Fare memoria, Parini: “Ricordare è resistere”
COSENZA – Per Ercole Giap Parini (nella foto accanto), ricercatore di Sociologia generale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università della Calabria, la memoria è questione di resistenza, non di fiori deposti annualmente sulle tombe. E’ tensione dolorosa. "Ricordare significa rivendicare una nuova identità per sé, per il proprio collettivo, per la propria città". Opponendosi alle narrazioni costruite da un potere a caccia di consenso e impastate dell’oblio delle vittime di ‘ndrangheta. Esperto di sociologia della scienza, teoria sociale e sociologia della devianza, con particolare riferimento alla criminalità organizzata di stampo mafioso, in questa intervista a Stopndrangheta.it Parini parla di identità collettiva, ricordo, dimenticanza, e dell’importanza dei simboli, come strade e piazze intitolate alle vittime, "purché non diventino semplici valvole di sfogo per la coscienza".
Partiamo dai concetti di "memoria collettiva" e "identità collettiva".
«La memoria e l’identità non sono cose che possediamo. La memoria non è un sacchetto nel quale mettiamo i ricordi, come se fossero oggetti che testimoniano il passato e che devono essere riposti. Allo stesso modo, l’identità non è un contenitore dei nostri dati anagrafici, delle nostre caratteristiche somatiche e di tutte le altre cose che ci costituiscono. Non sono "cose", sono, piuttosto, dei processi. E per definirli mi piace usare il termine "tensione", perché memoria e identità ci attraversano in maniera spesso dolorosa e, a volte, contraddittoria».
Significa che memoria e identità sono mutevoli?
«Noi siamo condannati (o forse beati) a riscrivere continuamente la memoria e l’identità. Quando ricordiamo eventi del passato, lo facciamo alla luce della nostra situazione attuale. Quello che siamo stati ieri, dieci anni fa, vent’anni fa, non siamo oggi e non siamo quello che saremo tra un po’ di tempo. Questo non significa certamente negare che le esperienze passate ci hanno plasmato; semplicemente dobbiamo considerarle come parte di un flusso. La memoria è sempre declinata al tempo del presente, ricordiamo ora, in questo momento. Sta proprio qui la possibilità di concepire la memoria come forma di azione, quindi di potere e di resistenza».
Cosa vuol dire "ricordare"?
«Significa esistere, resistere, ma anche desistere. Siamo immancabilmente selettivi con il nostro passato: possiamo ricordare, ma possiamo anche dimenticare. In fondo, dimenticare è una forma di memoria che plasma – nel senso del nascondimento – il percorso con il quale costruiamo la nostra identità. L’identità si nutre di memoria. Ma anche di oblio. In certi momenti riappropriarsi di una memoria significa fare vivere con noi il passato e riscrivere il nostro presente. Significa appropriarsi della possibilità di riscrivere quello che siamo».
Che significato ha ricordare delle vittime di mafia?
«Non significa tanto portare alla luce qualcosa, magari un passato che ci ha visti in maniera differente colpevoli; significa iniettare linfa nei nostri processi identitari e ispirare corsi di azione e di resistenza. Penso naturalmente alla possibilità di (ri)costruire una identità collettiva che si alimenti di un ricordo che qualcuno ha indotto a dimenticare. Perché ricordare significa rivendicare una nuova identità per sé, per il proprio collettivo, per la propria città. Se la città ha vissuto col ricordo dell’oblio, della dimenticanza – è un ossimoro, ma neanche tanto – è perché la città, nel passato, ha voluto dimenticare, ha voluto oscurare. Che poi ha significato rinunciare all’azione e alla resistenza».
Coscientemente?
«Coscientemente e incoscientemente. Per esempio, ha voluto dimenticare le pagine brutte perché non stanno insieme con l’immagine edulcorata che i benpensanti di turno hanno voluto costruire: Reggio città del divertimento, Reggio città che si culla nel suo passato millenario glorioso, ma incapace di fare i conti con un presente strutturalmente asfittico. Oggi è cruciale riscrivere una storia che si alimenti anche di ricordi scomodi e per qualcuno imbarazzanti. Ricordare, per esempio, i vigili Marino e Macheda significa contribuire a costruire una immagine di Reggio sicuramente meno edulcorata e rassicurante, ma di città finalmente capace di resistere».
La scelta dell’oblio, della dimenticanza ha portato alla costituzione di un’identità collettiva non aderente alla realtà, si può dire così?
«Da sociologo rispondo che non esiste un’identità fasulla né un’identità genuina. Esiste, invece, la possibilità di scelta tra un’identità che vuole fare i conti con la propria storia e un’identità che, questi conti, preferisce non farli. Il fatto è che la costruzione di un’identità è spesso in mano al "potere" che elabora la propria storia guardando al consenso. E il consenso si alimenta con immagini edulcorate e rassicuranti. Il potere ha bisogno di costruire una storia celebrativa di sé stesso. Per farlo, può rispolverare miti, riscrivere storie. Da che mondo è mondo, il potere pretende controllo sulla memoria collettiva, quindi sull’identità: noi siamo questa cosa, noi siamo la Reggio dei grandi fasti, noi siamo la Reggio del chilometro più bello d’Italia e via dicendo. Nella ricostruzione celebrativa del passato vi è sempre la rimozione del passato scomodo. In questa logica il ricordo di due vittime di mafia può essere controproducente per alcuni perché dissonante rispetto a quella storia celebrativa».
Una storia a proprio uso e consumo, quindi?
«Faccio l’esempio degli storici di professione per rimarcare l’ineluttabilità di questo processo. Lo storico procede per selezioni: è lui che decide dove puntare la luce della sua torcia. Non può scrivere tutto quello che accade in una certa epoca. Sarebbe, ad un tempo, impossibile, assurdo e inutile. La storia deve essere raccontata necessariamente da un certo punto di vista. E in questo hanno peso i valori di chi la scrive, i suoi interessi e tante altre cose che lo rendono figlio di una certa epoca. Non esiste la storia raccontata oggettivamente, se per oggettività intendiamo la pura attinenza ai fatti. Ogni fatto è fatto interpretato a partire dai nostri valori, che sono come degli occhiali che inforchiamo per guardarlo. Gli storici di professione hanno il dovere deontologico di dichiarare l’ineluttabilità delle scelte fatte. Quando invece la ricostruzione della storia è fatta a fini di autocelebrazione, ecco che si tira fuori l’oggettività di quello che si racconta. Questa è la storia e nessun’altra storia è possibile. Sono espressioni tipiche di chi vuole riprodurre il proprio potere».
Torniamo alle ragioni dell’oblio. Abbiamo visto le ragioni del potere, ma quali sono quelle della "gente comune"?
«L’espressione "gente comune" non mi piace, perché è un’astrazione, una comoda semplificazione. Parliamo di persone non impegnate che sono spesso guidate dal cosiddetto quieto vivere: si è portati ad accettare certe nefandezze perché si fa parte di una grande narrazione collettiva, basata sulla rimozione del ricordo scomodo, in cui ciascuno ha qualche piccolo interesse da tutelare. È la società opaca, vischiosa. I mafiosi – che del potere sono una parte – non fondano la loro presenza soltanto sull’uso della violenza; si alimentano anche di consenso. Parlo di un consenso spesso tacito. Nel contesto in cui sono presenti, i mafiosi cercano di avere rapporti con interlocutori chiave con i quali sanciscono patti oscuri e pericolosi. È così che si costituiscono i gruppi di potere, i potentati. Intorno, c’è una pletora di persone che vive nel riflesso di quei rapporti: non condividono necessariamente le stesse colpe in senso criminale, ma godono di vantaggi riflessi, piccoli favori, insignificanti "entrature" che, in certi contesti, possono fare la differenza. Talvolta anche le cosiddette "brave persone" si adattano e mettono in conto la possibilità che alla tal persona ci si potrà rivolgere quando il figlio avrà bisogno di trovare lavoro. Chiamiamolo pure una sorta di principio di cautela! Lo scenario è una società in cui è diffuso l’oscuramento del concetto di diritto. I diritti vengono privatizzati e trasformati in favori. Questo ci riporta tristemente ad una situazione che i sociologi definiscono pre-moderna, in cui il cittadino diventa suddito del signore di turno. Proprio quel signore che pretende di costruire la memoria e l’identità di una città come di uno Stato».
E allora che fare?
«Raccontare contro-storie, operare resistenze, costruire nuova memoria, bisogna riscrivere la storia e pretendere, in questa lotta per l’egemonia, di essere ascoltati. Una città può anche avere una tendenza alla rimozione, può anche sottostare all’arroganza di un sistema che usurpa i diritti. Tuttavia una città è, anche nei suoi momenti peggiori, un corpo pulsante, in cui c’è sempre qualcuno che non ci sta e che oppone una forma di resistenza. Tali forme di resistenza producono dei cortocircuiti che portano ad innestare il ricordo della dimenticanza. In certi momenti, queste forme di resistenza sono in grado di riscrivere la storia collettiva. E quindi l’identità. Ecco perché è importante che sempre più persone possano riconoscersi in un’altra storia».
Esistono delle forme dannose di ricordo per la memoria e l’identità collettive?
«La commemorazione/celebrazione della morte può essere un "gioco" pericoloso, perché è sempre presente il pericolo che quella resistenza si trasformi in una sorta di prosecuzione della morte. Io questa la chiamo l’"antimafia reliquiaria". I mafiosi ottengono la morte fisica delle persone, la loro celebrazione ne può sancire la morte sociale. Pensiamo a quelli che oggi sono diventati degli eroi indiscussi, Falcone e Borsellino: intorno a loro c’è poca memoria critica (non critica nei loro confronti, ma critica nei confronti del sistema che ha prodotto quella strage) e c’è molta memoria celebrativa. Le persone che un tempo consideravano Falcone e Borsellino, nel migliore dei casi, dei "rompiscatole" oggi si appuntano una virtuale spilletta di Falcone e Borsellino al bavero della giacca. Ho l’impressione che l’aver fatto degli eroi di Falcone e Borsellino abbia contribuito a smussarne l’affilatezza delle armi, trasformandoli in comode valvole di sfogo per la coscienza collettiva. Quindi il modo reliquiario di intendere la memoria ha delle controindicazioni piuttosto serie. Per evitarle bisogna non commemorare o, peggio, celebrare la morte, ma tenere vivo quell’esempio perché sia ispiratore di nuove azioni. Se accanto alla produzione di nuova memoria non è scritto anche un corso d’azioni, un simbolo diventa soltanto un luogo in cui deporre dei fiori ogni anno. Sarebbe un pessimo servizio. E poi, fammi aggiungere un’altra cosa: la memoria ha senso se un pochino ci fa sentire in colpa, nel quotidiano, nel presente, nel mentre pensiamo a come agire».
I segni tangibili di memoria in una città fissano un’immagine precisa nella sua storia?
«Ciò che una città come Reggio e una regione come la Calabria devono combattere è proprio l’immagine di contesti omertosi che hanno proiettato in tutto il mondo. All’esterno l’immagine che passa è che i reggini, i calabresi non sono capaci di denunciare i propri mali. Le generalizzazioni sono sempre stupide, e degli stereotipi non ci si deve fidare. Però ho imparato, da sociologo, che dietro a ogni stereotipo c’è una radice sociale. Forse bisogna fare in modo che una reazione a questi stereotipi passi attraverso una contro-narrazione critica della propria storia. Quando amiamo qualcosa (una persona come una città) dobbiamo essere anche capaci di spietatezza. L’amore passa per la spietatezza e la nostra storia di calabresi non è una storia bella. Ma siamo in buona compagnia, perché, in fondo, non esistono storie inequivocabilmente belle. C’è chi ribatte che si rischia di fare un danno al turismo a parlare di mafia. Io rispondo che i turisti si debbono attrarre attraverso azioni orientate a rendere la Calabria più vivibile e anche più credibile. E questo implica di non nascondere scomode verità sotto il tappeto della coscienza. Altrimenti, ci si accontenti di un altro turismo, quello che io chiamo da Bbc (ricordando certi documentari ad uso del turista britannico in cerca di facili emozioni esotiche), che dipingono Reggio Calabria, ma è anche il caso di Palermo, come contesti di una mafia da souvenir, alimentata da una memorialistica cinematografica e letteraria che non fa che contribuire alla riproduzione del fenomeno».
In questi processi di continua ricostruzione della memoria e dell’identità, la lotta per imporre dei segni tangibili in città da parte di associazioni (l’intitolazione di strade o palazzi a vittime di mafia, ad esempio) è una forma di "resistenza", è il racconto di una "contro-storia"?
«Bisogna resistere raccontando altre storie possibili, contro un modo totalitario di esercizio del potere. E la presenza delle organizzazioni mafiose in certi ambienti – come ha messo in evidenza Renate Siebert – impone una forma di totalitarismo. Dove la mafia è presente, spesso i cittadini sono spinti a diventare sudditi; si tratta di un potere che si impiccia di tutto, che pretende di avere controllo sui corpi denudati dei diritti che la Costituzione garantisce. Proprio in questi contesti è importante una lotta di resistenza che produca anche simboli, ma sottraendoli al pericolo di diventare semplici valvole di sfogo per la coscienza. Come è avvenuto qualche tempo fa con quelle iscrizioni poste – pur probabilmente in ottima fede – alle porte dei comuni "Qui la mafia non entra". Considero quella operazione un modo per rendere inoffensiva la resistenza. La storia dev’essere fatta a più voci. Quanto più questo percorso è collettivo, partecipato, plurale, tanto più approssimiamo quell’ideale di oggettività che, nel nostro caso, deve coincidere con il sapere critico e diffidente nei confronti di ricostruzioni storiche a uso e consumo del potere, quello mafioso compreso. E le associazioni hanno un ruolo importante in questa forma di resistenza».
giugno 24, 2014 Commenti disabilitati su Fare memoria, Parini: “Ricordare è resistere”
Reggio brutta e incompiuta. Viaggio nella città sfregiata
http://www.stopndrangheta.it/stopndr/dettaglio.aspx?id=1779
giugno 24, 2014 Commenti disabilitati su Reggio brutta e incompiuta. Viaggio nella città sfregiata
Strage di Razzà: una storia di assenze, misteri e dolore
Undici piatti fondi, sei coltelli, dodici forchette e tovaglioli ricamati. Quasi svuotato, in un angolo, il bidone da 5 litri del vino. Avevano già messo mano al thermos del caffè quando fuori dalla vecchia casa colonica (nella foto) in mezzo agli aranceti era comparso, non invitato, il carabiniere: "Venite fuori con le mani alzate!". Quello che avvenne dopo, nelle campagne di Taurianova, in contrada Razzà, alle 14.00 di venerdì 1 aprile 1977, l’informativa degli investigatori lo fotografa con linguaggio asettico: "Nell’immediatezza del fatto, alle ore 15.45, il procuratore della Repubblica di Palmi ispezionò la località, rinvenendo nella radura antistante la casupola diroccata quattro morti". Due con la divisa da carabiniere, strappata in più punti, macchiata di sangue. Gli altri con il cognome Avignone, la cosca di Taurianova. L’appuntato Stefano Condello e il carabiniere Vincenzo Caruso vengono seppelliti con tricolore sulla bara, picchetto d’onore e funerali solenni. Sul petto di genitori e mogli arriva, a stretto giro, anche una medaglia d’oro al valor militare. "Non sono morti invano", garantisce il comandante generale dell’Arma. Una commossa solerzia che non entrerà mai in tribunale. Tra le parti civili costituite nel processo ai responsabili della strage di Razzà, infatti, fa notare con amarezza lo stesso presidente della Corte d’Assise di Palmi, Saverio Mannino, "non figura lo Stato, malgrado il danno anche economico provocatogli dall’uccisione di due dei suoi uomini migliori". Non è la sola assenza in quel processo. Non è la sola ombra di questa storiaccia. Undici piatti fondi, undici convitati. Il pranzo interrotto da Condello e Caruso, insospettiti dalla strana presenza di auto davanti alla casupola, è un summit. E non vi prendono parte solo latitanti e pregiudicati. Ci sono insospettabili, pezzi delle istituzioni, addirittura uomini che nel cassetto hanno una fascia tricolore, come il sindaco di Canolo, D’Agostino. Gente importante di cui bisogna coprire la fuga, anche a costo della vita. "La ‘ndrangheta è cambiata", fanno notare nelle loro analisi i corrispondenti dei quotidiani nazionali. Ora maneggia appalti, subappalti, connivenze istituzionali, affari fuori dai confini regionali (uno degli Avignone è catturato a Roma). Ma neppure gli "insospettabili" entreranno mai in tribunale. Insomma, assente lo Stato, invisibili i complici istituzionali, in carne, ossa e dolore, a portarsi il peso della strage e dei misteri di Razzà, restano solo i familiari. E qualcuno, sotto quel peso, ci finirà schiacciato. "Vittima della mafia e dello Stato. Ho chiesto aiuto e nessuno me l’ha dato. Non posso più sopportare il male che mi ha fatto questo mondo", lascia scritto Rosaria, prima di uccidersi nel 2005. E’ la sorella di Vincenzo Caruso i cui familiari – il padre Mariano, di 92 anni, la madre, Maria Buccheri, di 85, e la nipote, Lorena Lupo, di 33 anni, figlia di Rosaria – oggi chiedono allo Stato un risarcimento postumo, attraverso il fondo di rotazione, che riconosca al carabiniere il titolo di "vittima dei reati di tipo mafioso". Trentasette anni dopo.
aprile 29, 2014 Commenti disabilitati su Strage di Razzà: una storia di assenze, misteri e dolore
La strage di Razzà – i giornali
http://www.stopndrangheta.it/stopndr/dettaglio.aspx?id=1777
aprile 29, 2014 Commenti disabilitati su La strage di Razzà – i giornali
Il senso della divisa: la strage di Razzà
I boss che contano sono tutti lì, dentro un casolare di campagna, nella zona di Razzà, a Taurianova. Stanno arrivando soldi pubblici a palate in provincia di Reggio Calabria e c’è da fare il punto, distribuire appalti e prebende, capire quali imprese far lavorare e quali taglieggiare. C’è da capire come gestire la politica. La ‘ndrangheta si sta trasformando e i boss devono accompagnare il processo che li farà entrare nelle stanze dei bottoni. Ci sono capibastone, faccendieri e politici. Una riunione di quelle importanti, quel 1° aprile 1977, a pochi giorni da Pasqua. A bordo di una gazzella del Nucleo radiomobile della compagnia di Taurianova ci sono tre uomini. C’è l’appuntato Stefano Condello e ci sono i carabinieri Vincenzo Caruso e Pasquale Giacoppo. Stanno percorrendo la statale 101 bis. Lungo la strada, tra gli alberi di un aranceto, notano un pregiudicato. Poi alcune vetture, una vespa. L’occasione è ghiotta. Decidono di andare a vedere che succede. Condello e Caruso, armi in pugno e con passo felpato, si immettono in una stradina di campagna e vanno dritti verso un casolare apparentemente abbandonato dal quale sentono arrivare delle voci. Resta in macchina, a bordo strada, il carabiniere Giacoppo. Caruso e Condello arrivano, ascoltano delle voci, decidono di fare irruzione. Gli uomini a cena sono tutti armati. Quando si accorgono dei carabinieri iniziano a sparare. Il conflitto a fuoco è devastante. I carabinieri uccidono due persone. Sono i pregiudicati di Taurianova Rocco Avignone di quarantasei anni e suo nipote Vincenzo Avignone di ventisette. Le forze in campo però sono impari: dieci, undici contro due. Stefano Condello e Vincenzo Caruso vengono colpiti. E uccisi. Sente gli spari Giacoppo dalla macchina, impugna la pistola di ordinanza e corre verso il casolare. Arriva e l’accoglie una pioggia di fuoco degli ‘ndranghetisti, che nel frattempo hanno preso la mitraglietta dei carabinieri e che coprono la fuga di tutti gli altri partecipanti al summit. Giacoppo si salva, chiama rinforzi. Partono subito i soccorsi e scattano i rilievi e le ricerche. Che portano buoni frutti nel giro di pochissime ore. Già nel cuore della notte scattano i primi arresti. I funerali si celebrano sotto una pioggia battente. Il dolore è forte, alcuni carabinieri non riescono a trattenere le lacrime, il picchetto d’onore attorno alle due bare coperte dal Tricolore e con sopra il berretto da carabiniere è un momento di grande tensione emotiva. Arriva il comandante generale dell’Arma Enrico Mino: «Stefano e Vincenzo non sono morti invano», afferma solennemente. Ricorda il gesto eroico di due sere prima, quando i due carabinieri hanno interrotto un summit della ‘ndrangheta sfidando la sorte e anche il piombo di almeno dieci persone. Prende in mano le indagini il pm di Palmi, Salvo Boemi. Per quaranta giorni mette a soqquadro un intero territorio per dare un nome ai partecipanti al summit, undici come i posti nella tavola imbandita. Il lavoro della polizia giudiziaria e le intercettazioni squarciano il velo sulla strage di Razzà. Il quadro ormai è chiaro. Vengono sospettati dell’omicidio pezzi da novanta della ‘ndrangheta della Piana e non solo: con loro c’è il sindaco comunista di Canolo, Domenico Agostino. Il 18 maggio viene arrestato pure Renato Montagnese, sindaco DC di Rosarno e presidente del consorzio industriale. Nell’inchiesta è coinvolto anche un personaggio apparentemente di secondo piano. Si tratta di Vincenzo Cafari. È considerato vicino ai servizi segreti, coinvolto in molte vicende dell’ultimo trentennio in Calabria. È un uomo dalle mille relazioni pericolose, diventerà anche segretario particolare del senatore della DC Nello Vincelli. Alla fine il pm Salvo Boemi chiede il rinvio a giudizio per ventidue persone. Otto per omicidio e quattordici per falsa testimonianza e favoreggiamento. Parlano alcuni pentiti di ‘ndrangheta. Tra loro anche il re delle evasioni Pino Scriva. E raccontano che a quel summit c’erano mammasantissima e faccendieri. E anche politici. La situazione sembra travolgere l’intero assetto politico-istituzionale e mafioso. Secondo il pentito, a discutere e mangiare ci sono boss del calibro di Giuseppe Piromalli, Saverio Mammoliti e Francesco Albanese, Girolamo e Giuseppe Raso. Soprattutto dicono che a trattare con i capibastone c’è un big della politica calabrese e nazionale: Antonino Murmura. È stato per due volte sindaco di Vibo Valentia, la sua città, è senatore della Democrazia Cristiana dal 1968. Un personaggio di quelli che contano in Calabria e Roma – sarà più volte sottosegretario, in un caso anche agli Interni – che sarà chiamato in causa più volte dal pentito Pino Scriva per i suoi rapporti con le cosche della Piana di Gioia Tauro. Per lui l’accusa della Procura di Palmi è di concorso in omicidio plurimo, associazione per delinquere di stampo mafioso, porto e detenzione abusiva di armi. Il procuratore di Palmi nel dicembre 1983 chiede al Parlamento l’autorizzazione a procedere. Intanto viene presto prosciolto Montagnese. La Corte d’Assise di Palmi presieduta da Saverio Mannino condanna sette persone. È lo stesso pm a ritirare le accuse nei confronti di Murmura. In appello, nel 1984, la Corte conferma appieno l’impianto accusatorio, limando leggermente le pene per tutti gli imputati. È una storiaccia su cui restano molte ombre, quella di Razzà, sospetti mai del tutto chiariti. E se non bastasse, ecco arrivare come un pugno nello stomaco una lettera scritta da Rosaria Caruso, la sorella del carabiniere trucidato. È l’8 agosto del 2005 e Rosaria si toglie la vita: «Vittima della mafia e dello Stato. Ho chiesto aiuto e nessuno me l’ha dato», scrive. «Non posso più sopportare il male che mi ha fatto questo mondo. Chiedo perdono a Dio e ai miei familiari che li amo tanto. Forse da lassù li potrò aiutare. Vi chiedo perdono ma non posso vedervi soffrire.Voglio essere seppellita così come sono vestita. Non voglio fiori, non voglio niente. Prego Dio che mi perdoni e mi faccia vedere mio fratello Enzo e Salvatore». Parole come pietre.
aprile 28, 2014 Commenti disabilitati su Il senso della divisa: la strage di Razzà
‘Ndrangheta: familiari carabiniere ucciso, Stato ci risarcisca
GELA (CALTANISSETTA), 27 APR – Dopo 37 anni, torna nelle aule di un tribunale la "strage di contrada Razzà" di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, nella quale, il 1° aprile del ’77, trovarono la morte quattro persone (due carabinieri e due componenti di un commando mafioso) in un conflitto a fuoco tra militari e uomini delle ‘ndrine dopo la scoperta di un summit della ‘ndrangheta con la presenza di uomini politici in un casolare abbandonato.
A rivolgersi alla magistratura sono i familiari di Vincenzo Caruso, di Niscemi (Caltanissetta), uno dei due carabinieri caduti, ed in particolare gli anziani genitori, il padre, Mariano, di 92 anni, e la madre, Maria Buccheri, di 85, nonché la nipote che si è intestata questa nuova battaglia, Lorena Lupo, di 33 anni, figlia della sorella Rosaria. I familiari del militare ucciso chiedono allo Stato un risarcimento postumo, attraverso il fondo di rotazione, che riconosca al loro congiunto il titolo di "vittima dei reati di tipo mafioso", dato che all’epoca non esisteva il 416 bis. Lo chiedono a quello "stesso Stato che stranamente assente nel processo di tuo fratello – scrive, Lorena, in una lettera alla propria madre, suicidatasi nel 2005 per la delusione di non avere ricevuto giustizia – si è costituito invece parte civile per i danni subiti ad un’autovettura", quella di servizio dei carabinieri uccisi.
aprile 28, 2014 Commenti disabilitati su ‘Ndrangheta: familiari carabiniere ucciso, Stato ci risarcisca
Strage di Gioia Tauro: i titoli dei quotidiani nazionali
http://www.stopndrangheta.it/stopndr/dettaglio.aspx?id=1773
aprile 24, 2014 Commenti disabilitati su Strage di Gioia Tauro: i titoli dei quotidiani nazionali
Giacomo Ubaldo Lauro – il pentito della Freccia del Sud
• Reggio Calabria 16 maggio 1942. Inizialmente coperto dagli inquirenti con il codice "Alfa". La sua collaborazione, incominciata nel 1992, ha consentito la ricostruzione processuale della prima guerra di mafia (che porta alla nascita della "Santa", la nuova ‘ndrangheta, anno 1976) e della seconda (tra destefaniani, affiliati di Paolo De Stefano, e gli altri, guerra che finisce con la pace di Reggio Calabria, nel 91, quando i capi delle famiglie si strutturano in un organo di vertice chiamato "Provincia", ritenuto tuttora esistente, vedi CONDELLO Pasquale). Nel raccontare i delitti di queste due guerre ha svelato gli intrecci tra ‘ndrangheta e massoneria, e la matrice terroristica della strage di Gioia Tauro (deragliamento del treno Freccia del Sud, 22 luglio 1970, 6 morti e 72 feriti), per la quale fu ritenuto l’unico responsabile (con dichiarazione di non doversi procedere perché nel frattempo il reato si era prescritto). Dopo essersi pentito cambiò non solo le generalità (come tutti i collaboratori di giustizia), ma anche i connotati.
• Viene affiliato alla ‘ndrangheta all’età di 21 anni, nell’organizzazione di don Antonio Macrì. «Quest’uomo era il capo crimine e rappresentava, secondo me, non "indegnamente", quella che si riteneva fosse "l’onorata società"; egli, se si può dire, era il capo dei capi (…), il vero unico, rappresentante, con tutti i titoli di Cosa Nostra ed aveva le "chiavi" per entrare negli Stati Uniti (New Jersey), Canada (da Toronto a Montreal, fino ad Ottawa) e Australia (la zona di Melbourne, Adelaide, Griffith); (…) Aveva conosciuto, quando ancora portavano i pantaloni corti, sia Riina che Provenzano, i quali, negli anni Cinquanta, erano al servizio del dott. Michele Navarra di Corleone…». Don Macrì viene ammazzato nella prima guerra di mafia. Lauro fu dei traditori. È lui (come confesserà) a trovare, mentre sta giocando a carte (23 maggio 1976) due killer per far fuori Paolo Bruno Equisoni, boss di Bova (Reggio Calabria), che aveva messo in guardia Micu Tripodo, pupillo di don Macrì, dicendogli: « Stannu nasciendu fora du seminatu» («stanno uscendo fuori dal seminato»). Nella seconda guerra di mafia si schiera con Pasquale Condello contro i destefaniani.
• È latitante, il 19 marzo 1992, quando viene condannato in via definitiva a 5 anni 11 mesi 28 giorni di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, come affiliato, nel ruolo di consigliori, del gruppo Saraceno-Imerti-Condello. Viene arrestato il 9 maggio 1992 all’aeroporto di Amsterdam, perché trovato in possesso di passaporto falso. È in carcere in Olanda quando manifesta la volontà di collaborare con la giustizia italiana. Inizia a parlare il 19 agosto 1992, imbastendo la trama dell’operazione "Olimpia" (che si articola poi in "Olimpia" 2, 3 e 4, grazie anche alle dichiarazioni del pentito Filippo Barreca, in codice "Beta"). Oltre cento gli omicidi ricostruiti, coinvolti nelle indagini anche magistrati, politici, professionisti. Lo stesso Lauro, in seguito alle sue dichiarazioni, viene condannato a 20 anni di reclusione (grazie alla riduzione di pena prevista dalla legge sui pentiti e alla scelta del giudizio abbreviato, sentenza definitiva il 10 aprile 2002, che accoglie la sua impugnazione, fatta solo per ottenere una pena più mite).
• Oltre a delineare la geografia delle cosche e a snocciolare i nomi degli ‘ndranghetisti e dei delitti commessi da ognuno, Lauro svela gli intrecci tra ‘ndrangheta e massoneria: «È vero che al termine della prima guerra di mafia (anni 1976-77) molti capi della ‘ndrangheta decisero di entrare in massoneria al fine di partecipare direttamente alla gestione del potere economico-politico e per poter intervenire direttamente nell’aggiustamento dei processi» (30 marzo 1994).
• I giudici gli hanno creduto nella parte che è servita a condannare i mammasantissima della seconda guerra di mafia (processo "Condello Pasquale + 202", Cassazione, 10 aprile 2002), mentre non gli hanno dato sufficiente credito nei processi celebrati prima contro Totò Riina, Bernardo Brusca, Pietro Aglieri, Pippo Calò e Salvatore Buscemi, e poi contro Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Benedetto Santapaola, accusati tutti di essere i mandanti dell’omicidio di Antonio Scopelliti, sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione che avrebbe dovuto sostenere l’accusa nel maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino davanti alla prima sezione penale della Corte di Cassazione (Scopelliti fu ammazzato a colpi di fucile caricato a pallettoni mentre era alla guida della sua autovettura, in Villa San Giovanni, il 9 agosto 1991). Secondo l’accusa, fondata sulle dichiarazioni di Lauro, Filippo Barreca e altri, i componenti della cupola di Cosa Nostra avrebbero tentato, tramite loro amici calabresi appartenenti alla ‘ndrangheta, di corrompere lo Scopelliti e, non riuscendoci, avrebbero incaricato dell’esecuzione il clan calabrese facente capo alle famiglie De Stefano-Tegano, operanti nella zona di Villa San Giovanni, dove la vittima trascorreva le vacanze estive. Tutti gli imputati furono condannati in primo grado e assolti in secondo, con sentenza confermata dalla Corte di Cassazione, il 21 giugno 1999, e il 1° aprile 2004. I giudici non gli hanno nemmeno creduto quando ha accusato un giudice del Tribunale di sorveglianza di Reggio Calabria, Giacomo Foti, di avere favorito appartenenti ai gruppi Tegano e De Stefano mentre erano detenuti. Il Foti fu arrestato e poi assolto, mentre il Lauro fu sottoposto a processo per calunnia contro di lui.
• Freccia del Sud. Nel luglio 1993 si autoaccusa di avere fornito l’esplosivo che fece deragliare il direttissimo Palermo-Torino (Freccia del Sud), poco prima che entrasse nella stazione di Gioia Tauro (ore 17 e 10 del 22 luglio 1970). Duecento passeggeri (tra cui una comitiva di 50 diretti a Lourdes), 72 rimangono feriti, 6 muoiono. Subito dopo la strage era stata esclusa, ignorando le conclusioni dei periti, l’esplosione di una bomba, perché i passeggeri sopravvissuti non avevano sentito detonazioni. La colpa fu data ai macchinisti (errore umano), che poi andarono assolti (unici ad aver sentito il rumore di un botto, ma ritenuti irrilevanti come testimoni). Lauro rivela che si trattò di un attentato: indica gli esecutori materiali in Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo (morti da tempo), e dichiara di essere stato pagato per l’esplosivo da persone appartenenti al Comitato d’Azione per Reggio capoluogo, che il 14 luglio 1970 aveva organizzato la rivolta dei "Boia chi molla" a Reggio Calabria (per protesta contro l’elezione di Catanzaro a capoluogo di regione). Dichiara anche che non era la prima volta, che la ‘ndrangheta sosteneva l’estrema destra caso mai i progetti eversivi avessero avuto successo. Tra annullamenti e rinvii, il processo contro Lauro si chiude il 6 giugno 2007: giuridicamente non gli viene addebitata la strage (perché non era nelle sue intenzioni), bensì il concorso nel delitto di omicidio (ma siccome anche l’omicidio non era nelle sue intenzioni, la pena è diminuita e il reato prescritto). In pratica è l’unico che alla fine è stato ritenuto responsabile della strage.
• Il 30 marzo 1994 disse la sua anche sul "pacchetto Colombo", dal nome del ministro dell’Industria Emilio Colombo, che, a seguito della rivolta di Reggio Calabria, nel 71 assegnò alla Calabria quasi duemila miliardi per la costruzione di un centro siderurgico e altri interventi, che avrebbero dato occupazione a quindicimila persone (non se ne fece quasi nulla): «Ecco cosa fu il "pacchetto Colombo", un vero e proprio "pacco" per la Calabria, ma soprattutto per la provincia di Reggio (…) Ora, se mi consentite, devo dirvi una verità purtroppo amara per voi. Quando alcuni imprenditori portarono dinanzi all’allora prefetto, questore e procuratore della repubblica di Reggio Calabria, il problema che la mafia, senza dubbio, avrebbe messo le mani sulla torta, ebbene questi ebbero una facile risposta e cioè "bisogna accontentare tutti"» (dichiarazioni del 30 marzo 1994).
aprile 24, 2014 Commenti disabilitati su Giacomo Ubaldo Lauro – il pentito della Freccia del Sud
Il caso Gioia Tauro (Blu notte)
aprile 24, 2014 Commenti disabilitati su Il caso Gioia Tauro (Blu notte)
Tolto il segreto sulla strage di Gioia Tauro
GIOIA TAURO (RC) – C’è anche il deragliamento della Freccia del Sud avvenuto nei pressi della Stazione di Gioia Tauro tra i fatti oscuri accaduti in Italia negli ultimi 40 anni che il governo ha deciso di declassare. La direttiva firmata ieri dal Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, insieme al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza della Repubblica Marco Minniti e al Direttore del Dis, Giampiero Massolo, dispone la declassificazione degli atti relativi ai fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904. Adesso sarà possibile visionare le carte classificate come "riservatissime" e capire meglio come andarono le cose. I documenti verranno versati secondo un criterio cronologico (dal più antico ai tempi più recenti), superando l’ostacolo posto dal limite minimo dei 40 anni previsti dalla legge (fatto che vale per tutte le amministrazioni) prima di poter destinare una unità archivistica all’Archivio Centrale. Il deragliamento avvenne alle 17.10 del 22 luglio 1970.
Il treno proveniente da Villa S. Giovanni dopo aver traghettato alle 14:35, stava entrando in stazione a circa 100 km/h quando il macchinista Giovanni Billardi e l’aiuto macchinista Antonio Romeo avvertirono un forte sobbalzo della locomotiva . A quel punto azionarono il freno rapido di emergenza. Il convoglio prese a rallentare comprimendosi mentre i respingenti delle carrozze assorbivano la decelerazione. La frenata avvenne regolarmente per le prime cinque carrozze, finché le sollecitazioni meccaniche spinsero uno dei carrelli della sesta carrozza fuori dalla sede dei binari. Le carrozze successive sviarono anch’esse nel corso dei 500 metri di frenata; durante la brusca decelerazione alcuni ganci di trazione si spezzarono e il convoglio si divise in tre tronconi. Poi l”arrivo dei soccorsi composti dai vigili del fuoco di Palmi, Cittanova e Reggio Calabria, dagli uomini della Celere e dei Carabinieri la locomotiva e le prime cinque carrozze erano ferme sul binario a soli 30 metri dalla stazione Il treno trasportava circa 200 persone, tra cui un gruppo di 50 pellegrini diretti a Lourdes. Il bilancio finale della tragedia fu di 6 morti e più di settanta feriti, di cui molti in gravissime condizioni. Tutti i deceduti si trovavano tra la nona e l’undicesima carrozza.
Il misterioso sobbalzo era avvenuto nel breve tratto tra il cavalcavia delle Ferrovie Calabro Lucane e il gruppo di scambi all’ingresso in stazione di Gioia Tauro, a 750 metri dall’ingresso delle piattaforme di stazione. Il capotreno di allora Francesco Nazza confermò che fino a quel momento la marcia procedeva regolarmente, fatto supportato anche dalla testimonianza di due dei tre uomini in servizio a bordo che avevano percorso tutto il convoglio. Subito dopo l’evento, il capostazione Teodoro Mazzù precisò di aver udito "un botto tremendo" e visto "una colonna di fumo che si è subito innalzata alta dal convoglio deragliato. Una scena apocalittica. Il caos più completo. I passeggeri si buttavano giù dalle vetture, cercavano spasmodicamente di afferrare i loro cari, avevano il viso annerito dal fumo e le carni straziate dalle lamiere. Nonostante dalla ferrovia risultassero mancanti 1,8 metri di binario e nei mesi precedenti si fossero verificati attentati con dinamiche simili, inizialmente si parlò di un guasto meccanico o un errore umano. Il questore Santillo identificò le cause del deragliamento con "lo sbullonamento del carrello n°2 del corpo della nona vettura". Vi furono anche ipotesi riguardanti la pista dell’attentato, che però vennero ignorate in parte per fini politici: Santillo in un’intervista "a caldo" per il Corriere della Sera arrivò a chiedere "Per carità, non diffamiamo la Calabria!".
Ciò nonostante, l’ipotesi dell’attentato venne avanzata e sostenuta dalla maggior parte della stampa nazionale: il giornalista Mario Righetti del Corriere della Sera, specialista in tecnica ferroviaria, sostenne questa tesi dopo soli tre giorni, presto supportato anche da altre testate. Su L’Avanti addirittura si arrivò a citare il presunto rinvenimento di altro esplosivo, il 7 agosto. Le indagini preliminari svolte dai marescialli Guido De Claris e Giuseppe Ciliberti quali membri del commissariato di Pubblica Sicurezza della direzione compartimentale delle Ferrovie dello Stato di Reggio Calabria stabilirono in un rapporto del 28 agosto che il fatto era dovuto a questioni tecniche, e considerarono anche la possibilità di responsabilità colpose per il personale in servizio allo scalo cittadino. Ma il 16 giugno del 1993 due pentiti della ‘ndrangheta tra cui Giacomo Ubaldo Lauro davanti al Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia di allora Vincenzo Macrì nell’ambito della maxi inchiesta Olimpia 1, dichiarò che nel 1970 in Calabria si erano formate alleanze strategiche tra criminalità organizzata, eversione nera e altri esponenti di diversi movimenti estremisti. Lauro dichiarò di avere avuto rapporti con Vito Silverini, un fascista esaltato vicino ai vertici del Comitato d’Azione che in quel periodo stava infiammando i moti di Reggio, nonostante fosse analfabeta. Lauro aveva assunto Silverini (noto come "Ciccio il biondo") come operaio tra il 1969 e il 1970 e lo aveva reincontrato in carcere dopo essere stato arrestato per un furto alla Cassa di Risparmio di Reggio. Silverini non era nuovo all’esperienza carceraria, avendo già scontato alcuni mesi per violenze legate all’insurrezione cittadina. Nel carcere reggino Silverini e Lauro avevano condiviso la cella numero 10.
Silverini aveva confessato a Lauro di possedere una somma presso la Banca Nazionale del Lavoro pagatagli dal Comitato proprio per la bomba messa sulla tratta Bagnara – Gioia Tauro, che aveva causato il deragliamento del treno. Silverini aveva portato una carica di dinamite da miniera sul luogo insieme a Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo, nascondendola sull’Ape Piaggio di quest’ultimo, e l’aveva posizionata con un innesco a miccia a lenta combustione. Silverini si vantò con Lauro di essere sul posto sia al momento dell’esplosione ("mi disse che l’attentato era avvenuto in ore diurne e cioè nel pomeriggio, tra le 16 o le 18, e questo aveva consentito a lui e a Caracciolo di osservare senza difficoltà dall’alto la scena") che all’arrivo del questore Santillo, e di aver assistito alle prime fasi dell’inchiesta sul campo: inoltre affermò di aver provocato con quella bomba la distruzione di 70 metri di ferrovia, fatto questo non corrispondente al vero. Lauro in seguito ripeté la sua deposizione a Milano, al giudice istruttore Guido Salvini che stava indagando sull’attività eversiva di Avanguardia Nazionale. Giacomo Ubaldo Lauro in un interrogatorio dell’11 novembre 1994 confessò di aver avuto parte nella vicenda, e di essere stato lui stesso a consegnare l’esplosivo a Silverini, Moro e Caracciolo. In cambio aveva ricevuto alcuni milioni di lire, provenienti dal Comitato d’azione per Reggio capoluogo.
aprile 23, 2014 Commenti disabilitati su Tolto il segreto sulla strage di Gioia Tauro






