndrangheta. E’ questo l’Antologia ru cimiteru i Cundera di Dario Nunnari, trentaquattrenne professore (precario) reggino, che nel tempo libero, e solo sotto ispirazione, compone poesie e poemetti in dialetto calabrese finora rigorosamente tenuti nel cassetto. Originario e orgogliosamente residente a Mortara di Pellaro, nella zona sud della città, dopo il liceo classico "Tommaso Campanella" Nunnari ha proseguito gli studi all’Università di Messina, presso la facoltà di Lettere Classiche, e oggi insegna al liceo La Cava di Bovalino, oltre a collaborare con il comitato territoriale Arci Reggio Calabria, organizzando da due anni i "Campi della Legalità".

La prima domanda è d’obbligo: com’è nata l’idea dell’Antologia?

"Direi per caso. Qualche tempo fa avevo discusso con un’amica giornalista della possibilità, e dell’utilità, di un’operazione di demitizzazione, attraverso la risata, dell’immaginario ‘ndranghetsita. Un giorno ero a casa e mi è passata tra le mani l’Antologia di Spoon River, ho guardato la copertina e ho ricordato una lapide simile nel cimitero di Reggio che vedevo spesso. Quindi automaticamente è nata l’associazione Spoon River/cimitero di Condera, con personaggi reggini ovviamente".

I personaggi che descrivi si muovono in un contesto criminale ma non rispondono al consueto immaginario ‘ndranghetista: sono imbranati, sfortunati, ridicoli.

"Hanno difetti, debolezze, incertezze e insicurezze comuni a tutti, è lo stesso campionario proprio del resto dell’umanità. Sono perfettamente umani".

Risulta difficile, data l’originalità dell’opera, associarla o identificarla con un determinato genere. C’è un autore, magari calabrese, nel quale ti ritrovi particolarmente?

"Nel momento in cui scrivo non è facile catalogarle (le poesie, ndr), poi dall’esterno, e a lavoro ultimato, penso che si tratti di sonetti satirici. Per quanto riguarda le suggestioni credo si parta dalle pasquinate latine per arrivare a Nicola Giunta, da La Cava stesso ad alcuni bozzetti di Calvino. Non riconosco solo un autore, le suggestioni sono tante. Ci sono molti elementi che mi vengono in mente dopo, non nel momento in cui scrivo. Poi, rileggendomi come se fosse l’opera di un’altra persona, emerge un’analogia con qualcosa letto in precedenza".

Sia l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters che l’album di Fabrizio De Andrè "Non all’amore non al denaro né al cielo", trasmettono una malinconia profonda e affascinante. Tu invece punti sulla risata. In che modo ti hanno ispirato le due opere?

"Ho sempre provato, partendo da un modello, a trasferirlo al mio contesto. Per esempio, ho dedicato a Berlusconi un poemetto ispirato all’Orlando furioso, mantenendo un tono molto ironico. Oppure un’altra opera sul modello della Divina Commedia, ma molto più breve ovviamente. In quanto all’ironia, sarà un atteggiamento superficiale, moralistico o una qualche forma di autogiustificazione, ma non riesco a guardare che in questo modo, mi viene naturale. Forse è un limite".

Hai scelto di creare dei tipi e non di fare riferimento a soggetti precisi e identificabili, ma anche senza far nomi, ci sono state delle storie che ti hanno colpito particolarmente ed ispirato?

"Mi hanno aiutato tanto i campi della legalità e alcune storie ascoltate dagli esperti che ci sono venuti a trovare: io comunque ho poca memoria e non ricordo tutti i riferimenti precisi, ma ci sono molti articoli letti chissà quando e sepolti, che poi vengono in mente quando cominci a scrivere. Questo processo creativo mi diverte moltissimo perché un po’ lo prevedo, un po’ lo assecondo. Ho lunghi periodi nei quali non ho niente da dire, però sento che cresce qualcosa dentro e a un certo punto viene fuori tutto in una volta in un periodo più o meno breve. Per esempio le prime cinque poesie dell’Antologia le ho scritte in poche ore, poi ne ho aggiunte altre nei giorni successivi".

Cosa puoi dire in più sul testo dell’Antologia, magari rispetto ad alcuni richiami particolari contenuti nel testo.

"Le simmetrie interne nascono quasi per caso. Ad esempio, solo dopo aver scritto "U surici orbu", mi sono accorto di quanto fosse incentrato sugli animali: ci sono u surici orbu, u rapinu (il falco), e a jaddhina (la gallina). Potrebbe sembrare una scelta, un qualcosa di costruito per descrivere un latitante che voleva volare come un rapinu, ma fa la fine misera della gallina cui tirano il collo. Oppure U iocaturi: la polizia che è pronta a "bussargli" sembra richiamare una mossa tipica del tressette, u bussu. Questo mi fa pensare, quando leggo le analisi del testo dei libri scolastici o di critica, a quanto effettivamente le stesse dinamiche siano capitate ad altri autori e che poi sono i critici a ritrovare le simmetrie e le architetture più strane. Ci può anche essere chi le costruisce appositamente ma forse il meccanismo artistico non è cosi artificioso".

Vediamo da vicino alcuni personaggi: in "don Mimì" delinei il profilo di un boss omosessuale, costretto a nascondersi e infine rassegnato al fatto che "l’amuri è sciarriatu cull’onori". È un’immagine particolare, davvero poco comune. Come l’hai elaborata?

"La suggestione diretta è venuta leggendo "La ‘Ndrangheta davanti all’altare" e poi confrontandomi con una amica e autrice del libro sulla difficoltà, all’interno del contesto ‘ndranghetista, di esprimere questi sentimenti".

Cosa direbbe "l’assessuri" se vedesse Reggio commissariata e sommersa dai rifiuti?

"L’assessuri probabilmente avrebbe contribuito al dissesto, morale, culturale e ambientale di Reggio, e oggi continuerebbe a difendere l’operato della sua giunta, della sua fazione politica".

I personaggi che descrivi sono come i riggitani cui si rivolge l’assessore, "servi e mai patruni"?

"Io i tipi ‘ndranghetisti li vedo come aspiranti padroni, con un’ambizione sfrenata di diventare padroni e di avere dei servi. La caricatura nasce da questo, dalla loro ambizione delusa che li porta a cercare il loro posto a discapito degli altri in modo cinico e prevaricatore. Un atteggiamento che spesso viene beffato dalla sorte come succede al Bumbularu o al compagno di Bastianu che si era dimenticato il freno a mano e resta schiacciato".

L’Antologia è completa o pensi che si aggiungeranno nuovi personaggi a quelli già esistenti?

"Di materia ce ne sarebbe tanta, quindi potrebbe esserci un volume II".

ottobre 28, 2013   Commenti disabilitati su Un professore-poeta con il vizio dell’ironia

“Ho scoperto una Calabria bellissima”

REGGIO CALABRIA – A spingerli può essere la curiosità verso un mondo di cui hanno sentito tanto parlare. Oppure la voglia di impegnarsi in maniera attiva e concreta per attuare un cambiamento. O, molto più semplicemente, il desiderio di fare un’esperienza nuova in una realtà diversa. Le motivazioni che conducono tanti giovani, da tutta Italia, a dedicare una parte delle loro vacanze all’impegno in Calabria possono essere svariate. Una cosa, però, è certa e li accomuna tutti: tornati a casa, stanchi e con il viso arrossato dal sole, a chi li aspetta diranno «questa esperienza mi ha cambiato la vita». E’ quello che ha fatto Costanza Tortù, ventunenne fiorentina che da quattro anni ormai trascorre una settimana a Pentedattilo, per i Campi del Sole. A spingerla la curiosità e la voglia di concretizzare un percorso che – nella sua testa e nelle sue azioni – stava prendendo forma: già impegnata, nella sua città, con iniziative a sostegno di associazioni antimafia e cooperative che lavorano nei terreni confiscati alle mafie, ha deciso, nel 2010, di conoscere da vicino questo mondo e di dare al suo impegno una marcia in più. «Entrare in contatto con una realtà profondamente diversa dalla mia – racconta – studiare da vicino caratteristiche e modi di agire della ‘ndrangheta e poter parlare con chi sul territorio la combatte ogni giorno è stato incredibilmente istruttivo. Esperienze come queste fanno crescere e maturare il desiderio di contribuire attivamente per sconfiggere le mafie». Quella di Costanza è la voce di una generazione di giovani che, nonostante spesso si dica il contrario, vuole partecipare in maniera attiva e che, a prescindere dalla provenienza geografica, dall’età e dalle attitudini personali, decide di spendersi per un territorio che ha bisogno di tornare a vivere. E lo fa divertendosi ma anche – e soprattutto – lavorando. Giornate intense che scorrono veloci e Costanza, come gli altri ragazzi, quelle giornate calabresi continua a portarle nel cuore. Nelle sue parole l’entusiasmo di chi sa che sta facendo qualcosa di importante: «La sveglia suona alle 7 per portare avanti il lavoro sui terreni confiscati. Che si tratti di raccogliere ortaggi, scartavetrare tavoli e sedie o estirpare ricino la gratificazione che si prova è altissima. E allora sia il caldo che la fatica passano in secondo piano. Dopo il lavoro si torna in ostello per il pranzo e per qualche ora di riposo. Nel tardo pomeriggio e dopo cena ci sono incontri con personalità di vario genere dell’antimafia calabrese: forze dell’ordine, giornalisti, magistrati, parenti di vittime o più semplicemente ragazzi che mettono a disposizione il loro tempo libero per diffondere in quartieri "difficili" la cultura della legalità. Gli spunti che si traggono da queste chiacchierate sono sempre tantissimi». C’è poi la conoscenza del territorio e la scoperta di luoghi meravigliosi. C’è l’aspetto umano, quello che porta a creare legami indissolubili. E c’è soprattutto la voglia di raccontare un mondo: «Tornerò in Calabria, tornerò a fare campi antimafia. E raccontando la mia esperienza ce la metterò tutta per far conoscere a quante più persone possibili la Calabria bella, quella degli splendidi paesaggi e di uomini e donne che non voltano la testa dall’altra parte e si ribellano»

agosto 15, 2013   Commenti disabilitati su “Ho scoperto una Calabria bellissima”

In Aspromonte, a camminare oltre stereotipi e difficoltà

Un turismo naturalistico, a minimo impatto ambientale e socioculturale, fatto di passeggiate e di riscoperta dei luoghi: è la scommessa dell’associazione calabrese Misafumera che dal 1999 propone trekking ed escursioni tra Calabria e Sicilia e, in particolare, dentro un Aspromonte ricco di sentieri da percorrere e di paesaggi da ammirare, al di là degli stereotipi e dei luoghi comuni. Il reggino Diego Festa (nella foto accanto)- socio fondatore dell’associazione – della montagna è innamorato: la sua missione è raccontarla e fare uscire – oltre le apparenze – la vera anima del nostro territorio.

Convinto sostenitore della tutela ambientale, socio di numerose associazioni ambientaliste e di tutela dei diritti umani, sei operatore del Cai, guida ambientale escursionistica e guida ufficiale del Parco Nazionale d’Aspromonte. Questa passione – che ti ha indirizzato verso un preciso stile di vita e che è poi diventata un lavoro – com’è nata?

"Ho avuto sempre questa sensibilità e questa attenzione nei confronti di ciò che mi circondava. A 20 mi sono iscritto a Greenpeace e quella è stata la mia prima associazione. Facevamo varie attività di sensibilizzazione ma, col passare del tempo, mi rendevo conto che io la natura la volevo vivere davvero. Ho iniziato a camminare. Ricordo la mia prima escursione – gennaio 1995 – ed è stato amore a prima vista. La montagna mi è entrata dentro e non ci siamo più lasciati".

L’associazione Misafumera opera nel territorio del Parco Nazionale d’Aspromonte e nelle aree protette di Calabria e Sicilia. Passo dopo passo fate scoprire, camminando, i tesori di questa terra, attraverso un turismo naturalistico, a minimo impatto ambientale e socioculturale. Come nasce questo progetto?

"Quella per la montagna era una passione talmente forte che, col passare degli anni, ho provato a farla diventare una professione. Timidamente ho iniziato questo percorso: ci ho creduto – lasciando anche altri lavori che magari erano un po’ più sicuri – e mi sono lanciato. Dal 1999 portiamo avanti questo progetto che ci rende orgogliosi. Sono contento di averci creduto. Insieme a me ci sono altri soci altrettanto appassionati. Siamo tutte guide ambientali del Parco Nazionale d’Aspromonte".

"Camminare seguendo il proprio passo, osservare e ascoltare la natura nei suoi ritmi lenti e incessanti, viaggiare a piedi alla scoperta dei luoghi selvaggi e delle realtà dimenticate del Meridione d’Italia": questa è la vostra proposta. Quasi una missione, tesa a valorizzare l’enorme patrimonio che abbiamo. Quali sono le difficoltà?

"Le difficoltà appartengono soprattutto alla nostra provincia che, rispetto alle altre provincie della Calabria è un po’ meno organizzata. Anche chi fornisce i servizi – per esempio nella Sila e nel Pollino – ha una mentalità un po’ più formata per accogliere il turista e per proporre delle esperienze. Nel Reggino, invece, sia in montagna che in città, c’è una situazione abbastanza problematica di gestione del territorio ed è chiaro che il turismo ne risenta"

Chi sono i vostri interlocutori?

"Spesso ci contattano le associazioni. Siamo in contatto con tour operator italiani ed esteri. Abbiamo lavorato molto con i tedeschi e adesso abbiamo molte richieste dai francesi. L’età è medio-alta, anche se gli stranieri sono più giovani. Prima coprivamo più fasce di reddito: veniva il turista "borghese" ma anche l’operaio. Adesso per via della crisi la vacanza è quasi un lusso e di conseguenza parte e và in vacanza chi se lo può permettere"

Ci sono luoghi in Calabria che, prima di essere esplorati, vanno soprattutto raccontati. Sentieri da percorrere e montagne da scalare in territori difficili, che chiedono a gran voce un riscatto e che, memori della loro storia, chiedono di essere riscoperti. Esplorare, dunque, per conoscere la storia di un luogo. C’è interesse in questo senso?

"C’è ancora lo stereotipo di un certo tipo di Aspromonte, quello dei sequestri di persona e del santuario di Polsi come base dei summit di ‘ndrangheta. Ma c’è un Aspromonte alternativo, le cose sicuramente sono cambiate ed è maturata lentamente una sensibilità diversa. Però la realtà non si può negare o nascondere: è quella. La cosa positiva è che adesso è venuta a galla e non è più sconosciuta. Mi confronto con le persone e spiego loro quello che c’è, raccontando un territorio difficile. Gli faccio capire che qui, magari, c’è la base ma che i distaccamenti sono ovunque e non è più un problema legato solo al nostro territorio. Chi viene qua spesso è disinformato, distratto dai preconcetti e da una cronaca sempre negativa. Noi, nel nostro piccolo, ci sforziamo di trasmettere la positività del territorio, partendo sempre e comunque da una realtà che è dura da digerire ma purtroppo ancora presente"

C’è qualche luogo a cui sei particolarmente affezionato?

"Amo tutta la parte Jonica, che ha un affaccio molto suggestivo e il monte Misafumera, da cui abbiamo preso il nome, che è l’ultima montagna dell’Aspromonte. L’Aspromonte è un luogo bellissimo, con paesaggi differenziati in pochi chilometri e questo – per quanto riguarda il nostro territorio – è sicuramente un valore aggiunto"

Un territorio bellissimo, il nostro, ma forse – per molti – ancora sconosciuto.

"E’ sicuramente maturata una certa sensibilità e la gente ha più voglia, rispetto al passato, di sperimentare queste attività e di fare delle passeggiate. Purtroppo molti non conoscono il territorio in cui abitano, però – rispetto al passato – la situazione è sicuramente migliorata e l’escursionista non è più visto come un extra-terrestre"

agosto 15, 2013   Commenti disabilitati su In Aspromonte, a camminare oltre stereotipi e difficoltà

Progetto Artiste da Sud, Malavenda: “Restare è già una forma di resistenza”

REGGIO CALABRIA – Accettare la sfida di restare in Calabria, trovare il proprio spazio tra le difficoltà, scegliendo di fare promozione culturale nella propria terra. Un libro fotografico dedicato a 10 artiste calabresi scelte come rappresentanti del riscatto necessario di un sud discriminato. L’arte contro la ‘ndrangheta. Tutto questo è Artiste da Sud, il progetto editoriale ideato da Teodora Malavenda che vede anche Stopndrangheta tra i partner.
Teodora, com’è nato il progetto e in cosa consiste?
"L’idea è nata durante un pranzo con il fotografo e caro amico Filippo Romano. Ci siamo detti che era bene pensare ad un progetto per il Sud, troppo spesso discriminato e messo da parte. L’idea migliore ci è sembrata quella di creare una pubblicazione rivolta alle donne perché la figura femminile calabrese sconta ancora troppi stereotipi. In Calabria operano molte brave artiste, quindi ci è sembrato naturale rivolgere l’attenzione proprio a loro che vivono e svolgono la loro attività in una regione dove non ci sono tante opportunità. Un’altra motivazione è che in Calabria l’arte è quasi sempre circoscritta ai confini regionali: importiamo ed esportiamo poco. Questa pubblicazione può essere quindi uno strumento utile per farci conoscere al di là dello stereotipo di regione capace di esportare solo ‘ndrangheta".
Il contesto calabrese difficilmente si presta a progetti innovativi. Perché scegliere di rischiare puntando proprio sulla promozione artistica?
"Non è semplice, è vero. Quando abbiamo scritto il progetto ci siamo detti che sicuramente avremmo trovato molte difficoltà. Ma era fondamentale svecchiare l’immaginario femminile calabrese, quindi abbiamo deciso di rischiare. Certo, è difficile coinvolgere gli enti, è difficile trovare l’editore e gli sponsor, è difficile strappare anche solo un appuntamento senza ricorrere al sistema di conoscenze su cui si basa spesso la rete di relazioni sociali in Calabria. Ma a chi mi chiede perché voglio puntare sulla Calabria, rispondo che questa è una terra bellissima dove, anche dal punto di vista artistico, si potrebbe fare tanto. Le istituzioni non ci ascoltano e non c’è l’abitudine a relazionarsi con i cittadini, ma proprio per questo dobbiamo darci da fare. Anche questa è una forma di resistenza".
Come avete condotto la fase di ricerca e documentazione sulle artiste selezionati?
"Intorno ai primi di marzo abbiamo pubblicato un bando su internet per presentare il progetto e invitare le artiste ad inviarci il loro curriculum. Ne sono arrivati circa un centinaio. Con gli altri ideatori e curatori del progetto – Francesca Procopio e Filippo Romano – abbiamo deciso che era opportuno formare una giuria perché credevamo fosse giusto affidare la valutazione ad altri. Volevamo che le artiste fossero giudicate da persone diverse tra loro per estrazione ed esperienze, ma accumunate da un interesse per l’arte e la figura femminile. I parametri usati per selezionare le dieci vincitrici sono stati le esperienze, l’eventuale partecipazione a mostre ed eventi, la qualità estetica e i contenuti proposti, l’attenzione della stampa. A questi parametri oggettivi poi se ne aggiungono altri soggettivi come la sensibilità di ogni giurato".
L’8 marzo calabrese è stato segnato e caratterizzato dalle tragiche storie di Cetta Cacciola, Giuseppina Pesce e Lea Garofalo, tre figure di donne che hanno scelto di mettersi contro il sistema patriarcale ‘ndranghetista nel quale loro malgrado vivevano. All’interno del progetto artiste da sud c’è spazio per questo mondo di donne temute dalla ‘ndrangheta?
"Sicuramente sì. Stopndrangheta, non a caso, è partner del progetto perché sappiamo che per combattere la ‘ndrangheta serve la cultura. Un libro di questo tipo può essere uno strumento utile a combattere quei finti valori con i quali si pretende di identificare la Calabria. Si ha paura delle donne perché la donna è al corrente di tutto ciò che avviene all’interno della famiglia, quindi nel caso di una sua ribellione personale, viene temuta anche dal sistema mafioso perché sa quello che fa il marito e, più in generale, la sua cerchia familiare. L’arte può essere un’alternativa anche a questo sistema. L’obiettivo è andare al di là della percezione che si ha della Calabria per far capire che anche qui si respira cultura e che la Calabria è una regione civile".
Parlando del vostro progetto fate riferimento al concetto di resistenza. Cosa vuol dire resistere oggi per una donna e artista calabrese?
"Significa non emigrare, restare nella regione in cui si è nati e cercare di affermarsi artisticamente e umanamente nel proprio territorio di appartenenza. Provare a lavorare in Calabria è già una forma di resistenza, forse la più forte che ci sia".
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giugno 4, 2012   Commenti disabilitati su Progetto Artiste da Sud, Malavenda: “Restare è già una forma di resistenza”

‘Ndrangheta in Lombardia, Mario Portanova: l’inchiesta Crimine è uno spartiacque

MILANO – Prima dimenticanze e sottovalutazioni. Ora tentativi di minimizzare. Vent’anni di ‘ndrangheta in Lombardia analizzati da Mario Portanova (nella foto), giornalista de Il Fatto Quotidiano e autore assieme a Franco Stefanoni e Giampiero Rossi del libro-inchiesta "Mafia a Milano. Sessant’anni di affari e delitti", uscito in prima edizione nel 1996 e in edizione aggiornata nel 2011.

Quando e come ha cominciato a raccontare le infiltrazioni della criminalità organizzata al Nord e quali sono state, inizialmente, le maggiori difficoltà?

"All’epoca era un argomento pionieristico. Tutto comincia con Società Civile, la rivista diretta da Nando dalla Chiesa. Nel ’90 scoppia l’inchiesta Duomo connection di Ilda Boccassini che coinvolgeva anche il Comune di Milano. Procedendo a ritroso abbiamo ritrovato le operazioni contro la mafia dei colletti bianchi in cui era coinvolto anche Mangano. Poi i casi caldi come quello di Sindona. In realtà la mafia c’era dagli anni ’50, poi nel ’92 – ’93 ci sono state le grosse operazioni in Lombardia con l’arresto di centinaia di ‘ndranghetisti: lì si è svelata la presenza. La cosa curiosa è che poi si sia riuscito a dimenticarlo".

La prima edizione di "Mafia a Milano. Quarant’anni di affari e delitti" è uscita nel 1996, la seconda nel 2011. Cosa è cambiato in quasi vent’anni?

"C’è stato un decennio di inabissamento tra il ’95 e il 2005, mentre erano in galera i vecchi padrini di Cosa nostra e ‘Ndrangheta e non si capiva cosa stessero facendo i successori. Poi dal 2007 a Milano è cominciata una nuova stagione di indagini che ha raccontato il grande dominio della ‘ndrangheta. I vecchi boss degli anni ’90 venivano processati per traffici di droga, omicidi, insomma i crimini "classici". I loro figli invece per crimini economici, per aver conquistato il monopolio di interi settori. La gestione dei locali notturni, dei ristoranti, dei bar non necessita di grande preparazione professionale, hanno tecnici che lavorano per loro e usano sempre la pistola quando serve. Al Nord c’è stato un cambiamento nel modo di fare affari, gli ‘ndranghetisti hanno capito che se trafficavi in droga prima o poi ti prendevano e non ne uscivi più, invece se entri con le tue aziende nella zona grigia dell’economia è più facile, anche se poi le inchieste e gli arresti arrivano comunque".

Le prime inchieste sul traffico di rifiuti tossici prodotti dalle industrie del nord e smaltiti tramite il lavoro delle mafie, risalgono già agli anni ’90. Questo settore di affari può essere ritenuto uno dei primi legami malsani che le mafie hanno creato tra nord e sud?

"Questo legame c’è sempre stato anche su altri fronti, non dimentichiamo che Sindona alla fine degli anni ’60 era un personaggio del salotto buono della società milanese. Questo genere di cose conferma che la Lombardia non ha nessun anticorpo particolare per tenere a distanza questi personaggi, anzi, quando portano soldi o consentono di risparmiarne, come nel caso del traffico di rifiuti, vengono accolti a braccia aperte. Oggi le nuove inchieste dimostrano che le discariche abusive vengono fatte anche in Lombardia: ne hanno scoperta una a Desio, nei cantieri dei nuovi quartieri in costruzione a Milano. Mentre prima l’imprenditore del Nord mandava i suoi rifiuti al Sud, adesso il mafioso glieli sotterra direttamente in Brianza, abbassando i costi. Questo però fa capire che è cambiato il contesto dell’illegalità perché c’è bisogno di tante persone che chiudono gli occhi, di imprenditori che ti mettono a disposizione cantieri e cave".

Partendo dal presupposto che tangenti e corruzione sono sempre stati un elemento comune e diffuso in tutta italia, perché le istituzioni del Nord si lasciano infiltrare così facilmente?

"Vedo una stretta parentela tra Tangentopoli e Mafiopoli perché la prima, negli anni ’90, ha svelato una classe politica totalmente permeabile e pronta a vendersi per soldi, consenso e carriera. Già allora c’erano assessori socialisti che dicevano di essere la migliore garanzia contro la mafia per la loro onestà e poi sono finiti incriminati. Allo stesso modo c’è sempre stato, forse in tono minore, questo interesse delle mafie per la politica. Quello che è cambiato è che forse la classe politica è addirittura peggiorata: prima avevi a che fare con partiti che si lasciavano infettare, adesso si ha a che fare con singoli "imprenditori della politica", gente che passa da un partito all’altro e che è meno controllabile. Inoltre, se fai il grande trafficante di droga il rapporto col politico ti serve fino ad un certo punto, ma se fai l’imprenditore edile, hai bisogno di una cava, di una lottizzazione, di licenze commerciali, allora sì che il rapporto con la politica diventa fondamentale. L’assalto della ndrangheta alla politica va di pari passo all’espansione nell’imprenditoria, tanto è vero che questi rapporti si cercano non tanto col parlamentare ma con l’assessore, con il consigliere del piccolo Comune che può essere determinante per una variante del Piano regolatore. Anche questo è successo in enorme silenzio, chi denunciava veniva messo a tacere. Ancora adesso si fa fatica a fare una Commissione comunale antimafia perché il Pdl non vuole che i tanti casi di suoi esponenti finiti nelle indagini vengano discussi in Consiglio comunale".

Un’analisi sul "dopo-Infinito". L’inchiesta e la successiva ordinanza hanno davvero spazzato via le resistenze "culturali" nel parlare di ‘ndrangheta al Nord? I milanesi sono più consapevoli di prima?

"L’operazione Crimine-Infinito ha rappresentato indubbiamente uno spartiacque. La Moratti diceva che qui non c’era mafia, ma criminalità. Adesso, dopo una sentenza così dettagliata, non può più esistere il negazionismo totale. Esistono però altre forme di luoghi comuni per minimizzare il fenomeno. Uno è quello della Lega: qui ci sono tanti calabresi e siciliani anche a causa del soggiorno obbligato, che però è una cosa di trent’anni fa, ha avuto il suo ruolo storico ma bisogna andare oltre. È vero che l’ossatura è prevalentemente composta da persone del Sud, ma tutti loro hanno un rapporto con professionisti del Nord che con i mafiosi meridionali ci fanno affari perché gli portano soldi, anzi tra loro c’è un rapporto che va oltre al profitto: una sorta di adesione allo stile di vita, al potere e al rispetto che sembra quasi ammirazione. Un altro luogo comune è che al Nord ci sono solo colletti bianchi che riciclano soldi: invece c’è mafia a tutti gli effetti con minacce, estorsioni, omicidi e violenze. Si è arrivati alla consapevolezza che la mafia c’è, ma si minimizza dicendo che la Lombardia ha gli anticorpi per contrastarla. La storia dice che gli anticorpi forse ci sono, ma da soli non si mettono in funzione: il corpo umano li produce quando si rende conto di essere malato".

Fino agli anni ’90 la ‘ndrangheta veniva associata ai sequestri di persona e la stessa parola ‘ndrangheta era poco diffusa persino in Calabria. Oggi le mafie fanno pienamente parte dell’opinione pubblica nazionale. Credi che la società civile del Nord, dotata di solito di una più diffusa cultura civile e politica, possa dimostrarsi più forte e coesa di quella del Sud nella lotta alle mafie?

"Da qualche anno c’è un fiorire di associazioni, reti di studenti, organizzazioni come le nuove articolazioni di Libera. Mi sono ritrovato in un corteo antimafia a Busto Arsizio, in provincia di Varese. A marzo è uscito il libro e abbiamo avuto una cinquantina di presentazioni, tutte richieste da associazioni della Lombardia e ogni volta le sale sono piene, non tanto perché il libro sia bello, ma perché la gente ha voglia di capire questo nuovo problema, perché sa che la toccherà da vicino. Ma in questo caso il Nord non è più avanti del Sud. Confindustria Milano non ha niente da insegnare a Ivan lo Bello. Si muovono i ragazzi, gli studenti, i giornalisti, i magistrati, invece sono molto più caute le organizzazioni imprenditoriali. Lo studente lo fa per idealismo perché vuole cambiare la società, ma dovrebbero svegliarsi ancora prima i commercianti e gli imprenditori. Mi è capitato di intervistare un’ex sindaca di un piccolo comune vicino Varese che aveva subito minacce esplicite da parte della locale cosca di ‘ndrangheta. Mi concesse l’intervista, ma non voleva che facessi il suo nome perché diceva «sa com’è, se ti ribelli alla mafia al Sud hai un movimento dietro che ti sostiene, ma se ti ribelli al Nord chi hai dietro?». Questo avveniva qualche anno fa, magari adesso la penserebbe diversamente, ma questo fa capire che in tema di antimafia il Nord ha ancora tutto da imparare. Ci sono ancora forti resistenze a sviluppare un movimento perché la consapevolezza è troppo fresca, si è pensato per decenni che il problema non ci toccasse, poi ci si ritrova di fronte a cento arresti e condanne e ci vuole tempo per maturare la consapevolezza che "bisogna fare qualcosa" anche assieme a realtà che ci sono da anni come Libera. Negli anni ’80 gli studenti milanesi manifestavano per Falcone e Borsellino, oggi si ritrovano il problema in casa, c’è uno scambio proficuo tra Nord e Sud".

gennaio 15, 2012   Commenti disabilitati su ‘Ndrangheta in Lombardia, Mario Portanova: l’inchiesta Crimine è uno spartiacque

Giuseppe Smorto: pezzi di Paese dati per persi

A un certo punto della conversazione si ferma un attimo, poi dice: «Il titolo di codice è rassegnazione». È l’estrema sintesi di un’analisi lucida sul rapporto che esiste tra l’Italia e il suo sud, tra l’informazione e la Calabria. È anche la conferma che l’analisi è senza indulgenze: per i grandi giornali (per i quali lavora), per il sud (dal quale proviene). Giuseppe Smorto è nato a Reggio Calabria ma vive a Roma da una vita. Fa il giornalista e guarda al Paese e alla sua città da un osservatorio privilegiato: è condirettore di Repubblica.it, il principale mezzo di informazione web del Paese.

Pensiamo che esista in Italia un doppio problema: quello della rappresentazione del sud e quello dell’autorappresentazione. A noi paiono del tutto insufficienti. È d’accordo?
A casa mia si leggeva Il Giorno. Lo dico per sottolineare che è passata un’epoca e che c’era un tempo in cui al sud andavano i grandi inviati. Proprio nelle ultime settimane nella sua rubrica sull’Espresso Giorgio Bocca ha ricordato alcune vicende calabresi raccontate nei suoi viaggi.Oggi è diverso.
Senza nulla togliere agli inviati di oggi, alcuni dei quali sono molto bravi, ho l’impressione che ai tempi del grande giornalismo su carta ci fosse un maggiore investimento sul sud da parte dei grandi giornali.

Perché accadeva?
Era come se ritenessero il sud ancora una questione aperta, risolvibile. Oggi invece s’è creato un effetto di abbandono e rassegnazione che va in direzione doppia. Oggi è come se il sud, o almeno certe zone del sud, nei grandi giornali venisse considerato un problema non risolvibile a breve termine. Questo, probabilmente, ha come conseguenza una più scarsa attenzione e un investimento giornalistico minore. Ma questo non accade solo per i giornali. Recentemente ho letto il libro di un magistrato che era stato in servizio a Locri: il ragionamento mi pare sempre lo stesso e riguarda il fatto che la Calabria è bella, la gente splendida ma poi bisogna andare via perché dalle nostre parti non si può combinare nulla di buono. Anche questa è rassegnazione. E in effetti la situazione è difficilissima: la procura di Reggio Calabria sotto attacco, Rosarno, il territorio ― checché se ne dica ― completamente controllato, la scarsità o forse dovrei dire assenza delle denunce. Poi succedono delle cose e la situazione cambia.

Spiegati.
In un periodo come il nostro in cui interi territori vengono considerati completamente consegnati alla criminalità succede che c’è uno scrittore che si chiama Roberto Saviano e cambia lo stato dei fatti.

Alla Calabria manca Saviano?
No, non è la risposta da dare. Però osservo che quando l’informazione riesce a trovare le forme ― anche artistiche ― di
raccontare un territorio alla fine la situazione cambia, i risultati cominciano a esserci e i casalesi vengono condannati. In questo caso, c’è stato un investimento dell’informazione: s’è parlato più di casalesi che di ‘ndrangheta, eppure sappiamo benissimo che la ‘ndrangheta è al momento l’organizzazione criminale più forte. Nelle scorse settimane Saviano ha scritto un articolo-provocazione in cui sostiene che dobbiamo essere tutti osservatori del voto sul modello di quelli Onu. La cosa viene presa come una boutade, eppure se si va in tantissimi paesi della Calabria o della Campania di osservatori ce ne sarebbe un gran bisogno. La verità è che fa paura in Italia dire che ci sono zone come l’Afghanistan. Insomma, alla Calabria manca il modo di finire in prima pagina con le idee.

I grandi giornali si sono fatti guidare da Saviano, eppure
avrebbero la forza e l’autorevolezza di fare da sé.

L’informazione non è pedagogica, è lo specchio del Paese e racconta quello che la gente vuole leggere. E poi è molto difficile mettere in pagina la tragica normalità dei fatti che, dopo il secondo o il terzo giorno, non interessa più nessuno.

Il tuo giornale o un altro grande giornale però potrebbero decidere di lanciare una grande campagna sul sud o la Calabria.Le statistiche che abbiamo a disposizione ci dicono che
quelli sono i posti di cui i nostri giornali si occupano di più.
Certo, si potrebbe fare sempre meglio, ma non potrebbe es-
sere una battaglia quotidiana. Ci sono delle difficoltà e delle
carenze però. Oggi innanzitutto c’è molta meno cronaca ― i
giornali sono stati sostituiti da internet ― per cui o si fanno dei
grandi approfondimenti, come è stato per esempio su Rosarno,
o fatalmente non ne parli. Oggi a volte si preferisce mandare
gli inviati in Colombia senza pensare che in certi momenti la
Colombia ce l’abbiamo alle porte di casa. E poi forse bisogna
guardare a cosa è accaduto a Palermo.

Siamo più avanti a Palermo.
Forse non ce ne rendiamo conto fino in fondo, ma nei fatti a Palermo la mafia è in totale disfacimento: resta un solo capo e l’organizzazione è allo sbando tanto da non riuscire neppure a chiedere il pizzo.
A Palermo c’è tanta gente che ci mette la faccia. È un processo più avanzato, in Calabria non succede ancora, la situazione è molto diversa. Ma credo che ogni tanto si dovrebbe parlare delle esperienze positive e magari non considerare la situazione come irrisolvibile.

Ma sono solo i grandi media a considerare "persi" certi
pezzi d’Italia o si tratta di una convinzione che appartiene
all’intera classe dirigente?

Secondo me è la stessa cosa. I grandi giornali riassumono posizioni che stanno nella classe dirigente, che vivono nell’opinione pubblica. «Certo che gli aborigeni li avete trattati davvero molto male». E lui risponde: «E voi gli zingari come li avete trattati?» Non sono più un’emergenza i rom, ci sembra normale ormai che i bambini stiano per strada, che esistano quei campi. Allo stesso modo sembra normale a tutti che la Calabria viva questa condizione.

Appare normale anche ai calabresi.
Il titolo di codice è "rassegnazione". È così da parte dei giornali che ritengono quel territorio senza possibilità di miglioramento a breve periodo e non prendono in considerazione quello che è accaduto con la mafia. Ma c’è rassegnazione anche tra i cittadini calabresi, divisi tra quelli che godono di questa situazione di arretratezza e assistenzialismo (senza magari essere collusi) e quelli che stanno male ma sono convinti che nulla possa cambiare, che non ce n’è la forza. Tutto questo conviene anche a chi controlla il territorio. C’è anche un problema sociale: nel momento in cui si disgrega il tessuto del lavoro, faciliti il lavoro dei clan. Più licenzi, meno lavoro offri e più braccia fornisci alla criminalità organizzata. Basti pensare alla trasformazione subìta da Crotone: era una grandissima realtà operaia e contadina con un tessuto democratico importante e anche lei è finita in mano alla ‘ndrangheta con famiglie che riescono a eleggere persino un senatore in Germania.

Sono diverse le questioni in campo.
All’inizio di gennaio ho posto la questione durante una riunione del giornale. Ho detto: c’è stato l’attentato alla procura di Reggio Calabria, a due passi c’è la Piana dove è scoppiato il caso Rosarno e dall’altra parte la Locride. È una cosa normale che una zona così vasta di territorio ― dove peraltro vogliono costruire il ponte ― viva questa emergenza? Abbiamo parlato molto di Reggio in quelle settimane. Lo ripeto: i giornali potrebbero avere un ruolo e, secondo me, in determinati periodi ce l’hanno. Ma è lo Stato a dover essere più presente per prima cosa, non i giornali.

Nessun grande giornale ha una redazione in Calabria.
Questo è un problema.C’è un motivo per cui tutti i giornali non hanno una redazione in Calabria. Stiamo parlando di un territorio economicamente depresso e se non hai una base di possibili inserzionisti non apri. E c’è anche la complicazione che devi stare molto attento agli inserzionisti, a che soldi arrivano. Peraltro stiamo parlando di un mondo in crisi in cui i giornali non aprono più redazioni locali. Comunque l’impressione è che ― storicamente ― l’investimento informativo sul sud sia minore che in passato.

In questo può aiutare il web?
Il web può essere utile per tutti i luoghi che non appaiono nella grande informazione: può dare visibilità se lo fai bene e in modo serio.

Per la Calabria probabilmente l’omicidio di Peppe Valarioti e Giannino Losardo hanno segnato una cesura. E anche la memoria di quelle storie si sgretola.
Accade che alcune storie siano valorizzate di più e altre meno. Accade che le cose ― anche le morti ― in certi posti siano considerate più normali che altrove. E poi trent’anni fa soprattutto c’erano un altro sindacato e un altro partito, i fatti di Reggio erano ancora caldi. Diciamo che si può arrivare tranquillamente alla conclusione che, in qualche modo, tutti hanno abbandonato quel territorio: l’informazione, la politica.

La politica.
Beh, quale politico abbiamo espresso negli ultimi anni, quanta Calabria i politici hanno portato all’attenzione del Paese? Non mi pare affatto che la Calabria abbia prodotto una classe politica di grande livello.

In effetti no. La Calabria però produce tantissimi emigranti di grande qualità e successo.
È vero. E si dovrebbe trovare una modalità per valorizzare tutte le intelligenze che stanno in Calabria o fuori dalla Calabria in nome del futuro del territorio. Bisogna trovare il modo di valorizzare la nostra cultura del saper fare le cose. Chi lo fa? Difficile da realizzare, ma trovo affascinante l’idea di far ragionare il meglio che la Calabria ha prodotto su cinque o dieci grandi progetti concreti.

E questo fa parte dell’autorappresentazione. Riguarda
il modo di esprimersi e raccontarsi della Calabria. Corrado
Alvaro a parte, se pensi alla Calabria che artisti ti vengono
in mente?

Ai giornalisti più giovani dico sempre: leggete Corrado Alvaro se volete capire come si scrive in italiano… Mi viene in mente Carmine Abate che penso sia un grandissimo scrittore anche se forse per troppe volte ha raccontato dei calabro-albanesi, poi Mimmo Gangemi. A lui vorrei chiedere: perché hai iniziato a scrivere solo dopo la pensione? E di registi Calopresti, Amelio. Però confesso che l’unico film bello sulla Calabria è "Un ragazzo di Calabria". L’ho rivisto recentemente e mi sono commosso quando il ragazzo protagonista ha vinto i giochi della gioventù. Oggi quel film non glielo farebbero nemmeno fare…

giugno 6, 2010   Commenti disabilitati su Giuseppe Smorto: pezzi di Paese dati per persi

Giorgio Bocca: i miei viaggi in Calabria sulle tracce di Valarioti

Racconta Giorgio Bocca che la prima cosa che diceva appena arrivato in un nuovo giornale era «partiamo», facciamo un viaggio al sud. «Era per la mia curiosità», dice. Aveva capito «che lì c’era una miniera di notizie». La curiosità, appunto. La cosa che più di ogni altra fa grande un giornalista.

Di reportage al Sud Giorgio Bocca è un vero esperto. «Ne avrò fatti venti di viaggi al Sud», dice. Tutti i giornali («a parte la Gazzetta del Popolo», precisa) lo hanno «mandato giù, sin dagli anni Cinquanta: all’Europeo uno dei primi servizi era su un giovanotto che aveva rapito una ragazza per sposarla. Veniva fuori – sottolinea – questo strano mondo in cui vigevano regole di un gioco barbaro». Da allora ha sempre continuato a fare il suo lavoro di giornalista «ponendomi la stessa domanda: perché quando in Italia si fa un passo avanti, qui se ne fanno due indietro?». Non ha una risposta, neppure oggi. È sincero invece il suo “stupore” dovuto al fatto che «nel corso degli anni non c’è mai stata una vera differenza». Nessun miglioramento vero, «forse per alcune cose è sempre peggio». Un atto d’accusa pesante.

Tra le tante inchieste sul Sud, una viene spesso ricordata. Per la capacità di guardare nelle cose, perché è figlia di un viaggio lungo e pieno di storie incredibili, per l’analisi spietata e cruda dei fatti. Perché è finita in un fortunatissimo libro del 1992 “L’inferno – Profondo Sud, male oscuro”.

Scrive Bocca: «Visto dall’alto l’inferno degli italiani è bellissimo». E dice già molte cose, nel profondo. Nel capitolo dedicato alla Calabria (“Aspra Calabria”) racconta della Locride e dei sequestri di persona (e gli viene in mente il Vietnam), di Corrado Alvaro e San Luca, di medici legali e sbirri, di ‘ndranghetisti e avvocati. Racconta del suo incontro con il senatore poeta Emilio Argiroffi e delle imprese del ras della Dc di Taurianova Ciccio Mazzetta, della cosca Piromalli e del sequestro di Paul Getty jr, del giudice Cordova e dell’omicidio dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato Vico Ligato («era un ladro»), delle leggende e dei segni della Magna Grecia, dello storico Gaetano Cingari («era molto bravo, ricordo una sera a cena a casa sua che si vedeva il mare», dice) e di Giacomo Mancini («un politico che mi piaceva perché era un uomo coraggioso e deciso, nella politica contava», osserva). Racconta anche di Rosarno, della morte di Peppe Valarioti e della battaglia di Peppino Lavorato.
Dell’inferno del Sud, della Calabria, Bocca ascolta i suoni e respira gli odori, attraversa le viscere. E non può non chiedersi ancora oggi, a distanza di quasi vent’anni, «per quale peccato originale, per quali orgogli, per quale maledizione della storia, per quale fatalità geografica noi italiani del nord e del sud non riusciamo a fare di questo Paese un paese unito?».

Di questo siamo andati a discutere con Giorgio Bocca quando abbiamo deciso di scrivere questo libro. La sua casa di Milano sta in centro, a due passi dal Cenacolo di Leonardo. Ci riceve nel suo studio, una stanza vissuta in maniera creativa, quasi fosse quella di un adolescente. Sta dietro la sua scrivania – enorme, piena di giornali – e risponde con calma e passione alle domande. Fa spesso riferimento al passato, alla memoria, alla storia. E il fatto che siamo in una stanza che ospita in maniera ordinata per argomento migliaia e migliaia di libri – neanche fosse una biblioteca pubblica – rende tutto più credibile e avvolgente. È una leggenda del giornalismo, ma accetta di parlare e di mettersi in discussione per un piccolo libro. Si schermisce subito, non si considera la persona più adatta a parlare del Sud. Spiega: «Sono un po’ prevenuto: mio nonno era un sergente savoiardo che dava la caccia ai briganti», ride fragorosamente. «Povero diavolo – aggiunge – non capiva cosa facevano». Poi il discorso di fa subito serio. Bocca riflette ad alta voce, cerca una soluzione. Parla del Sud, ma si riferisce all’Italia di oggi. Che non gli piace, come sa bene chi legge la sua rubrica settimanale sull’Espresso. Che considera in pericolo, che quasi gli fa paura.

Si chiede spesso, ammette, «il perché nel meridione d’Italia ci sono mali così radicati», perché dalle nostre parti ci sono problemi che non si trovano in zone simili alle nostre: «non li trovi né in Grecia, né in Spagna». Analizza: «Ogni volta che uno fa un’indagine trova i colpevoli: di solito si cerca una risposta politica, si parla del capitalismo, per esempio, magari della destra. Poi però a una riflessione un po’ più profonda emerge chiaramente che la risposta è insufficiente: non si riesce mai a trovare un riparo definitivo, la vera peculiarità dei guai del meridione». La stampa non affronta i temi fino in fondo perché «è difficile e pericoloso affrontarle. I corrispondenti locali sono tutti condizionati e hanno paura che gli sparino. La letteratura s’è occupata tantissimo del Sud, la questione meridionale è stata studiata molto, ma nessuno si è occupato di capire la ragione vera» di questo arretramento. In questa indeterminatezza, Giorgio Bocca ha una certezza: «La radice è storica. Ma non riesco a capire quale è, perché ci sia questa perseveranza nel male», perché in Italia «c’è il Sud peggiore del Mediterraneo». È una domanda alla quale neppure «i meridionalisti danno una risposta».

Va a ritroso nei secoli, esclude che le colpe possano essere addebitate al periodo della Magna Grecia – «il periodo aureo», lo definisce. «Ho visitato il museo di Reggio in uno dei rari periodi in cui era aperto. Certe cose erano davvero bellissime», aggiunge – ha qualche dubbio sulla dominazione spagnola e rileva che «bisognerebbe studiare il periodo di occupazione degli arabi, che è stato importantissimo e secondo me ha avuto un effetto negativo».
Racconta di essere stato recentemente sulla costiera amalfitana e a Napoli: «L’immondizia lasciata per strada… è soltanto la camorra che vuole usare questa cosa per seppellire i rifiuti tossici o è anche la gente che se ne frega? È un mistero per me il perché questa città debba essere così autolesionista».

Giorgio Bocca ne parla, ma si capisce che in fondo non l’accetta. Merito della sua passione civile, colpa del fatto di essere stato un protagonista della Resistenza. «Tutto nasce dal fatto che avendo fatto la guerra partigiana mi ero illuso che la Resistenza e l’antifascismo fossero capaci di rigenerare l’Italia, di farla diventare un paese civile». La guerra partigiana, racconta, «è stato un periodo meraviglioso. Si aveva l’impressione che finalmente gli italiani fossero cambiati. In un periodo di grandi difficoltà – insiste – trovavi la gente che rischiava la vita per aiutarti. Arrivavi a casa dei contadini e ti ospitavano anche se c’era il cartello tedesco che li minacciava di bruciare loro la casa. La Resistenza è stata possibile – chiarisce – perché lo Stato sociale permetteva che ci fosse. Da noi le fabbriche, gli industriali, tutti collaboravano con la Resistenza. Ci davano soldi, divise, scarpe. Anche la Chiesa: i vescovi erano filofascisti, ma i parroci di campagna erano tutti partigiani». E invece oggi gli italiani «sono tornati peggio di prima. Mi sono accorto di una triste verità facendo il mio mestiere: nonostante il sacrificio di operai, sindacalisti e contadini, che sono stati molto coraggiosi, in Italia prevale sempre il peggio». E insiste: «Capisco che i giovani oggi facciano dei giornali coraggiosi o trasmissioni tv di denuncia, ma uno come me è ormai rassegnato al peggio. Forse bisogna rendersi conto che gli uomini sono fatti così, che sono brutte bestie». Tutte le volte «che lo dico me ne pento. La rassegnazione è sbagliata, mi dico che cambierà. Ma dopo cinquant’anni è sempre la stessa storia». Insiste, rincara la dose: «Non c’è niente da fare». Solo il caso, «che nella storia gioca un ruolo importantissimo, ci tirerà fuori da questa situazione. Casualmente come siamo entrati in questo vortice negativo per caso ne usciremo in qualche modo».

È lo stato d’animo di un uomo che ha combattuto per la libertà e che oggi avverte che l’Italia sta tornando indietro. Bocca non vuole sottrarsi alle analisi invocando un facile pessimismo, piuttosto partendo dal Sud e dai suoi problemi vuole parlare di come sta oggi l’Italia. Pronuncia una frase che, pur nella sua semplicità, fa male come poche: «È triste venire al sud. È costante l’umiliazione degli onesti». Un pugno nello stomaco. Parla degli intellettuali meridionale che vivono una condizione «molto difficile», ma osserva che in fondo a causa di Berlusconi «stiamo sperimentando che anche al nord viviamo tutti in una società autoritaria e arretrata». Berlusconi è riuscito a «mettere in condizioni umilianti le persone. In questo senso le differenze tra nord e sud sono diminuite. La borghesia del nord bada solo ai soldi e ai furti: la mancanza di etica è comune a tutto il Paese». Ha giudizi tranchant sulla politica: Casini? «Fa ridere, è l’erede democristiano peggiore». La Lega? «È una conferma che gli italiani sono antidemocratici e arretrati». Aggiunge lui che per primo scoprì in Italia il fenomeno di Bossi e delle camicie verdi: «È un periodo in cui il razzismo è forte. Siamo al fascismo puro. Quando ho scelto il titolo della mia rubrica sull’Espresso, l’Antitaliano – racconta – avevo capito che gli italiani avevano una voglia matta di tornare al fascismo. Purtroppo non imparano mai». Insiste, fino allo sfinimento: «La libertà l’abbiamo consegnata a Berlusconi. Anche la Resistenza, anche il Risorgimento». Si infervora: «Berlusconi è peggio del fascismo. Il fascismo è stato un movimento della piccola e media borghesia contro l’alta borghesia liberale. Mussolini era una persona intelligente. Qua siamo al qualunquismo più schifoso. C’è stata una marcia indietro». Spiega: «Penso che arriveremo presto anche allo squadrismo e alla minacce fisiche. Adesso stanno facendo campagna per abolire le voci contrarie in televisione. Un giorno o l’altro verranno a casa mia a cercare di picchiarmi. Come ha fatto il fascismo. Prendi un po’ di persone influenti e le ammazzi e cala il silenzio. Fino a qualche tempo fa – osserva Bocca come un fiume in piena – se mi avessero chiesto se era possibile il ritorno al fascismo avrei detto no. Adesso comincio ad avere paura». Ammette di aver paura anche per il suo giornale, la Repubblica: «Anche i liberali sono passati al fascismo, se De Benedetti viene messo alle corde che succede?», si domanda. Quel che è certo, secondo Bocca, è che già adesso ci sono «enormi condizionamenti della democrazia».

Un ragionamento che lo fa tornare indietro negli anni, quando «facevamo del buon giornalismo». Un atto di accusa, forse, alla politica e alla società di oggi. «Abbiamo fatto un buon giornalismo perché avevamo alle spalle il movimento operaio e i comunisti. Il Pci che è stato ad alcuni considerato, e a ragione, stalinista. Però quando arrivavo in una città, andavo alla sede del Pci e mi raccontavano cosa succedeva nell’economia. E se venivo attaccato dai fascisti, la sinistra mi difendeva. Il sindacato contadino e operaio funzionava bene ma è stato fatto fuori. Adesso c’è la sensazione di essere completamente indifeso. Quello che diceva il generale Dalla Chiesa: quando sei isolato ti possono anche far fuori. Quando hai l’opinione pubblica alla spalle ti protegge, altrimenti.. E se eliminano alcuni dirigenti della sinistra, l’unanimismo diventa un regime». Di qui la necessità di guardare indietro, di ripensare al passato: «Tutto quello che dico è memoria».

Parla anche di mafia, fuori dagli schemi: «Con il tempo mi sono fatto la convinzione che le mafie sono parte costituente della politica italiana, perché credo che ci sia la necessità che esistano. Organizzano in senso negativo questa anarchia italiana, il consenso, la voglia di anarchia, la disciplinano». Parole pesanti. E ancora: «Il mio governo è mafioso, non puoi chiedere al governo di fare una politica antimafia se è d’accordo con la mafia. Michele Greco – sottolinea – aveva una tenuta di caccia in cui andava a sparare fagiani anche il colonnello dei carabinieri. La moglie di Totò Riina ha partorito tre volte nell’ospedale di Palermo e il primario sapeva benissimo dove stava. Le mafie fanno parte costituente dello Stato italiano. Se non si capisce questo…».
Se parli con Giorgio Bocca approfitti e ti fai raccontare qualcosa della sua carriera di giornalista: «La mia carriera di giornalista? Se non c’è il caso che ti aiuta… Ero in un giornale monarchico, facevo una vita da cani e avevo un direttore di estrema destra». Poi il caso. «A dirigere l’Europeo a Milano arriva un certo Michele Serra: mi manda a chiamare e la mia vita cambia». E si ritrova a lavorare con Cederna, Fallaci, Trevisani: «Era pieno di gente in gamba». Il giornale a cui è più legato «è stato Il Giorno perché lì avevo alle spalle, un periodo molto privilegiato, l’Eni e quindi una disponibilità di soldi enorme: facevamo un giornale bellissimo, siamo stati i primi a fare i colori, le sezioni per i bambini e la moda». Poi è stato il tempo di Repubblica «che è stato un giornale con un grande direttore come Scalfari: uno che sapeva dirigere bene l’orchestra». Non è stato direttore Bocca. «No», dice. E svela un piccolo e divertente retroscena: «Un giorno durante la Resistenza comandai un’azione: dopo una lunghissima marcia per arrivare su un presidio tedesco, facemmo un’imboscata, poi tornai nella valle. Credevo che avrei avuto l’approvazione dei miei comandanti e invece la sera a cena li sentii parlare – io ero nella stanza accanto – e dicevano: quello stronzo di Bocca ha sbagliato tutto!». Ride di gusto: «Allora ho detto basta, ho capito che comandare non fa per me».

Avrebbe «voglia di fare un altro viaggio al Sud, ma alla mia età viaggiare diventa impossibile, nella vecchiaia ci sono limiti fisici con cui fare i conti». Spiega: «In quel viaggio in Calabria sull’Aspromonte ho camminato per delle ore e poi… avevo più coraggio. Quando si è giovani si crede di essere immortali. Oggi dei servizi così non sarei in grado di farli». Poi la lezione: «Il giornalismo? Guardare e raccontare. Se uno non è un cretino, la verità la vede subito. Non è difficile capire quello che succede. Si capisce benissimo dove comanda la mafia, dove i politici rubano». Di questo ci sarebbe bisogno.

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giugno 6, 2010   Commenti disabilitati su Giorgio Bocca: i miei viaggi in Calabria sulle tracce di Valarioti

Deborah Cartisano e “Bovalino Libera”

BOVALINO – Il sequestro di tuo padre ha rappresentato una sorta di spartiacque, la comunità bovalinese dopo anni di soprusi subiti è scesa in piazza e per la prima volta ha espresso chiaramente il disprezzo per il potere ‘ndranghetista. Che valore ha avuto per Bovalino la ribellione dei “bovalinesi liberi”?

"Per i bovalinesi è stato un segnale forte perchè abbiamo dimostrato, noi ragazzi, che si poteva dire di no…che si poteva essere critici verso le cose che non andavano. Forse anche in quei tempi fu come svegliarsi da un intorpidimento dell’anima…"

Cosa vi ha spinto a manifestare?

"La spinta è stata forse data dalla popolarità della figura di mio padre e anche perchè noi giovani di allora non avevamo trovato esempi "forti" da parte degli adulti che formavano la società civile dell’epoca. Volevamo essere noi a cambiare pagina, noi a gridare la nostra urgenza di cambiamento…".

Che aria si respirava in quel periodo a Bovalino?

"L’atmosfera a Bovalino in quel tempo era come di risveglio dopo un lungo inverno freddo: energia pura e muscoli tesi. Abbiamo trascinato molti e fatto sperare tanti che da tempo erano alla finestra…e tra noi la consapevolezza che insieme avremmo potuto cambiare il modo di fare e di agire di un paese".

E la cittadinanza ha partecipato numerosa? Tu hai sempre detto che i genitori hanno delegato ai figli la lotta all’oppressione mafiosa, puoi spiegarci meglio cosa intendi?

"Come dicevo prima noi avevamo ereditato un paese da cui tutti prendevano senza mai ridare, senza investire in nulla. Abbiamo assistito al lento morire di un paese della costa che avrebbe potuto diventare un centro turistico e che invece è diventato l’ultimo paese in tutto. Alberghi vuoti, negozi che chiudono, niente centri di aggregazione di nessun tipo, niente investimenti. Cos’ha fermato questo sviluppo economico e sociale? possiamo noi bovalinesi dare sempre la colpa agli altri? come vedi gli interrogativi sono tanti…".

A Bovalino come in tutti i luoghi soffocati dalla presenza mafiosa esistono degli equilibri, sottaciuti, accettati, consolidati. Secondo te, “Bovalino libera” è riuscita a scalfire, anche solo in minima parte, tali equilibri?

"Bovalino Libera ha mostrato a tutti lo stato delle cose e forse indicato una delle vie per il riscatto sociale del paese, ha mostrato che non tutti eravamo d’accordo con questa cultura dell’abbandono agli altri del proprio destino, abbiamo forse mostrato che l’amore e il rispetto per il nostro paese è una delle possibili strade per cambiare questa situazione".

aprile 19, 2010   Commenti disabilitati su Deborah Cartisano e “Bovalino Libera”