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Category — racconti

Vacanze in campo

C’è una Calabria che si muove e vibra di un fermento libero e creativo. Che balla al suono di una musica speciale e che sente – vivo – il rumore del cambiamento. E c’è un’estate, in Calabria, in cui il divertimento coincide con l’impegno ed il lavoro significa rinascita. Estate, in questa Calabria, significa riscoprire i luoghi, restituendo loro l’identità perduta e portando avanti una memoria che và tramandata. Non si può negare: c’è davvero una Calabria che si muove. E a scuoterla sono tante realtà che – con entusiasmo, coraggio e passione – testimoniano che scegliere da che parte stare non è poi così difficile. Campi di lavoro sui beni confiscati alle mafie, escursioni organizzate da associazioni e cooperative che mescolano natura, impegno antimafia e memoria. Spiagge "libere" e borghi solidali. Ragazzi e ragazze che costruiscono realtà nuove, insieme, in un cambio di prospettiva che li porta ad essere protagonisti e li spinge ad andare avanti.

I campi di volontariato – Cresce di anno in anno il numero dei partecipanti ai campi di volontariato in Calabria. Tra le esperienze più consolidate quella di "E!STATE LIBERI", i campi sui terreni confiscati alle mafie organizzati da Libera in collaborazione con l’Arci e con l’apporto delle tante realtà associative che credono e appoggiano un progetto il cui obiettivo principale è diffondere una cultura fondata sulla legalità e giustizia sociale che possa efficacemente contrapporsi alla cultura della violenza, del privilegio e del ricatto. Un messaggio concreto, che trova attuazione nel lavoro sui beni un tempo appartenuti alle cosche, luoghi simbolo del potere mafioso che adesso divengono liberi e produttivi. E un esempio di come sia realmente possibile ricostruire una realtà sociale ed economica fondata sulla legalità, con la comunità che si riappropria di ciò che le era stato tolto. La legge 109 sul riutilizzo dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, in vigore dal 7 marzo 1996, ha segnato una svolta epocale nel contrasto alle mafie nel nostro Paese. Un grande successo per lo Stato, per la rete di Libera e per tutti i cittadini che avevano sostenuto con un milione di firme la petizione popolare a sostegno della proposta di legge. In tutti questi anni centinaia di ettari di terreni, ville, appartamenti e altri beni immobili si sono trasformati in cooperative sociali, sedi di associazioni, comunità di accoglienza , centri culturali. Proprio come è successo a Polistena, nella Piana di Gioia Tauro. Lì, nel 2004, è nata la cooperativa sociale "Valle del Marro" su un terreno confiscato alla ‘ndrangheta, a conclusione del progetto "Uso sociale dei beni confiscati nella provincia di Reggio Calabria" promosso da Libera e finanziato dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Un segnale concreto di rinascita territoriale e culturale. Ed è lì, tra quei campi sterminati e sotto un sole che picchia, che Libera ha iniziato l’avventura dei campi di lavoro sui beni confiscati. A raccontare quei primi passi don Pino Demasi, referente regionale di Libera e socio fondatore della cooperativa sociale "Valle del Marro – Libera Terra": «L’idea dei campi è stata la naturale conseguenza della legge sul riutilizzo sociale dei beni confiscati proprio per dare a quei beni un valore aggiunto, per farli diventare beni degli altri, di tutti». Un modo per raccontare questa terra, martoriata dalle sofferenze ma anche proiettata verso un cambiamento possibile. Un grido per dire che questa terra è "cosa nostra". Giovani che partono da tutta Italia e che, come ha sottolineato don Pino «attraverso questa esperienza condivisa uniscono l’Italia. Proprio in un momento così difficile per il nostro paese, diviso da lotte intestine, questi giovani danno una speranza di crescita». Un gemellaggio che và oltre i preconcetti alimentati dai luoghi comuni e che dà la possibilità ai ragazzi che arrivano qui di vedere e conoscere la realtà calabrese: «I ragazzi vengono dal nord con un’idea sbagliata e, terminata l’esperienza, vanno via portando con sé il bello che c’è in Calabria. Tornando a casa – dopo aver preso coscienza che il problema delle mafie, purtroppo, non riguarda solamente il Sud Italia – raccontano un territorio positivo e decidono di impegnarsi attivamente nelle loro città. Poi ritornano, più convinti di prima: le adesioni, negli ultimi anni, sono notevolmente aumentate e questo è il segno di una gioventù sana che vuole partecipare. Grazie ai campi, alla memoria (attraverso il ricordo delle vittime, le testimonianze e la formazione) e alla legge sui beni confiscati Libera ha cambiato – almeno in parte – il volto dell’Italia». Sono, dunque, sempre più numerosi i ragazzi – provenienti da tutte le parti d’Italia – che decidono di fare questa esperienza in cui si mescolano divertimento, entusiasmo e sudore (il lavoro agricolo e la sistemazione di un bene richiedono impegno). Ma anche capacità di ascolto e voglia di capire, perché – dopo la fatica e il riposo – anche la mente và nutrita: incontri di informazione/formazione sui temi della lotta alla mafia e la partecipazione a laboratori ed incontri di educazione alla legalità con riflessioni e testimonianze significative di resistenza alla mafia nei vari contesti territoriali, danno la spinta e le motivazioni giuste per andare avanti.

Luoghi di speranza – Non solo Polistena, però. Da sei anni Pentedattilo (Melito Porto Salvo) si anima con i Campi del Sole, organizzati dall’Arci in collaborazione con l’associazione Pro Pentedattilo, Libera Reggio Calabria e l’Agenzia dei Borghi Solidali. Tanti giovani che, resistenti alle alte temperature estive, fanno interventi di sistemazione di villa Placanica – bene confiscato alla ‘ndrangheta – e dei frutteti. A Condofuri, per il campo organizzato dall’Arci (Comitato Territoriale di Reggio Calabria) con la cooperativa Ichora, Libera, Borghi Solidali e la collaborazione dell’associazione Look Around You, i ragazzi lavorano e praticano la "cittadinanza attiva". A Caulonia, in ricordo di Angelo Frammartino, si parla di "pace e diritti". A Riace, paese simbolo dell’accoglienza dei migranti globali, per il secondo anno successivo l’Arci-Comitato Territoriale di Reggio Calabria, insieme a Spi-Cgil, Libera, Cooperativa I-Chora e Stopndrangheta.it, ha organizzato i suoi campi-laboratorio estivi. Occasioni uniche per incrociare esperienze di lavoro a fianco dei rifugiati con momenti di riflessione ed approfondimento. E, ancora, Cirò Marina (KR), Isola Capo Rizzuto, (90 ettari di terreni produttivi e due beni immobili da cui ripartire), Cutro (in collaborazione con il WWF) e Gioiosa Jonica, dove quest’anno il campo di Libera Locride, dedicato a Lollò Cartisano, ha permesso la riqualificazione, e la riappropriazione, di un bene intitolato a Vincenzo Grasso. Riappropriarsi, potrebbe essere questa la parola chiave: i campi sono la naturale prosecuzione della confisca e del riutilizzo a fini sociali. Costituiscono la riappropriazione della comunità attraverso l’impegno diretto e restituiscono identità e dignità a un luogo. E questi luoghi tornano a vivere: diventano il simbolo di una lotta sana in cui le armi sono gli attrezzi da lavoro e sono l’esempio di come – anche in territori difficili – a prevalere sia la parte onesta della società.

agosto 16, 2013   Commenti disabilitati su Vacanze in campo

A Lazzaro dove la spiaggia è “libera”

In Calabria c’è un’estate diversa, fatta di scelte consapevoli e di prese di posizione. Ma anche di divertimento "alternativo" e di una sana spensieratezza, vissuta nella condivisione e nell’amore per un territorio che ha tanto da offrire. In Calabria anche la scelta della spiaggia da frequentare può diventare un segno. Un esempio? A Lazzaro, nel comune di Motta San Giovanni, due anni fa è nata la spiaggia libera di Filippo Cogliandro, lo chef calabrese che nel 2008 ha deciso – con le conseguenze e le difficoltà del caso – di ribellarsi alla legge del "pizzo", denunciando i suoi estorsori e intraprendendo un percorso di testimonianza che lo ha visto affiancato anche da don Luigi Ciotti con l’associazione Libera. La spiaggia libera è proprio lì, di fronte al suo ristorante "L’Accademia", simbolo di una lotta che è assolutamente possibile. «Quando don Ciotti è venuto qui a cena – ha raccontato Filippo – mi ha chiesto se la sabbia l’avevano portata con i camion. Io risposi che l’aveva mandata il Padreterno e il suo sguardo si è illuminato. Mi disse: "allora è la spiaggia di Libera». Un lido aperto a tutti, libero, appunto. Il Comune di Motta San Giovanni – uno dei primi a costituirsi parte civile al processo di Filippo Cogliandro contro i suoi estorsori – ha concesso concesso gratuitamente all’imprenditore l’uso di quello spazio, grazie alla legge sul sostegno agli imprenditori che denunciano il racket. Un luogo di divertimento, nato dall’amore per la propria terra. Ma anche un’opportunità di rilancio per tutto il territorio. A Reggio – lo sottolinea lo chef – c’è voglia di legalità. C’è sempre una maggiore attenzione che porta i cittadini ad avvicinarsi sempre di più ad un consumo critico, favorendo le imprese "pizzo free". E c’è la voglia di dimostrare che prendere posizione – decidere da che parte stare – può essere semplice come fare un bagno a mare. Bisogna solo volerlo.

agosto 15, 2013   Commenti disabilitati su A Lazzaro dove la spiaggia è “libera”

La “rota”, il ricino e la bellezza dell’altra Calabria

REGGIO CALABRIA – Ragazzi in cerchio ed un uomo con la sua chitarra che li allieta con una canzone. Sguardi, storia, emozioni che si intrecciano a ritmo della stessa melodia. Quest’uomo è un cantastorie, è Giovanni Favasuli, esperto e conoscitore della cultura grecanica che incanta questo piccolo pubblico con una delle sue poesie "Facimu rota". Ci troviamo in quel di Pentedattilo, dove si sta svolgendo un campo lavoro che coinvolge molti ragazzi altoatesini e una piccola rappresentanza della popolazione locale, io e Chiara. Il cerchio, la "rota", secondo me è la parola chiave del nostro percorso: è nel fare cerchio che ognuno prende una posizione, si mette in gioco, tira fuori ciò che di buono ha per condividerlo con gli altri. Io e Chiara ci siamo avvicinate a questa realtà grazie al gruppo Libera Giovani e abbiamo subito risposto con entusiasmo alla proposta di partecipare a questo campo. È proprio lo stesso entusiasmo che mi ha accompagnata per tutta la settimana e che mi spinge adesso a scrivere poche righe per condividere questa meravigliosa esperienza. Il contatto con ragazzi e ragazze lontani dalla realtà calabrese mi ha permesso di guardare con occhi diversi il contesto in cui vivo, riscoprendo una bellezza che ho sempre trascurato. Credo sia proprio questo l’errore di noi calabresi: sottovalutare. Sottovalutare la nostra terra, le nostre tradizioni, la nostra cultura e soprattutto noi stessi. Forse proprio grazie a questa condizione la ‘ndrangheta ha messo radici, apparendo come l’unica via per sopravvivere e paradossalmente come unica fonte di sviluppo. In questa settimana ho incontrato tante persone tutte diverse: esponenti delle forze dell’ordine, imprenditori che si sono ribellati al pizzo, coordinatori di associazioni, scrittori, giornalisti, volontari. Nei loro occhi ho letto la voglia di cambiare, l’immagine di una Calabria che spera, che "fa sorgere il bene". Le nostre giornate sono state scandite dalla raccolta nei terreni confiscati alla mafia del ricino, una pianta infestante dalle radici insidiose che metaforicamente potrebbe rappresentare il fenomeno della ‘ndrangheta: l’impegno nell’estirpare la "malapianta" che attecchisce nel suolo arido e la speranza, che nonostante il caldo e la fatica, ci spinge a continuare. Anche i ragazzi altoatesini sono stati rapiti dalla bellezza della Calabria: il mare, il sole, le colline brulle, l’accoglienza della gente. Adesso abbiamo un motivo in più per lottare e sappiamo che nella battaglia contro la ‘ndrangheta i nostri amici altoatesini sono con noi. In questi giorni ho sperimentato la bellezza di conoscere, di scoprire, di creare legami, di lottare e mi impegnerò a difenderla perché come dite voi di stop’ndrangheta: "Un altro Sud può ancora esserci".

luglio 3, 2012   Commenti disabilitati su La “rota”, il ricino e la bellezza dell’altra Calabria

Rc-Archi, 20 anni dopo: più nero che bianco

Camminare per la città di Reggio Calabria è come attraversare un’anomalia complessa cresciuta senza criterio dentro se stessa. Caotica e confusa. L’aria da città moderna è una macchietta che spezza il sorriso appena varcate le porte della periferia. L’impressione è quella di una rassegnata consapevolezza apertamente svelata dei propri mali; un’accettazione che fa spallucce nonostante la cappa pesante che oggi, come ieri, grava sulla città impedendo una primavera della quale, qui, si avverte solo un tenue profumo smorzato e lontano. Non c’è storia che tenga. Né marcia che lasci il segno. Ed è proprio di una marcia emblematica che vogliono ricordare le tappe queste foto: la mitica Reggio-Archi, come ormai la ricordano tutti. Tanti chilomentri che moltissima gente volle mettere tra sé e la ‘ndrangheta che in quegli anni mostrava spavalda i suoi muscoli. Ciò che resta oggi di quella esperienza così significativa, però, è l’indifferenza della gente che arranca nel suo quotidiano e si accontenta di alimentare il proprio microcosmo e sopravvivere facendo finta che gli squarci non esistano. E nemmeno la memoria. Non è un azzardo dire che Reggio è più periferia che centro, più degrado che metropoli. Più nero che bianco. La città è un budello accartocciato in se stesso, su se stesso e al di sopra di se stesso senza logica né raziocinio che queste foto attraversano simbolicamente partendo dalle officine Omeca (oggi Ansaldo Breda) e fiancheggiando lo stadio che al tempo della marcia era poco più di un campo di calcio di periferia (galleria fotografica). Oggi no, la squadra cittadina è cresciuta in merito e con essa anche lo stadio che racchiude in sé il cuore sportivo della città (foto 1). Proprio davanti allo slargo c’è un viale alberato che pare abbracciarti (foto 2) e che sbuca sul ponte del Calopinace (foto 3 e 6). Gli alberi che si chiudono tra loro contro il cielo formando una galleria naturale sembrano il preludio ad una favola. Ma sono favole arcigne, quelle di Reggio, che defluiscono sbattendo contro gli argini dei torrenti. Argini come quelli del torrente Calopinace (foto 4) che attraversa come una devastante vena aperta la città, partendo dal seno selvaggio dell’Aspromonte. Un tempo era il fiume alla cui foce approdarono i coloni greci che nell’VIII secolo fondarono la Reghium. Oggi è una discarica abusiva, che le favole non sempre finiscono bene. Qui, in questo spezzone di periferia a ridosso del centro, non resta traccia della marcia, non resta traccia della sua carica simbolica in una "metropoli" che lotta per sopravvivere a se stessa e che incespica sui suoi stessi passi. Superato il ponte col torrente che gli langue sotto e le sue immondizie ci si trova nel salotto buono, subito dopo Piazza Garibaldi e la Stazione centrale, ormai ricettacolo di quegli ultimi che della terra spazzolano solo briciole rafferme. Il corso (foto 8) è la passerella della città che si pavoneggia e si lustra gli occhi nello struscio che dal Duomo (foto 6 e 7) si spinge fino a Piazza De Nava, verso la zona nord. Il caleidoscopio dei lustrini, però, non va oltre il centro più stretto; perde il suoi colori sulla soglia della nuova periferia. Neanche il tempo di rifarsi gli occhi con le vetrine sbrilluccicanti che il panorama ritorna grigio, anonimo e infido. È il potere delle illusioni. Archi (foto 10) è un altro pianeta, un microcosmo che un tempo faceva comune a sé, prima del decreto Grande Reggio del 1927 che accorpava tutte le parti appendicolari a ridosso della città. Questo piccolo viaggio virtuale finisce lì dove approdò la marcia, nel quartiere più recente di Archi, il Cep (foto 9), un grosso complesso di edilizia popolare che negli anni della seconda guerra di ‘ndrangheta vide mutare il suo acronimo in Centro Esercitazione Pistoleri. Come dare torto. Da allora non è cambiato nulla, Reggio ha moltiplicato i suoi problemi ed i suoi morti ammazzati e lascia a noi che la viviamo attoniti il senso frustrante di una città contenta di vivere con un cappio al collo.

ottobre 18, 2011   Commenti disabilitati su Rc-Archi, 20 anni dopo: più nero che bianco

“Ombrelli” e altri racconti

http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_959.pdf

giugno 6, 2010   Commenti disabilitati su “Ombrelli” e altri racconti

Cittanova, dove il racket restò fuori dalla porta

“Una rilettura attenta che parta dalle condizioni socio-economiche di quegli anni non è stata ancora fatta. Il paese ha risposto, l’omicidio di Ciccio Vinci ha preparato un humus culturale e sociale per chi ha trovato la forza di ribellarsi”, commenta oggi Franco Morano. Certamente da quell’esperienza di movimento nacque una generazione di amministratori impegnata contro le cosche, e certamente il brodo di coltura fervido di quegli anni ha prodotto frutti rigogliosi. Straordinaria fu l’esperienza di commercianti e imprenditori di Cittanova che denunciarono i tentativi di estorsione, si opposero alle pressioni delle cosche, denunciarono facendo nomi e cognomi. Stava nascendo la prima associazione antiracket d’Italia, l’Acipac.
Raccontava il procuratore di Palmi Agostino Cordova: “I soldati delle cosche a Cittanova
esagerano, mettono taglie insostenibili, i commercianti con il coraggio della disperazione ci fanno sapere che sono pronti a resistere, di noi si fidano, li riforniamo di registratori, di macchine fotografiche micro, i volti e le voci dei mafiosi vengono registrati, si fanno anche i riconoscimenti a futura memoria che salvano la vita ai testimoni, vivi o morti le loro testimonianze sono incancellabili e magari al giudice Carnevale non basteranno, ma intanto noi che siamo qui e li abbiamo mandati in galera rischiamo la pelle”.
Persone normali, gli imprenditori che si ribellavano. Dodici imprenditori locali, stanchi di subire i taglieggiamenti, decisero che era giunto il momento di rifiutarsi di pagare il pizzo e di denunciare. Nello smarrimento e nell’abisso della solitudine, scelsero di non arrendersi.
Furono scelte di disperazione forse, ma anche di grande passione civile. Come quella di
Maria Concetta Chiaro che tenne fuori dalla porta di casa gli estortori, che non permise loro di entrare. Aveva appena 21 anni, Maria Concetta, era una studentessa di architettura e aveva deciso di ribellarsi ai taglieggiatori di suo padre, un imprenditore ortofrutticolo. Fu
quello uno dei momenti decisivi di questa storia che anticipava in qualche modo l’antimafia sociale. “Era una posizione necessaria – ha raccontato quasi 15 anni dopo Maria Concetta – ci abbiamo creduto tutti. Eravamo un gruppo coeso: siamo stati capaci di indicare una strada alternativa”. Non era mai capitato. I 12 imprenditori cittanovesi fecero associazione, andarono tutti in tribunale a denunciare e testimoniare: ottennero le condanne dei loro aguzzini.
In primo grado e in appello. Non fu facile, allora: “Ci sono stati momenti di solitudine
– confessa – Questa nuova situazione creava smarrimento, per noi e per gli altri”. Resistettero, anche grazie alla “grossa mano avuta dalle forze dell’ordine, dal pm Francesco Neri, del commissario Pino Cannizzaro e, negli anni a seguire, da Tano Grasso”. Fu la scelta giusta, come spiegarono anche su giornali e tv nazionali: “Rappresentavamo l’esempio di come dovrebbe funzionare un’associazione antiracket”, insiste Maria Concetta. E poi: “Dopo le denunce mai nessuno di noi ebbe più problemi”. Poi a cascata, la reazione. E anche oggi l’Acipac gode di buona salute, raggruppa una ottantina di imprenditori non disposti a piegarsi al racket. Ha raccontato Rocco Raso, commerciante di prodotti in edilizia e primo presidente dell’associazione: “Possiamo dire di non conoscere il racket. Ci abbiamo guadagnato tutti, le nostre attività sono cresciute e non c’è stata nessuna forma di ritorsione. Né da parte della gente né da parte della malavita”. Una grande lezione di civiltà veniva da questo pezzo di Calabria, proprio mentre in Sicilia, a Capo d’Orlando nasceva l’esperienza di Libero Grassi e il suo insegnamento: “Pagare il pizzo significa dare forza ai mafiosi, non faccio accordi con i criminali per salvaguardare la mia attività”.

(Tratto da "Il sangue dei giusti", di Claudio Careri, Danilo Chirico, Alessio Magro

marzo 12, 2007   Commenti disabilitati su Cittanova, dove il racket restò fuori dalla porta

Lamento per la Calabria

http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_958.pdf

giugno 11, 1981   Commenti disabilitati su Lamento per la Calabria

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale.

Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita. Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare.

Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo ( e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza ( così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche ( e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita. In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti. Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione ( non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso.

Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede.

Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società , ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé ( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità , di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

marzo 15, 1980   Commenti disabilitati su Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti