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Primo: conoscere

Da Montalto (1970) a Crimine (2012). Oltre quarant’anni di sentenze che hanno tradotto in verità processuale la storia della ‘ndrangheta, fissandone struttura, modalità operative, scontri, complicità ed evoluzione. Un patrimonio prezioso di conoscenza relegato nelle cancellerie dei tribunali, negli studi di avvocati, nella memoria dei computer di addetti ai lavori o presunti tali. Da sempre convinti che la conoscenza diffusa del fenomeno sia prerogativa imprescindibile di un contrasto sociale che non si limiti a vuoto rituale, abbiamo provato in questi anni a "liberare" atti giudiziari e documenti istituzionali, rendendoli accessibili dalle pagine dell’archivio Stopndrangheta. Oggi rilanciamo. Grazie al prezioso impegno di un gruppo di lavoro coordinato dal professore Arturo Capone (associato di Diritto processuale penale preso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria), infatti, iniziamo la pubblicazione di una serie di sintesi snelle, complete e dal linguaggio accessibile delle principali sentenze contro la ‘ndrangheta (rese anch’esse contestualmente consultabili on line). Partiamo oggi con Crimine (sintesi di Anna Pino ed Arturo Capone) e proseguiremo, con cadenza mensile, con l’obiettivo, che è anche una speranza, di offrire uno strumento utile alla comprensione del fenomeno e, quindi, ad un suo contrasto più efficace.

Sentenze in sintesi: Crimine a cura di Anna Pino e Arturo Capone

Sentenze in sintesi: Montalto a cura di Giuseppe Perrone

Sentenze in sintesi: Tirreno a cura di Giuseppe Chiodo

luglio 14, 2017   Commenti disabilitati su Primo: conoscere

La ‘ndrangheta nelle sentenze: materiali per una storia del presente

Il controllo del territorio da parte della criminalità organizzata e la risposta delle istituzioni giudiziarie sono senza dubbio fenomeni rilevantissimi nella storia contemporanea del nostro paese, in particolare delle regioni meridionali.
I documenti sulla base dei quali questa storia può essere scritta sono costituiti, in larga parte, dalle sentenze. Gli originali delle sentenze tuttavia sono poco fruibili, sia per l’enorme numero di pagine di cui si compongono, sia per l’oscurità dell’armamentario concettuale e lessicale dei giuristi. Così l’informazione del pubblico si basa o sulla cronaca quotidiana, destinata però ben presto a essere dimenticata, o su lodevoli ricostruzioni giornalistiche, che però hanno dei limiti: richiedono una lettura comunque impegnativa, "coprono" soltanto una parte minima del fenomeno e, inevitabilmente, danno conto sia di fatti accertati sia di ipotesi solo plausibili o suggestive. Manca insomma una fonte di informazione facilmente accessibile, sintetica e obiettiva.
La lacuna è grave. La conoscenza del fenomeno, così come accertata nelle fonti giudiziarie, è importantissima non solo per gli operatori o gli studiosi, ma per tutti i cittadini: consente di concentrare la riflessione collettiva su dati obiettivi e di acquisire strumenti di critica sociale e politica. È strano, ma quando si parla di criminalità organizzata, una realtà che in qualche si svolge sotto i nostri occhi, ci si basa molto, troppo sul sentito dire.
Questa sezione del sito, dedicata alla sintesi delle sentenze definitive, mira a colmare questa lacuna.
Le sentenze sono selezionate, in linea di massima, per la loro rilevanza storica. Sono sintetizzate da persone esperte di diritto, con un linguaggio accessibile, in un numero di pagine ridotto. Si tiene conto non soltanto della decisione di primo grado, ma anche di quelle successive, di appello e cassazione, in modo da includere solo ciò che è oggetto di accertamento definitivo.
Nell’analisi delle sentenze si è adottato uno schema comune: una breve sintesi del processo, l’esposizione dei fatti accertati, l’approfondimento tematico relativo alla struttura della ndrangheta, alle sue modalità operative e alle reti sociali che la sostengono.
L’indicazione della pagina della sentenza cui si riferisce il testo dovrebbe consentire a interessati e studiosi di muoversi più agevolmente nella lettura degli originali, di cui si fornisce il link.
Nelle intenzioni l’aggiornamento della sezione sarà lento ma costante, in vista della costituzione di un archivio del sapere giudiziario sulla ‘ndrangheta di pronta consultazione.
Il lavoro è molto impegnativo, la speranza è che sia utile.

1) Sentenze in sintesi: Crimine

(i link al testo completo della sentenza: Crimine 1/6; Crimine 2/6; Crimine 3/6; Crimine 4/6; Crimine 5/6; Crimine 6/6)

2) Sentenze in sintesi: Montalto

(il link al testo completo della sentenza: Montalto, la sentenza di I grado)

3) Sentenze in sintesi: Tirreno

* associato di Diritto processuale penale presso l’Università Mediterranea

luglio 13, 2017   Commenti disabilitati su La ‘ndrangheta nelle sentenze: materiali per una storia del presente

Giuditta e i piagnistei

REGGIO CALABRIA – Difendere il seminato dai buoi. Il 28 novembre 1946 Giuditta Levato è nei campi di Calabricata per quello. Per mettersi tra la terra assegnata ai contadini e quelli che ci vogliono far passeggiare sopra gli animali. Per sfregio, per dimostrare che, legge o non legge, comunisti o non comunisti, i padroni della terra sono sempre gli stessi, alla faccia dell’anima bella di Fausto Gullo e dei suoi decreti. A difesa di quei semi piantati di fresco Giuditta Levato si piazza con la sua pancia di sette mesi e i suoi 31 anni di contadina calabrese che della terra conosce solo la fatica per averla annusata, da bambina, addosso al padre e alla madre di ritorno dai campi. Per essersela sentita addosso, presto e poi ogni santo giorno mandato da Dio. Per essersi aggrappata a quella polvere e a quel sudore, faticando nei campi di altri, con l’immagine dei due figli piccoli a casa e del marito portato lontano dalla guerra. Poi, un giorno, in paese è arrivato chi ha detto che la terra dev’essere di chi la fatica e a Giuditta è sembrato giusto, come certe cose semplici che uno le capisce pure se non ha studiato. "E che c’è bisogno delle scuole per capire? Se tu barone lasci la terra alle capre è perché hai la pancia piena, allora è giusto che me la prendo io, che la pancia ce l’ho vuota, e la coltivo e ci campo con tutta la mia famiglia invece di partire per Lamerica". Giusto e semplice. Sì, Giuditta Levato quella cosa la capisce, e l’abbraccia, e ci crede.

Dietro ai buoi c’è un fucile e lo sgherro che lo regge. Il colpo parte e non sembra accidentale. Non la colpisce di striscio. No. La prende nel ventre grosso. In ospedale sono in due a morire. I prima di una lista di donne e uomini e ragazzi che c’hanno provato, in quegli anni, a difendere in Calabria la "terza via". Tra servire ed emigrare, lottare, rivendicare i propri diritti, occupare gli spazi, pretendere il rispetto della legge. Di più, come Antonello in "Gente d’Aspromonte", giustizia. Lo sappiamo sulla nostra pelle: non vinsero. Troppa sproporzione nelle forze schierate, più o meno chiaramente, in campo. Dietro lo sgherro, il mezzadro, dietro il mezzadro, il barone, dietro il barone, il prefetto, la Chiesa, il ministro e il presidente che quegli straccioni del Sud li preferisce nelle miniere in Belgio, piuttosto che a piantar grane a casa loro. La valigia sostituisce la bandiera. I buoi passano sul seminato tra l’eco di brindisi nei salotti di città.

Eppure, in un paesaggio inaridito da illusioni, pacchetti vari e fatalismo, i calabresi non hanno mai smesso di piazzarsi davanti ai semi, per difendere il diritto di piantarli e vederli crescere in pace, nella propria terra o nella propria vita. Con la semplicità e l’ostinazione di Giuditta. Di fronte alle armi di altri sgherri, tutti con la stessa faccia, ai loro nuovi "padroni", e ad una filiera invisibile e oscura di accoliti che dai fucili continua a portare ai salotti. Sono caduti in tanti e in tanti ancora resistono sulla "terza via" che la contadina uccisa a Calabricata aveva scelto, su quello stesso fazzoletto di terra tra speranza e sopraffazione, diritto e violenza, bagnato negli anni da troppo sangue di calabresi semplici, ostinati ed onesti. Ignorati da vivi, dimenticati da morti.

E’ vero, oggi dietro quella linea il seminato sembra essersi ridotto sempre di più, mentre attorno il deserto, di uomini, fiducia ed impegno, cresce a vista d’occhio. Divora i paesi e le coscienze. Nelle case si insegna ai bambini che non è terra buona, questa, è che c’è solo da lasciarla ai buoi e partire. Piagnistei, li ha chiamati Matteo Renzi dal Giappone. Simile a certi generali dagli stivali puliti che sferzano i fanti dimenticati sulla linea fangosa del fronte. Infastiditi dalla continua richiesta di rinforzi, indifferenti alla fatica, ai caduti, ai piccoli quotidiani atti di resistenza. Non sa di Giuditta, non sa di Rocco Gatto e di Gioiosa jonica del ’77, non sa di Giuseppe Valarioti che aveva un anno in meno di Giuditta quando lo spararono, non sa dello sciopero a rovescio di Badolato, dei commercianti di Cittanova che hanno denunciato il pizzo, non sa di Cecè Grasso e delle sue mani sporche di grasso, non conosce Rocco Mangiardi e Gaetano Saffioti, che piagnucolare non sanno cosa significhi, non sa dell’urlo contro i boss dei ragazzi ai funerali di Ciccio Vinci, non sa del carattere spigoloso dell’ingegnere Demetrio Quattrone che voleva le cose fatte bene. Si informi, poi venga sulla linea, tra seminato e buoi, a rendere omaggio ai calabresi che ci restano e che ci sono morti sopra. Il 18 agosto saranno cent’anni dalla nascita di Giuditta Levato. Qualcuno glielo segnali.

agosto 5, 2015   Commenti disabilitati su Giuditta e i piagnistei

Sale sulla ferita

REGGIO CALABRIA – Serviva una risposta forte, chiara e inequivocabile allo schiaffo di Oppido Mamertina (la statua della Madonna delle Grazie portata in omaggio al vecchio boss). E il "chiuso per inchino" era stato auspicato da molte parti, con argomentazioni a volte poliziesche e sbrigative. Indifferenti o non consapevoli, tutti, del fatto che in certi paesi il problema fosse stato risolto da anni (Polistena), che in altri fosse stata recentemente ingaggiata una lotta per depurare le processioni dalle scorie tossiche della presenza ‘ndranghetista (Sant’Onofrio, Stefanaconi), che in altri ancora, ne sono certa, parroci lontani dai riflettori abbiano affrontato musi duri e minacce, rifiutando inchini. Lo schiaffo di Oppido ha solo ricordato che il problema, in alcune zone della Calabria, sta sempre lì, come gli ‘ndranghetisti, sotto la statua della Madonna. E quello schiaffo, è vero, pretendeva una risposta. Eccola. Nella diocesi di Oppido-Palmi processioni sospese a tempo indeterminato. Impressionante sul piano emotivo. Ma è una risposta forte, chiara e inequivocabile? A me fa pensare a quel maestro che sospende tutta la classe, anche se dentro di sé lo sa – e come se lo sa! – chi è stato sbagliare, a dare quello schiaffo, a strappare il registro, perché i suoi ragazzi li conosce uno per uno. E sa pure che quella nota non servirà a fare diventare più coraggiosi i compagni che stanno zitti. Li farà sentire solo due volte vittime. Del bullo e dell’autorità. Ecco, diciamo che il direttore ha deciso di sollevare i maestri della scuola dal peso, dalla responsabilità e dai rischi della decisione. Alunni tutti sospesi. Dicono che i parroci abbiano applaudito alla decisione. No, non c’è forza in questo. O, meglio, non è un’immagine di forza che comunica. E non c’è chiarezza perché non fa distinguo. Ed è equivocabile perché non fa distinguo. E quindi rischia di spargere sale sulla ferita, alimentando vittimismo e rassegnazione, laddove serviva far scorrere il disinfettante più aspro. Mettersi sotto le statue della Madonna e dei Santi e portarsele sulla schiena con tutti i parroci della diocesi. Oppure affidarle a chi di pesi sulla schiena se ne intende: ai testimoni di giustizia, ai figli e alle figlie delle vittime di ‘ndrangheta, ai commercianti e agli imprenditori sotto scorta, alle ragazze e ai ragazzi che sulla Piana ci credono e s’impegnano per un’altra Calabria. Bastava questo a dire che no, non siamo tutti uguali. E il nome di chi ha sbagliato (portantini, preti, componenti del comitato…) lo sappiamo e lo facciamo. Gli altri, quelli che stanno zitti, quelli che stanno sugli spalti, avrebbero capito, ne sono certa. Forse qualcuno si sarebbe pure alzato, lasciando il suo vecchio posto da testimone muto per mettersi sotto la statua, da cittadino che non vuole fare inchini. Lo so, un azzardo. Ma se è vero, come diceva don Italo Calabrò, che "nel coraggio dei suoi pastori la gente ritrova il suo coraggio", è di pastori che azzardano che i calabresi non hanno mai avuto così tanto bisogno.

luglio 10, 2014   Commenti disabilitati su Sale sulla ferita

La memoria dovuta: dossier Macheda-Marino

REGGIO CALABRIA – Macheda lo ammazzarono nel 1985, sotto casa, di ritorno da una riunione di lavoro. Faceva parte della squadra della Polizia municipale impegnata nella lotta all’abusivismo edilizio. Non aveva neppure 30 anni e sarebbe diventato padre di lì a tre mesi. Marino lo freddarono nel 1993, sul corso Garibaldi, mentre vigilava sul rispetto dell’ordinanza che inibiva al traffico la principale via cittadina. Aveva 43 anni e due figlie piccole. Per entrambi, dopo gli spari, è arrivata la seconda morte toccata a quasi tutte le vittime di ‘ndrangheta: rimasti senza giustizia (dell’omicidio Marino si è autoaccusato il pentito Calabrò, ma non si conoscono mandanti e movente), i due vigili urbani di Reggio Calabria sono stati frettolosamente nascosti sotto il pesante tappeto dell’oblio collettivo. Come un elemento di imbarazzo, più che di legittimo orgoglio. Come un fastidioso sassolino nella scarpa. Intitolargli oggi la Caserma della Polizia municipale, come ha inutilmente ed in solitudine chiesto negli ultimi vent’anni il tenente Domenico Porcino, amico e collega di Marino, sarebbe un primo passo, simbolico ma importante, per sollevare quel tappeto e guardarci sotto. Là dove giacciono colpevolmente, insieme con i due vigili, decine di altri nomi e storie cancellate da una "narrazione" smemorata della città, imposta da un potere complice e accettata da una comunità silente.

IL DOSSIER – La nostra "contro-narrazione" è in questo dossier dedicato alla memoria dei due vigili urbani reggini e messo al servizio della campagna di Libera "Il ricordo lascia il segno". Partendo dalla ricostruzione delle due vicende di cronaca (anche attraverso il recupero della rassegna stampa del tempo), abbiamo provato a delineare lo scenario in cui gli omicidi sono maturati. In particolare, abbiamo puntato i riflettori sulla Reggio del "sacco alla città" degli anni Ottanta, quella in cui "comanda il partito dei palazzinari", come lucidamente e con coraggio denunciava l’ingegnere Demetrio Quattrone, altra vittima di ‘ndrangheta a lungo cancellata dalla memoria cittadina. La stessa che oggi mostra le brutte cicatrici di speculazione e abusivismo fotografate da Romina Arena ("Appalti, sangue e abusivismo nella città dolente"). Ma con il contributo del sociologo Ercole Giap Parini, intervistato da Elisa Lombardo, abbiamo anche provato a riflettere sui temi della memoria, dell’oblio e dell’importanza dei segni nella costruzione di un’identità collettiva.

I SEGNI E LA CITTA’ – "Ricordare significa rivendicare una nuova identità per sé, per il proprio collettivo, per la propria città", dice Parini. Memoria come processo identitario, quindi, e non come rito sepolcrale. Memoria che, come amiamo dire noi di Stopndrangheta.it, non si celebra ma si fa. E che per farsi ha anche bisogno di simboli, purché non vuoti o calati dall’alto. Purché, come la targa fittizia "Caserma Macheda – Marino" che circolerà on line e per le strade di Reggio in questo mese di campagna, siano capaci di raccontare storie, sollecitare impegno e tramutarsi in azioni. E possano diventare i segni di una città decisa a lasciarsi alle spalle il fumo delle "narrazioni" celebrative o accomodanti, per guardarsi senza sconti allo specchio.

IL DOSSIER "Macheda-Marino"

Giuseppe Marino, vittima del dovere di Romina Arena

Morire di mattone a Reggio Calabria: la storia di Giuseppe Macheda di Romina Arena

Fare memoria, Parini: ricordare è resistere di Elisa Lombardo

Appalti, sangue e abusivismo nella città dolente di Romina Arena

Quattrone: a Reggio comandano i palazzinari

LE FOTO

Giuseppe Macheda

Giuseppe Marino

LE GALLERIE

Reggio brutta e incompiuta. Viaggio nella città sfregiata di Romina Arena

I GIORNALI

Gli omicidi di Macheda e Marino: la rassegna stampa

LA CAMPAGNA

"Il ricordo si fa segno" – il materiale della campagna di redazione

giugno 25, 2014   Commenti disabilitati su La memoria dovuta: dossier Macheda-Marino

Fare memoria, Parini: “Ricordare è resistere”

COSENZA – Per Ercole Giap Parini (nella foto accanto), ricercatore di Sociologia generale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università della Calabria, la memoria è questione di resistenza, non di fiori deposti annualmente sulle tombe. E’ tensione dolorosa. "Ricordare significa rivendicare una nuova identità per sé, per il proprio collettivo, per la propria città". Opponendosi alle narrazioni costruite da un potere a caccia di consenso e impastate dell’oblio delle vittime di ‘ndrangheta. Esperto di sociologia della scienza, teoria sociale e sociologia della devianza, con particolare riferimento alla criminalità organizzata di stampo mafioso, in questa intervista a Stopndrangheta.it Parini parla di identità collettiva, ricordo, dimenticanza, e dell’importanza dei simboli, come strade e piazze intitolate alle vittime, "purché non diventino semplici valvole di sfogo per la coscienza".

Partiamo dai concetti di "memoria collettiva" e "identità collettiva".

«La memoria e l’identità non sono cose che possediamo. La memoria non è un sacchetto nel quale mettiamo i ricordi, come se fossero oggetti che testimoniano il passato e che devono essere riposti. Allo stesso modo, l’identità non è un contenitore dei nostri dati anagrafici, delle nostre caratteristiche somatiche e di tutte le altre cose che ci costituiscono. Non sono "cose", sono, piuttosto, dei processi. E per definirli mi piace usare il termine "tensione", perché memoria e identità ci attraversano in maniera spesso dolorosa e, a volte, contraddittoria».

Significa che memoria e identità sono mutevoli?

«Noi siamo condannati (o forse beati) a riscrivere continuamente la memoria e l’identità. Quando ricordiamo eventi del passato, lo facciamo alla luce della nostra situazione attuale. Quello che siamo stati ieri, dieci anni fa, vent’anni fa, non siamo oggi e non siamo quello che saremo tra un po’ di tempo. Questo non significa certamente negare che le esperienze passate ci hanno plasmato; semplicemente dobbiamo considerarle come parte di un flusso. La memoria è sempre declinata al tempo del presente, ricordiamo ora, in questo momento. Sta proprio qui la possibilità di concepire la memoria come forma di azione, quindi di potere e di resistenza».

Cosa vuol dire "ricordare"?

«Significa esistere, resistere, ma anche desistere. Siamo immancabilmente selettivi con il nostro passato: possiamo ricordare, ma possiamo anche dimenticare. In fondo, dimenticare è una forma di memoria che plasma – nel senso del nascondimento – il percorso con il quale costruiamo la nostra identità. L’identità si nutre di memoria. Ma anche di oblio. In certi momenti riappropriarsi di una memoria significa fare vivere con noi il passato e riscrivere il nostro presente. Significa appropriarsi della possibilità di riscrivere quello che siamo».

Che significato ha ricordare delle vittime di mafia?

«Non significa tanto portare alla luce qualcosa, magari un passato che ci ha visti in maniera differente colpevoli; significa iniettare linfa nei nostri processi identitari e ispirare corsi di azione e di resistenza. Penso naturalmente alla possibilità di (ri)costruire una identità collettiva che si alimenti di un ricordo che qualcuno ha indotto a dimenticare. Perché ricordare significa rivendicare una nuova identità per sé, per il proprio collettivo, per la propria città. Se la città ha vissuto col ricordo dell’oblio, della dimenticanza – è un ossimoro, ma neanche tanto – è perché la città, nel passato, ha voluto dimenticare, ha voluto oscurare. Che poi ha significato rinunciare all’azione e alla resistenza».

Coscientemente?

«Coscientemente e incoscientemente. Per esempio, ha voluto dimenticare le pagine brutte perché non stanno insieme con l’immagine edulcorata che i benpensanti di turno hanno voluto costruire: Reggio città del divertimento, Reggio città che si culla nel suo passato millenario glorioso, ma incapace di fare i conti con un presente strutturalmente asfittico. Oggi è cruciale riscrivere una storia che si alimenti anche di ricordi scomodi e per qualcuno imbarazzanti. Ricordare, per esempio, i vigili Marino e Macheda significa contribuire a costruire una immagine di Reggio sicuramente meno edulcorata e rassicurante, ma di città finalmente capace di resistere».

La scelta dell’oblio, della dimenticanza ha portato alla costituzione di un’identità collettiva non aderente alla realtà, si può dire così?

«Da sociologo rispondo che non esiste un’identità fasulla né un’identità genuina. Esiste, invece, la possibilità di scelta tra un’identità che vuole fare i conti con la propria storia e un’identità che, questi conti, preferisce non farli. Il fatto è che la costruzione di un’identità è spesso in mano al "potere" che elabora la propria storia guardando al consenso. E il consenso si alimenta con immagini edulcorate e rassicuranti. Il potere ha bisogno di costruire una storia celebrativa di sé stesso. Per farlo, può rispolverare miti, riscrivere storie. Da che mondo è mondo, il potere pretende controllo sulla memoria collettiva, quindi sull’identità: noi siamo questa cosa, noi siamo la Reggio dei grandi fasti, noi siamo la Reggio del chilometro più bello d’Italia e via dicendo. Nella ricostruzione celebrativa del passato vi è sempre la rimozione del passato scomodo. In questa logica il ricordo di due vittime di mafia può essere controproducente per alcuni perché dissonante rispetto a quella storia celebrativa».

Una storia a proprio uso e consumo, quindi?

«Faccio l’esempio degli storici di professione per rimarcare l’ineluttabilità di questo processo. Lo storico procede per selezioni: è lui che decide dove puntare la luce della sua torcia. Non può scrivere tutto quello che accade in una certa epoca. Sarebbe, ad un tempo, impossibile, assurdo e inutile. La storia deve essere raccontata necessariamente da un certo punto di vista. E in questo hanno peso i valori di chi la scrive, i suoi interessi e tante altre cose che lo rendono figlio di una certa epoca. Non esiste la storia raccontata oggettivamente, se per oggettività intendiamo la pura attinenza ai fatti. Ogni fatto è fatto interpretato a partire dai nostri valori, che sono come degli occhiali che inforchiamo per guardarlo. Gli storici di professione hanno il dovere deontologico di dichiarare l’ineluttabilità delle scelte fatte. Quando invece la ricostruzione della storia è fatta a fini di autocelebrazione, ecco che si tira fuori l’oggettività di quello che si racconta. Questa è la storia e nessun’altra storia è possibile. Sono espressioni tipiche di chi vuole riprodurre il proprio potere».

Torniamo alle ragioni dell’oblio. Abbiamo visto le ragioni del potere, ma quali sono quelle della "gente comune"?

«L’espressione "gente comune" non mi piace, perché è un’astrazione, una comoda semplificazione. Parliamo di persone non impegnate che sono spesso guidate dal cosiddetto quieto vivere: si è portati ad accettare certe nefandezze perché si fa parte di una grande narrazione collettiva, basata sulla rimozione del ricordo scomodo, in cui ciascuno ha qualche piccolo interesse da tutelare. È la società opaca, vischiosa. I mafiosi – che del potere sono una parte – non fondano la loro presenza soltanto sull’uso della violenza; si alimentano anche di consenso. Parlo di un consenso spesso tacito. Nel contesto in cui sono presenti, i mafiosi cercano di avere rapporti con interlocutori chiave con i quali sanciscono patti oscuri e pericolosi. È così che si costituiscono i gruppi di potere, i potentati. Intorno, c’è una pletora di persone che vive nel riflesso di quei rapporti: non condividono necessariamente le stesse colpe in senso criminale, ma godono di vantaggi riflessi, piccoli favori, insignificanti "entrature" che, in certi contesti, possono fare la differenza. Talvolta anche le cosiddette "brave persone" si adattano e mettono in conto la possibilità che alla tal persona ci si potrà rivolgere quando il figlio avrà bisogno di trovare lavoro. Chiamiamolo pure una sorta di principio di cautela! Lo scenario è una società in cui è diffuso l’oscuramento del concetto di diritto. I diritti vengono privatizzati e trasformati in favori. Questo ci riporta tristemente ad una situazione che i sociologi definiscono pre-moderna, in cui il cittadino diventa suddito del signore di turno. Proprio quel signore che pretende di costruire la memoria e l’identità di una città come di uno Stato».

E allora che fare?

«Raccontare contro-storie, operare resistenze, costruire nuova memoria, bisogna riscrivere la storia e pretendere, in questa lotta per l’egemonia, di essere ascoltati. Una città può anche avere una tendenza alla rimozione, può anche sottostare all’arroganza di un sistema che usurpa i diritti. Tuttavia una città è, anche nei suoi momenti peggiori, un corpo pulsante, in cui c’è sempre qualcuno che non ci sta e che oppone una forma di resistenza. Tali forme di resistenza producono dei cortocircuiti che portano ad innestare il ricordo della dimenticanza. In certi momenti, queste forme di resistenza sono in grado di riscrivere la storia collettiva. E quindi l’identità. Ecco perché è importante che sempre più persone possano riconoscersi in un’altra storia».

Esistono delle forme dannose di ricordo per la memoria e l’identità collettive?

«La commemorazione/celebrazione della morte può essere un "gioco" pericoloso, perché è sempre presente il pericolo che quella resistenza si trasformi in una sorta di prosecuzione della morte. Io questa la chiamo l’"antimafia reliquiaria". I mafiosi ottengono la morte fisica delle persone, la loro celebrazione ne può sancire la morte sociale. Pensiamo a quelli che oggi sono diventati degli eroi indiscussi, Falcone e Borsellino: intorno a loro c’è poca memoria critica (non critica nei loro confronti, ma critica nei confronti del sistema che ha prodotto quella strage) e c’è molta memoria celebrativa. Le persone che un tempo consideravano Falcone e Borsellino, nel migliore dei casi, dei "rompiscatole" oggi si appuntano una virtuale spilletta di Falcone e Borsellino al bavero della giacca. Ho l’impressione che l’aver fatto degli eroi di Falcone e Borsellino abbia contribuito a smussarne l’affilatezza delle armi, trasformandoli in comode valvole di sfogo per la coscienza collettiva. Quindi il modo reliquiario di intendere la memoria ha delle controindicazioni piuttosto serie. Per evitarle bisogna non commemorare o, peggio, celebrare la morte, ma tenere vivo quell’esempio perché sia ispiratore di nuove azioni. Se accanto alla produzione di nuova memoria non è scritto anche un corso d’azioni, un simbolo diventa soltanto un luogo in cui deporre dei fiori ogni anno. Sarebbe un pessimo servizio. E poi, fammi aggiungere un’altra cosa: la memoria ha senso se un pochino ci fa sentire in colpa, nel quotidiano, nel presente, nel mentre pensiamo a come agire».

I segni tangibili di memoria in una città fissano un’immagine precisa nella sua storia?

«Ciò che una città come Reggio e una regione come la Calabria devono combattere è proprio l’immagine di contesti omertosi che hanno proiettato in tutto il mondo. All’esterno l’immagine che passa è che i reggini, i calabresi non sono capaci di denunciare i propri mali. Le generalizzazioni sono sempre stupide, e degli stereotipi non ci si deve fidare. Però ho imparato, da sociologo, che dietro a ogni stereotipo c’è una radice sociale. Forse bisogna fare in modo che una reazione a questi stereotipi passi attraverso una contro-narrazione critica della propria storia. Quando amiamo qualcosa (una persona come una città) dobbiamo essere anche capaci di spietatezza. L’amore passa per la spietatezza e la nostra storia di calabresi non è una storia bella. Ma siamo in buona compagnia, perché, in fondo, non esistono storie inequivocabilmente belle. C’è chi ribatte che si rischia di fare un danno al turismo a parlare di mafia. Io rispondo che i turisti si debbono attrarre attraverso azioni orientate a rendere la Calabria più vivibile e anche più credibile. E questo implica di non nascondere scomode verità sotto il tappeto della coscienza. Altrimenti, ci si accontenti di un altro turismo, quello che io chiamo da Bbc (ricordando certi documentari ad uso del turista britannico in cerca di facili emozioni esotiche), che dipingono Reggio Calabria, ma è anche il caso di Palermo, come contesti di una mafia da souvenir, alimentata da una memorialistica cinematografica e letteraria che non fa che contribuire alla riproduzione del fenomeno».

In questi processi di continua ricostruzione della memoria e dell’identità, la lotta per imporre dei segni tangibili in città da parte di associazioni (l’intitolazione di strade o palazzi a vittime di mafia, ad esempio) è una forma di "resistenza", è il racconto di una "contro-storia"?

«Bisogna resistere raccontando altre storie possibili, contro un modo totalitario di esercizio del potere. E la presenza delle organizzazioni mafiose in certi ambienti – come ha messo in evidenza Renate Siebert – impone una forma di totalitarismo. Dove la mafia è presente, spesso i cittadini sono spinti a diventare sudditi; si tratta di un potere che si impiccia di tutto, che pretende di avere controllo sui corpi denudati dei diritti che la Costituzione garantisce. Proprio in questi contesti è importante una lotta di resistenza che produca anche simboli, ma sottraendoli al pericolo di diventare semplici valvole di sfogo per la coscienza. Come è avvenuto qualche tempo fa con quelle iscrizioni poste – pur probabilmente in ottima fede – alle porte dei comuni "Qui la mafia non entra". Considero quella operazione un modo per rendere inoffensiva la resistenza. La storia dev’essere fatta a più voci. Quanto più questo percorso è collettivo, partecipato, plurale, tanto più approssimiamo quell’ideale di oggettività che, nel nostro caso, deve coincidere con il sapere critico e diffidente nei confronti di ricostruzioni storiche a uso e consumo del potere, quello mafioso compreso. E le associazioni hanno un ruolo importante in questa forma di resistenza».

giugno 24, 2014   Commenti disabilitati su Fare memoria, Parini: “Ricordare è resistere”

Strage di Razzà: una storia di assenze, misteri e dolore

Undici piatti fondi, sei coltelli, dodici forchette e tovaglioli ricamati. Quasi svuotato, in un angolo, il bidone da 5 litri del vino. Avevano già messo mano al thermos del caffè quando fuori dalla vecchia casa colonica (nella foto) in mezzo agli aranceti era comparso, non invitato, il carabiniere: "Venite fuori con le mani alzate!". Quello che avvenne dopo, nelle campagne di Taurianova, in contrada Razzà, alle 14.00 di venerdì 1 aprile 1977, l’informativa degli investigatori lo fotografa con linguaggio asettico: "Nell’immediatezza del fatto, alle ore 15.45, il procuratore della Repubblica di Palmi ispezionò la località, rinvenendo nella radura antistante la casupola diroccata quattro morti". Due con la divisa da carabiniere, strappata in più punti, macchiata di sangue. Gli altri con il cognome Avignone, la cosca di Taurianova. L’appuntato Stefano Condello e il carabiniere Vincenzo Caruso vengono seppelliti con tricolore sulla bara, picchetto d’onore e funerali solenni. Sul petto di genitori e mogli arriva, a stretto giro, anche una medaglia d’oro al valor militare. "Non sono morti invano", garantisce il comandante generale dell’Arma. Una commossa solerzia che non entrerà mai in tribunale. Tra le parti civili costituite nel processo ai responsabili della strage di Razzà, infatti, fa notare con amarezza lo stesso presidente della Corte d’Assise di Palmi, Saverio Mannino, "non figura lo Stato, malgrado il danno anche economico provocatogli dall’uccisione di due dei suoi uomini migliori". Non è la sola assenza in quel processo. Non è la sola ombra di questa storiaccia. Undici piatti fondi, undici convitati. Il pranzo interrotto da Condello e Caruso, insospettiti dalla strana presenza di auto davanti alla casupola, è un summit. E non vi prendono parte solo latitanti e pregiudicati. Ci sono insospettabili, pezzi delle istituzioni, addirittura uomini che nel cassetto hanno una fascia tricolore, come il sindaco di Canolo, D’Agostino. Gente importante di cui bisogna coprire la fuga, anche a costo della vita. "La ‘ndrangheta è cambiata", fanno notare nelle loro analisi i corrispondenti dei quotidiani nazionali. Ora maneggia appalti, subappalti, connivenze istituzionali, affari fuori dai confini regionali (uno degli Avignone è catturato a Roma). Ma neppure gli "insospettabili" entreranno mai in tribunale. Insomma, assente lo Stato, invisibili i complici istituzionali, in carne, ossa e dolore, a portarsi il peso della strage e dei misteri di Razzà, restano solo i familiari. E qualcuno, sotto quel peso, ci finirà schiacciato. "Vittima della mafia e dello Stato. Ho chiesto aiuto e nessuno me l’ha dato. Non posso più sopportare il male che mi ha fatto questo mondo", lascia scritto Rosaria, prima di uccidersi nel 2005. E’ la sorella di Vincenzo Caruso i cui familiari – il padre Mariano, di 92 anni, la madre, Maria Buccheri, di 85, e la nipote, Lorena Lupo, di 33 anni, figlia di Rosaria – oggi chiedono allo Stato un risarcimento postumo, attraverso il fondo di rotazione, che riconosca al carabiniere il titolo di "vittima dei reati di tipo mafioso". Trentasette anni dopo.

aprile 29, 2014   Commenti disabilitati su Strage di Razzà: una storia di assenze, misteri e dolore

Lo Statale Jonico ovvero la Calabria che ride di sé

Lo Statale Jonico è una pagina facebook, ma anche un blog, che mira a promuovere l’emancipazione della satira in Calabria. Gli ideatori – il reggino Isidoro Malvarosa e il catanzarese Antonio Soriero – hanno trent’anni, lavorano nel mondo della comunicazione e vivono a Roma. Sono loro i creatori del primo esperimento di satira calabrese 2.0. Li abbiamo intervistati per capire come sia possibile combattere gli stereotipi scherzando su tutto quello che riguarda la Calabria, ‘ndrangheta compresa.

Com’è nato Lo Statale Jonico?

"Volevamo fare qualcosa per emancipare la satira calabrese, per tirarla fuori da quella chiusura mentale che impone o che si parli bene della Calabria o che se ne parli male in maniera grottesca. Volevamo creare una satira pungente, senza confini politici, che parlasse anche di ‘ndrangheta e fosse in grado di coinvolgere un alto numero di utenti. A marzo 2013 abbiamo creato la pagina facebook "Lo Statale Jonico". Il nome rappresenta un’idea: l’eterno sogno calabrese del lavoro sicuro, quello statale appunto a cui abbiamo solo aggiunto l’aggettivo jonico. Per qualche tempo abbiamo mantenuto una sorta di anonimato, poi ad agosto abbiamo presentato il progetto a Podargoni, nel corso del DeaFest e ad ottobre abbiamo creato il blog per raccogliere le battute che altrimenti andrebbero perse su facebook. L’idea principale era ed è, quella di fare satira parlandone da Sud perché, anche se viviamo entrambi a Roma, non soffriamo del complesso dell’abbandono della terra natia né temiamo l’eroismo del giorno dopo di chi rimane. Piuttosto che credere a chi dice che vivendo fuori non avremmo diritto a parlare della Calabria, restiamo convinti che il nostro contributo può essere fornito proprio attraverso lo Statale".

Raccontare la Calabria con lo strumento della satira serve anche ad emanciparsi dallo stereotipo calabrese nazional popolare?

"La nostra vita quotidiana è influenzata da questo stereotipo, spesso un po’ ingombrante. Crediamo che per realizzare questa emancipazione serva aprirsi all’esterno, tanto che un altro possibile sottotitolo per Lo Statale potrebbe essere "per la sprovincializzazione della satira" ossia il tentativo di affermare un certo tipo di satira che non c’è mai stato. L’unico modo per migliorare è aprire i propri orizzonti, differenziandosi dal solito immaginario comico calabrese che parla solo di ‘nduja e sottoli. Vogliamo che diventi normale scherzare in maniera pungente e concreta sulla Calabria, perché è chiaro che un popolo che non riesce a ridere di sé stesso è narcotizzato. Ci distinguiamo da altre pagine perché la nostra è una satira antagonistica al Sud che punta a colpire i problemi della Calabria, senza paura di risultare offensiva ma sempre con l’intento di provocare. I problemi ci sono e noi vogliamo poter far satira su tutto: ‘ndrangheta, sanità, immigrazioni. È un approccio amaro, critichiamo la Calabria amandola.

C’è un target particolare tra coloro che vi seguono su Facebook e sul blog?

"Una volta lanciata la pagina, abbiamo evitato volutamente promozione per ottenere consensi forzati, volevamo che si arrivasse autonomamente alla nostra pagina con la predisposizione adatta a capire il tipo di satira che proponiamo in modo da sentirci sempre liberi di scrivere, mantenendo un certo disincanto e mai sovraccaricando i temi sui quali scherziamo. La satira comporta sempre un sorriso amaro, a volte una certa cattiveria di fondo che può risultare anche difficile a chi è più chiuso e magari è contento dello status quo. Noi però non puntiamo ad essere amici di tutti, gratificati e gratificanti, ma vogliamo dire la nostra nel nostro stile. Oggi sono circa 900 le persone che ci seguono – molti anche non calabresi – e che ridono con noi dei falsi invalidi, dei bilanci truccati, della mala gestione politica. Stiamo intaccando questi sepolcri intoccabili".

Ci siamo abituati a ridere della Calabria raccontata spesso in modo grottesco, da Rocco Barbaro a Lillo e Greg passando per Franco Neri. La vostra satira, che richiama l’irriverenza di Spinoza, è invece un prodotto originale. Vi siete ispirati a qualcuno in particolare?

"Lillo e Greg, cosi come Franco Neri, tendono ad essere molto caricaturali. Una figura di riferimento è Nino Frassica che comunque è messinese. Lo stile satirico di Spinoza, rapida efficacia, ci ha sicuramente stimolato. Non c’è comunque un punto di riferimento definito, ma dal momento che lavoriamo entrambi come comunicatori, è il mezzo che ci ha incuriosito: arrivare a tante persone in maniera breve attraverso post o articoli di blog. Quindi, piuttosto che guardare indietro, cerchiamo di aprire una strada guardando avanti e restando fedeli al nostro stile".

"Aeroporti Lamezia e Reggio: presentate nuove rotte internazionali. Dal prossimo mese di maggio emigrare sarà più semplice". Per restare in Calabria bisogna sapersi prendersi poco sul serio?

"Crediamo fortemente in una Calabria differente, dove si possa operare e lavorare, altrimenti avremmo creato una pagina intitolata "Lo statale rassegnato". Si tende a prendersi molto sul serio quando c’è da allinearsi a determinati interessi di potere o quando ci si ritrova a fare l’eroe di cartone che difende a spada tratta la propria terra dagli attacchi esterni, ma non si riesce ad avere quella serena soddisfazione rispetto alla propria condizione che è l’unica chiave utile all’emancipazione. Anche se siamo convinti che bisogna prendersi poco sul serio, spesso ci pesa fare qualche battuta. Sappiamo però che è normale che la satira faccia incazzare, per cui la contro domanda può essere: è possibile dire che non è vero che si emigra dalla Calabria? Se la situazione è questa, perché non ci possiamo scherzare? Qualcuno ci ha detto che a volte siamo pesanti, ma chi riesce ad andare oltre battute, capisce che partire da un dato di fatto è la quintessenza del nostro stile. E poi di fondo c’è sempre un grande amore per la Calabria. Possiamo essere eccessivi o anche cattivi, ma mai ipocriti o falsi".

"La ‘ndrangheta preoccupata dall’arrivo dell’ora legale" ci fa sorridere, ma quanto è facile o difficile distruggere il falso mito dell’organizzazione criminale più potente?

"La nostra posizione è sempre tra le righe, non facciamo mai nomi e cognomi perché non siamo giornalisti di inchiesta e non è compito nostro. Il nostro obiettivo è toccare tutti gli argomenti che riguardano la Calabria, quindi non abbiamo grandi difficoltà a scrivere battute dal momento che la ‘ndrangheta è una delle protagoniste principali del teatro calabrese assieme alla disfunzione della Regione, all’inquinamento e a tante altre tematiche. Quando è scoppiato il polverone sulle armi chimiche al Porto di Gioia Tauro abbiamo voluto sottolineare il fatto che da lì sono sempre transitate forniture di droga e armi e che i nostri mari sono pieni di rifiuti per cui avevamo scritto "per la prima volta i rifiuti chimici vengono smaltiti al di sopra del livello del mare". La ‘ndrangheta cerca sempre di fare paura, di inculcare il brutto dentro di noi. Invece parlarne, riderne, normalizzarla anche senza entrare sul personale, non solo è un vantaggio col minimo rischio per noi, ma riesce a danneggiare la struttura ‘ndranghetista. L’ipocrisia di chi vuole sottolineare solo i lati positivi della Calabria è anche frutto di un certo tipo di omertà, di quel sentirsi vittime della ‘ndrangheta dimenticandosi che è pur sempre un prodotto calabrese".

Programmi per il futuro?

"La scelta è di non rimanere fine a se stessi ma dare continuità allo statale perché facebook è il mezzo, non il fine. Il nostro ideale sarebbe diventare l’inserto di un giornale calabrese che pubblichi magari la Domenica dello Statale. Collaboriamo già con Radio Antenna Febea che ogni venerdì presenta una selezione delle nostre battute nel programma Satiricon Valley. Abbiamo rifiutato l’offerta di un giornale online, anche perché non vogliamo essere limitati da eventuali legami politici. C’è stata una proposta da una casa editrice per la pubblicazione di un e-book ma diciamo che alla base c’è anche un po’ di sana pigrizia calabrese per cui, stiamo ancora pensando al da farsi".

Saverio Strati in un’intervista ha definito la calabresità come "un misto di ostinazione, lealtà, rancore e senso altissimo dell’onore", voi come la definireste?

"La calabresità può essere riassunta dall’eccellenza calabrese che viene sbandierata come un’eccezione eroica, dagli esempi di meschinità e grettezza, dall’abitudine a fare il massimo col minimo sforzo. Parafrasando Campanella, sono tre i mali estremi dell’essere calabrese: rassegnazione, vittimismo e senso di inferiorità, ma visto che il calabrese vuole essere parlato, noi gli parliamo con la Satira".

Facebook Lo Statale Jonico

Il blog http://lostatalejonico.wordpress.com/

Sul tema satira e ‘ndrangheta: Dormono sulla collina – il dossier

aprile 19, 2014   Commenti disabilitati su Lo Statale Jonico ovvero la Calabria che ride di sé

La lunga infamia: i bambini ammazzati dalla ‘ndrangheta

E’ una lunga infamia. Senza interruzioni, senza rimorsi. Un’infamia che non nasce per errore, che non rappresenta una successione di eccezioni alla regola. Semplicemente perché di regole non ce ne sono e non ce ne sono mai state, con buona pace di chi si balocca, per ignavia, ignoranza o cattiva fede dietro il presunto "onore" mafioso. I bambini, dalla ‘ndrangheta, sono stati rapiti, torturati, ammazzati, sfigurati a colpi di lupara in faccia, bruciati, sepolti sotto la calce viva. Ecco un elenco, di certo parziale, di una strage dimenticata, rimossa, negata. Per non dire, e non dover mai più sentire, che la ‘ndrangheta non ha mai toccato i bambini.

Domenica Zucco, 3 anni: colpita all’addome nell’agguato contro il padre. Muore a San Martino di Taurianova il 3 ottobre 1951.

Concetta Lemma, 16 anni: viene ammazzata a colpi di lupara mentre si trova in casa, a Feroleto della Chiesa, l’11 gennaio 1964. E’ vittima di una vendetta di faida.

Cosimo Gioffrè, 12 anni: ucciso nella notte del 18 gennaio 1965 a San’Eufemia d’Aspromonte mentre dorme nel letto con la madre e con altre tre fratelli.

Giuseppe Bruno, 18 mesi: colpito da due pallettoni alla testa nell’agguato contro il padre. Muore l’11 settembre 1974 a Seminara.

Salvatore Feudale, 10 anni: assassinato in piazza Mercato, a Crotone, insieme con il fratello diciannovenne. E’ il 20 settembre 1973.

Michele e Domenico Facchineri, 9 e 10 anni: trucidati a colpi di lupara il 13 aprile 1975 a Cittanova.

Giuseppina Pangallo, 3 anni: ammazzata il 12 dicembre 1975 a San Giovanni di Sambatello mentre si trova in macchina con la madre.

Graziella e Maria Maesano, 9 anni: uccise a Le Castella (Crotone) il 21 settembre 1982 nell’agguato che ha per bersaglio lo zio Gaetano.

Rocco Corica, 7 anni: viene ucciso a Taurianova nell’agguato che il 29 settembre 1976 ha per bersaglio il padre. Il suo volto è sfigurato dai proiettili.

Pasqualino Perri, 12 anni: ammazzato in un ristorante di Rende, il 27 ottobre 1978. Il bersaglio dei killer era il padre.

Giovanni Canturi, 13 anni: il 9 novembre 1982 viene ucciso a Caraffa del Bianco mentre accudisce gli animali insieme con lo zio, vittima designata dei killer.

Domenico Cannatà, 11 anni e Serafino Trifarò, 14 anni: uccisi in un agguato a San Ferdinando la sera del 4 novembre 1983.

Gianluca Canonico, 10 anni: ferito a morte, il 3 luglio 1985, in un conflitto a fuoco mentre sta giocando a pallone nel cortile di casa, a Reggio Calabria.

Michele Arcangelo Tripodi, 12 anni: sequestrato e ucciso a San Ferdinando il 18 marzo 1990. E’ vittima di una vendetta trasversale.

Marcella Tassone, 9 anni: la sera del 22 febbraio 1989 viene trucidata mentre si trova in macchina con il fratello, a Laureana di Borrello. In faccia le sparano sette colpi.

Andrea Bonforte, 15 anni: ucciso all’alba del 2 gennaio 1990 a Catona, nella periferia nord di Reggio. L’obiettivo era il fratello.

Letterio Nettuno, 15 anni: sequestrato, torturato, sgozzato il 5 gennaio 1991 dalla cosca Latella-Ficara.

Domenico Catalano, 16 anni: ucciso in un agguato il 1 settembre 1990 nel quartiere Archi Cep, nella zona nord di Reggio.

Arturo Caputo, 16 anni: sta mangiando una pizza in un locale di Strongoli, nel Crotonese, la sera del 4 luglio 1990. Finisce sulla traiettoria dei killer che hanno per bersaglio un pregiudicato della zona.

Saverio Purita, 11 anni: il 23 febbraio 1990 sparisce da Vibo. Lo troveranno ammazzato e con il corpo semicarbonizzato.

Francesco Pugliese, 13 anni: scomparso da Vibo il 2 gennaio 1983.

Luca Cristello, 14 anni: scomparso da Francica, nel Vibonese, il 17 maggio 2002.

Elisabetta Gagliardi, 9 anni: ammazzata con due colpi di pistola in testa a Palermiti il 7 settembre 1990. I killer cercavano il padre e, in sua assenza, si sono accaniti sulla figlia e la moglie, Maria Marcella, uccisa anche lei.

Nicholas Green, 7 anni: il 29 settembre 1994 viene ferito a morte, in un tentativo di rapina, mentre si trova in auto con la famiglia sulla Sa-Rc.

Mariangela Ansalone, 9 anni: ammazzata l’8 maggio 1998 ad Oppido Mamertina, insieme con il nonno. La macchina su cui si trovavano era stata scambiata dai killer per l’auto dei rivali.

Paolino Rodà, 13 anni: ucciso il 2 novembre 2004 nelle campagne di Ferruzzano, insieme con il padre.

Dodò Gabriele, 11 anni: è il 25 giugno del 2009 a Crotone e Dodò sta giocando a pallone in un campo di calcetto. I killer che entrano in azione sparano all’impazzata. Ferito alla testa, Dodò morirà dopo tre mesi di agonia.

Nicola Campolongo, 3 anni: sparito da Cassano allo Jonio il 15 gennaio 2014, insieme con il nonno, il pregiudicato Giuseppe Iannicelli e la sua compagna Ibtissa Touss. Il suo corpo, insieme a quello dei due adulti, è stato ritrovato il 19 gennaio 2014 all’interno dell’auto del nonno. Carbonizzato.

Per un approfondimento: nomi e storie delle piccole vittime di ‘ndrangheta sono stati pazientemente e dettagliatamente ricostruiti da Danilo Chirico e Alessio Magro in "Dimenticati" (Castelvecchi, Roma 2011) nel capitolo "Troppo piccoli per morire" (pagg. 385-423)

gennaio 19, 2014   Commenti disabilitati su La lunga infamia: i bambini ammazzati dalla ‘ndrangheta

La musica che cambia – il dossier

REGGIO CALABRIA – C’è una "musica" che non cambia, a Reggio Calabria: è frequente, monotona e preferisce la notte. Tra i 3 e il 4 novembre si è levata, con il breve lamento delle sirene, il crepitio del legno bruciato ed il soffio degli estintori, dalla pineta Zerbi, all’ingresso nord della città, a pochi passi dal porto e dal lungomare. Le luci dell’alba, però, hanno chiarito che qualcosa, a Reggio, sta cambiando, se non altro nei destinatari della "musica". Niente negozi, auto o beni confiscati, questa volta. Il rogo appiccato nella notte, con tanto di tanica lasciata sul posto come firma, ha fatto scempio del Museo dello strumento musicale che da vent’anni, presso i locali dell’ex stazione lido, mescola attività di raccolta, laboratori e ricerca musicale (Vent’anni di musica nel cuore di Reggio: la storia del Mustrumu di Patrizia Riso). Un presidio culturale, insomma, aggredito in modo violento (centinaia gli strumenti distrutti dalle fiamme), forse per punire, forse per soffocare e spegnere. E’ già successo. Come ricostruiamo in questo dossier attraverso la cronistoria degli attentati incendiari degli ultimi anni (Assedio agli spazi della cultura: cronaca di tre anni di roghi di Cristina Riso), c’è una scia che puzza di benzina e che sembra minacciare luoghi ed esperienze aggregative. Spazi che spesso sono piantati, come un’ostinata oasi di resistenza, nel cuore di zone "appetitose" sul piano della speculazione edilizia: è quanto accade proprio al Museo dello Strumento musicale (Un’oasi tra degrado, abusivismo e progetti milionari di Romina Arena), schiacciato tra hotel abusivi e progetti faraonici, in un’area in cui dominano degrado e prostituzione. Ma a cambiare, fortunatamente, è anche altro: è la musica che parte quando si sono spente le sirene. Sempre meno sussurrata, flebile. Sempre più assordante, urlata, corale. Le iniziative di solidarietà scattate poche ore dopo il rogo – l’assemblea aperta nel pomeriggio del 4 novembre, la pulitura collettiva degli strumenti il 10 novembre, la raccolta fondi – dicono che una parte di Reggio ha voglia di cambiare spartito (Reggio risuona di solidarietà di Patrizia Riso). Magari sfilando con un strumento in mano lungo le vie del corso Garibaldi, come invitano a fare nel pomeriggio del 16 novembre gli organizzatori di "Suona Reggio, suona".

Vent’anni di musica nel cuore di Reggio: la storia del Mustrumu di Patrizia Riso

Reggio risuona di solidarietà di Patrizia Riso

LE MAPPE

Un’oasi tra degrado, abusivismo e progetti milionari di Romina Arena

Assedio agli spazi della cultura: cronaca di 3 anni di roghi di Cristina Riso

LE GALLERIE

Fiamme al Museo dello Strumento musicale di Romina Arena

I tesori del Mustrumu risorgono dalle ceneri di Romina Arena

Dal porto al lido, tra degrado e abusivismo di Romina Arena

MUSICA E CRIMINALITA’

Non sono solo canzonette di Francesca Chirico

novembre 15, 2013   Commenti disabilitati su La musica che cambia – il dossier