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Lo Statale Jonico ovvero la Calabria che ride di sé

Lo Statale Jonico è una pagina facebook, ma anche un blog, che mira a promuovere l’emancipazione della satira in Calabria. Gli ideatori – il reggino Isidoro Malvarosa e il catanzarese Antonio Soriero – hanno trent’anni, lavorano nel mondo della comunicazione e vivono a Roma. Sono loro i creatori del primo esperimento di satira calabrese 2.0. Li abbiamo intervistati per capire come sia possibile combattere gli stereotipi scherzando su tutto quello che riguarda la Calabria, ‘ndrangheta compresa.

Com’è nato Lo Statale Jonico?

"Volevamo fare qualcosa per emancipare la satira calabrese, per tirarla fuori da quella chiusura mentale che impone o che si parli bene della Calabria o che se ne parli male in maniera grottesca. Volevamo creare una satira pungente, senza confini politici, che parlasse anche di ‘ndrangheta e fosse in grado di coinvolgere un alto numero di utenti. A marzo 2013 abbiamo creato la pagina facebook "Lo Statale Jonico". Il nome rappresenta un’idea: l’eterno sogno calabrese del lavoro sicuro, quello statale appunto a cui abbiamo solo aggiunto l’aggettivo jonico. Per qualche tempo abbiamo mantenuto una sorta di anonimato, poi ad agosto abbiamo presentato il progetto a Podargoni, nel corso del DeaFest e ad ottobre abbiamo creato il blog per raccogliere le battute che altrimenti andrebbero perse su facebook. L’idea principale era ed è, quella di fare satira parlandone da Sud perché, anche se viviamo entrambi a Roma, non soffriamo del complesso dell’abbandono della terra natia né temiamo l’eroismo del giorno dopo di chi rimane. Piuttosto che credere a chi dice che vivendo fuori non avremmo diritto a parlare della Calabria, restiamo convinti che il nostro contributo può essere fornito proprio attraverso lo Statale".

Raccontare la Calabria con lo strumento della satira serve anche ad emanciparsi dallo stereotipo calabrese nazional popolare?

"La nostra vita quotidiana è influenzata da questo stereotipo, spesso un po’ ingombrante. Crediamo che per realizzare questa emancipazione serva aprirsi all’esterno, tanto che un altro possibile sottotitolo per Lo Statale potrebbe essere "per la sprovincializzazione della satira" ossia il tentativo di affermare un certo tipo di satira che non c’è mai stato. L’unico modo per migliorare è aprire i propri orizzonti, differenziandosi dal solito immaginario comico calabrese che parla solo di ‘nduja e sottoli. Vogliamo che diventi normale scherzare in maniera pungente e concreta sulla Calabria, perché è chiaro che un popolo che non riesce a ridere di sé stesso è narcotizzato. Ci distinguiamo da altre pagine perché la nostra è una satira antagonistica al Sud che punta a colpire i problemi della Calabria, senza paura di risultare offensiva ma sempre con l’intento di provocare. I problemi ci sono e noi vogliamo poter far satira su tutto: ‘ndrangheta, sanità, immigrazioni. È un approccio amaro, critichiamo la Calabria amandola.

C’è un target particolare tra coloro che vi seguono su Facebook e sul blog?

"Una volta lanciata la pagina, abbiamo evitato volutamente promozione per ottenere consensi forzati, volevamo che si arrivasse autonomamente alla nostra pagina con la predisposizione adatta a capire il tipo di satira che proponiamo in modo da sentirci sempre liberi di scrivere, mantenendo un certo disincanto e mai sovraccaricando i temi sui quali scherziamo. La satira comporta sempre un sorriso amaro, a volte una certa cattiveria di fondo che può risultare anche difficile a chi è più chiuso e magari è contento dello status quo. Noi però non puntiamo ad essere amici di tutti, gratificati e gratificanti, ma vogliamo dire la nostra nel nostro stile. Oggi sono circa 900 le persone che ci seguono – molti anche non calabresi – e che ridono con noi dei falsi invalidi, dei bilanci truccati, della mala gestione politica. Stiamo intaccando questi sepolcri intoccabili".

Ci siamo abituati a ridere della Calabria raccontata spesso in modo grottesco, da Rocco Barbaro a Lillo e Greg passando per Franco Neri. La vostra satira, che richiama l’irriverenza di Spinoza, è invece un prodotto originale. Vi siete ispirati a qualcuno in particolare?

"Lillo e Greg, cosi come Franco Neri, tendono ad essere molto caricaturali. Una figura di riferimento è Nino Frassica che comunque è messinese. Lo stile satirico di Spinoza, rapida efficacia, ci ha sicuramente stimolato. Non c’è comunque un punto di riferimento definito, ma dal momento che lavoriamo entrambi come comunicatori, è il mezzo che ci ha incuriosito: arrivare a tante persone in maniera breve attraverso post o articoli di blog. Quindi, piuttosto che guardare indietro, cerchiamo di aprire una strada guardando avanti e restando fedeli al nostro stile".

"Aeroporti Lamezia e Reggio: presentate nuove rotte internazionali. Dal prossimo mese di maggio emigrare sarà più semplice". Per restare in Calabria bisogna sapersi prendersi poco sul serio?

"Crediamo fortemente in una Calabria differente, dove si possa operare e lavorare, altrimenti avremmo creato una pagina intitolata "Lo statale rassegnato". Si tende a prendersi molto sul serio quando c’è da allinearsi a determinati interessi di potere o quando ci si ritrova a fare l’eroe di cartone che difende a spada tratta la propria terra dagli attacchi esterni, ma non si riesce ad avere quella serena soddisfazione rispetto alla propria condizione che è l’unica chiave utile all’emancipazione. Anche se siamo convinti che bisogna prendersi poco sul serio, spesso ci pesa fare qualche battuta. Sappiamo però che è normale che la satira faccia incazzare, per cui la contro domanda può essere: è possibile dire che non è vero che si emigra dalla Calabria? Se la situazione è questa, perché non ci possiamo scherzare? Qualcuno ci ha detto che a volte siamo pesanti, ma chi riesce ad andare oltre battute, capisce che partire da un dato di fatto è la quintessenza del nostro stile. E poi di fondo c’è sempre un grande amore per la Calabria. Possiamo essere eccessivi o anche cattivi, ma mai ipocriti o falsi".

"La ‘ndrangheta preoccupata dall’arrivo dell’ora legale" ci fa sorridere, ma quanto è facile o difficile distruggere il falso mito dell’organizzazione criminale più potente?

"La nostra posizione è sempre tra le righe, non facciamo mai nomi e cognomi perché non siamo giornalisti di inchiesta e non è compito nostro. Il nostro obiettivo è toccare tutti gli argomenti che riguardano la Calabria, quindi non abbiamo grandi difficoltà a scrivere battute dal momento che la ‘ndrangheta è una delle protagoniste principali del teatro calabrese assieme alla disfunzione della Regione, all’inquinamento e a tante altre tematiche. Quando è scoppiato il polverone sulle armi chimiche al Porto di Gioia Tauro abbiamo voluto sottolineare il fatto che da lì sono sempre transitate forniture di droga e armi e che i nostri mari sono pieni di rifiuti per cui avevamo scritto "per la prima volta i rifiuti chimici vengono smaltiti al di sopra del livello del mare". La ‘ndrangheta cerca sempre di fare paura, di inculcare il brutto dentro di noi. Invece parlarne, riderne, normalizzarla anche senza entrare sul personale, non solo è un vantaggio col minimo rischio per noi, ma riesce a danneggiare la struttura ‘ndranghetista. L’ipocrisia di chi vuole sottolineare solo i lati positivi della Calabria è anche frutto di un certo tipo di omertà, di quel sentirsi vittime della ‘ndrangheta dimenticandosi che è pur sempre un prodotto calabrese".

Programmi per il futuro?

"La scelta è di non rimanere fine a se stessi ma dare continuità allo statale perché facebook è il mezzo, non il fine. Il nostro ideale sarebbe diventare l’inserto di un giornale calabrese che pubblichi magari la Domenica dello Statale. Collaboriamo già con Radio Antenna Febea che ogni venerdì presenta una selezione delle nostre battute nel programma Satiricon Valley. Abbiamo rifiutato l’offerta di un giornale online, anche perché non vogliamo essere limitati da eventuali legami politici. C’è stata una proposta da una casa editrice per la pubblicazione di un e-book ma diciamo che alla base c’è anche un po’ di sana pigrizia calabrese per cui, stiamo ancora pensando al da farsi".

Saverio Strati in un’intervista ha definito la calabresità come "un misto di ostinazione, lealtà, rancore e senso altissimo dell’onore", voi come la definireste?

"La calabresità può essere riassunta dall’eccellenza calabrese che viene sbandierata come un’eccezione eroica, dagli esempi di meschinità e grettezza, dall’abitudine a fare il massimo col minimo sforzo. Parafrasando Campanella, sono tre i mali estremi dell’essere calabrese: rassegnazione, vittimismo e senso di inferiorità, ma visto che il calabrese vuole essere parlato, noi gli parliamo con la Satira".

Facebook Lo Statale Jonico

Il blog http://lostatalejonico.wordpress.com/

Sul tema satira e ‘ndrangheta: Dormono sulla collina – il dossier

aprile 19, 2014   Commenti disabilitati su Lo Statale Jonico ovvero la Calabria che ride di sé

Nuova intimidazione a Tiberio Bentivoglio

Reggio Calabria – Nuova intimidazione ai danni del testimone di giustizia reggino Tiberio Bentivoglio, impegnato da anni in una battaglia di denuncia e testimonianza contro il racket. Il titolare della sanitaria Sant’Elia, nel rione Condera, già sfuggito il 9 febbraio 2011 ad un agguato, ha ricevuto una lettera di minacce che aggiunge l’ennesimo capitolo ad una scia ventennale di danneggiamenti, attentati e intimidazioni partita dopo la scelta di denunciare le richieste estorsive delle cosche e di costituirsi parte civile nei processi scaturiti dalle sue denunce. Per manifestare vicinanza a Bentivoglio, al quale il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica ha rafforzato il livello di protezione, Libera ha invitato la cittadinanza per il prossimo martedì 22 aprile, a partire dalle ore 18,30, di fronte alla "sanitaria Sant’Elia" in via Reggio Campi II tronco (Condera) n. 184. "Ciascuno – si legge in una nota stampa – porti con sé un pensiero da condividere, un oggetto da donare o un cibo da gustare in spirito di comunità ma, sopra ogni altra cosa, portiamo tutti in regalo alla "sanitaria Sant’Elia" e a Tiberio la speranza e la gioia del cambiamento che sta per arrivare e che dipende, innanzitutto, dal nostro impegno".

aprile 19, 2014   Commenti disabilitati su Nuova intimidazione a Tiberio Bentivoglio

Beni confiscati, la relazione dell’Antimafia sulle prospettive di riforma

http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_1781.pdf

aprile 9, 2014   Commenti disabilitati su Beni confiscati, la relazione dell’Antimafia sulle prospettive di riforma

Nicholas Green

http://www.stopndrangheta.it/stopndr/dettaglio.aspx?id=1765

gennaio 21, 2014   Commenti disabilitati su Nicholas Green

Luca Cristello

http://www.stopndrangheta.it/stopndr/dettaglio.aspx?id=1764

gennaio 21, 2014   Commenti disabilitati su Luca Cristello

Nicola “Cocò” Campolongo

http://www.stopndrangheta.it/stopndr/dettaglio.aspx?id=1763

gennaio 21, 2014   Commenti disabilitati su Nicola “Cocò” Campolongo

Marcella Tassone

http://www.stopndrangheta.it/stopndr/dettaglio.aspx?id=1762

gennaio 21, 2014   Commenti disabilitati su Marcella Tassone

Mariangela Ansalone

http://www.stopndrangheta.it/stopndr/dettaglio.aspx?id=1760

gennaio 20, 2014   Commenti disabilitati su Mariangela Ansalone

La lunga infamia: i bambini ammazzati dalla ‘ndrangheta

E’ una lunga infamia. Senza interruzioni, senza rimorsi. Un’infamia che non nasce per errore, che non rappresenta una successione di eccezioni alla regola. Semplicemente perché di regole non ce ne sono e non ce ne sono mai state, con buona pace di chi si balocca, per ignavia, ignoranza o cattiva fede dietro il presunto "onore" mafioso. I bambini, dalla ‘ndrangheta, sono stati rapiti, torturati, ammazzati, sfigurati a colpi di lupara in faccia, bruciati, sepolti sotto la calce viva. Ecco un elenco, di certo parziale, di una strage dimenticata, rimossa, negata. Per non dire, e non dover mai più sentire, che la ‘ndrangheta non ha mai toccato i bambini.

Domenica Zucco, 3 anni: colpita all’addome nell’agguato contro il padre. Muore a San Martino di Taurianova il 3 ottobre 1951.

Concetta Lemma, 16 anni: viene ammazzata a colpi di lupara mentre si trova in casa, a Feroleto della Chiesa, l’11 gennaio 1964. E’ vittima di una vendetta di faida.

Cosimo Gioffrè, 12 anni: ucciso nella notte del 18 gennaio 1965 a San’Eufemia d’Aspromonte mentre dorme nel letto con la madre e con altre tre fratelli.

Giuseppe Bruno, 18 mesi: colpito da due pallettoni alla testa nell’agguato contro il padre. Muore l’11 settembre 1974 a Seminara.

Salvatore Feudale, 10 anni: assassinato in piazza Mercato, a Crotone, insieme con il fratello diciannovenne. E’ il 20 settembre 1973.

Michele e Domenico Facchineri, 9 e 10 anni: trucidati a colpi di lupara il 13 aprile 1975 a Cittanova.

Giuseppina Pangallo, 3 anni: ammazzata il 12 dicembre 1975 a San Giovanni di Sambatello mentre si trova in macchina con la madre.

Graziella e Maria Maesano, 9 anni: uccise a Le Castella (Crotone) il 21 settembre 1982 nell’agguato che ha per bersaglio lo zio Gaetano.

Rocco Corica, 7 anni: viene ucciso a Taurianova nell’agguato che il 29 settembre 1976 ha per bersaglio il padre. Il suo volto è sfigurato dai proiettili.

Pasqualino Perri, 12 anni: ammazzato in un ristorante di Rende, il 27 ottobre 1978. Il bersaglio dei killer era il padre.

Giovanni Canturi, 13 anni: il 9 novembre 1982 viene ucciso a Caraffa del Bianco mentre accudisce gli animali insieme con lo zio, vittima designata dei killer.

Domenico Cannatà, 11 anni e Serafino Trifarò, 14 anni: uccisi in un agguato a San Ferdinando la sera del 4 novembre 1983.

Gianluca Canonico, 10 anni: ferito a morte, il 3 luglio 1985, in un conflitto a fuoco mentre sta giocando a pallone nel cortile di casa, a Reggio Calabria.

Michele Arcangelo Tripodi, 12 anni: sequestrato e ucciso a San Ferdinando il 18 marzo 1990. E’ vittima di una vendetta trasversale.

Marcella Tassone, 9 anni: la sera del 22 febbraio 1989 viene trucidata mentre si trova in macchina con il fratello, a Laureana di Borrello. In faccia le sparano sette colpi.

Andrea Bonforte, 15 anni: ucciso all’alba del 2 gennaio 1990 a Catona, nella periferia nord di Reggio. L’obiettivo era il fratello.

Letterio Nettuno, 15 anni: sequestrato, torturato, sgozzato il 5 gennaio 1991 dalla cosca Latella-Ficara.

Domenico Catalano, 16 anni: ucciso in un agguato il 1 settembre 1990 nel quartiere Archi Cep, nella zona nord di Reggio.

Arturo Caputo, 16 anni: sta mangiando una pizza in un locale di Strongoli, nel Crotonese, la sera del 4 luglio 1990. Finisce sulla traiettoria dei killer che hanno per bersaglio un pregiudicato della zona.

Saverio Purita, 11 anni: il 23 febbraio 1990 sparisce da Vibo. Lo troveranno ammazzato e con il corpo semicarbonizzato.

Francesco Pugliese, 13 anni: scomparso da Vibo il 2 gennaio 1983.

Luca Cristello, 14 anni: scomparso da Francica, nel Vibonese, il 17 maggio 2002.

Elisabetta Gagliardi, 9 anni: ammazzata con due colpi di pistola in testa a Palermiti il 7 settembre 1990. I killer cercavano il padre e, in sua assenza, si sono accaniti sulla figlia e la moglie, Maria Marcella, uccisa anche lei.

Nicholas Green, 7 anni: il 29 settembre 1994 viene ferito a morte, in un tentativo di rapina, mentre si trova in auto con la famiglia sulla Sa-Rc.

Mariangela Ansalone, 9 anni: ammazzata l’8 maggio 1998 ad Oppido Mamertina, insieme con il nonno. La macchina su cui si trovavano era stata scambiata dai killer per l’auto dei rivali.

Paolino Rodà, 13 anni: ucciso il 2 novembre 2004 nelle campagne di Ferruzzano, insieme con il padre.

Dodò Gabriele, 11 anni: è il 25 giugno del 2009 a Crotone e Dodò sta giocando a pallone in un campo di calcetto. I killer che entrano in azione sparano all’impazzata. Ferito alla testa, Dodò morirà dopo tre mesi di agonia.

Nicola Campolongo, 3 anni: sparito da Cassano allo Jonio il 15 gennaio 2014, insieme con il nonno, il pregiudicato Giuseppe Iannicelli e la sua compagna Ibtissa Touss. Il suo corpo, insieme a quello dei due adulti, è stato ritrovato il 19 gennaio 2014 all’interno dell’auto del nonno. Carbonizzato.

Per un approfondimento: nomi e storie delle piccole vittime di ‘ndrangheta sono stati pazientemente e dettagliatamente ricostruiti da Danilo Chirico e Alessio Magro in "Dimenticati" (Castelvecchi, Roma 2011) nel capitolo "Troppo piccoli per morire" (pagg. 385-423)

gennaio 19, 2014   Commenti disabilitati su La lunga infamia: i bambini ammazzati dalla ‘ndrangheta

“Lo Stato mi permetta di resistere”

Sono Tiberio Bentivoglio, 34 anni fa, insieme a mia moglie ho avviato una attività commerciale, il cui fatturato sin dall’inizio è stato ottimo permettendomi di assumere diversi dipendenti e di ingrandire più volte la superfice di vendita, la mia era una fiorente attività conosciuta e apprezzata in tutta la provincia, ma tutto questo viene interrotto quando circa 20 anni fa si sono presentati i mafiosi a pretendere i miei sacrifici, mi sono opposto con determinazione e senza mai pentirmi ed è proprio per questo motivo, che sono stato più volte punito.
Furti, incendi, bombe e distruzione di automezzi, hanno messo in crisi la mia piccola ma sana azienda. Tutti gli attentati di evidente provenienza estorsiva e intimidatoria, sono stati da me sempre denunciati, ho infatti fornito e continuo a farlo, ampia collaborazione alle autorità inquirenti, ma nonostante aver scelto lo Stato come alleato, oggi sto per chiudere la mia attività perché ogni evento delittuoso ed ogni minaccia ricevuta hanno comportato un esponenziale indebitamento ed uno svilimento della mia attività commerciale.
I miei numerosi clienti di un tempo non ci sono più, forse per la paura di farsi vedere con me nel mio locale, mentre i pochi coraggiosi che continuano a frequentarlo, si ritrovano spesso costretti, loro malgrado, ad acquistare altrove, in quanto non sono economicamente in grado a rifornire di merce la mia sanitaria.
Questa di certo non è la mia volontà imprenditoriale. Questa è una delle tante conseguenze per aver denunciato i miei estortori. Ma questa purtroppo è anche una conseguenza delle lungaggini burocratiche del nostro Stato. Non si può e non si deve aspettare tre o quattro anni prima di ricevere i risarcimenti previsti dalla legge, che nel mio caso non sono stati sufficienti né a risanare i debiti contratti né a mantenere in vita l’attività. La Sanitaria S. Elia è per me e la mia famiglia l’unica fonte di sostentamento.
Nonostante l’agonia della mia attività, non ho mai pensato di trovare strade alternative come quella dell’usura, ma ho continuato, come ho sempre fatto a presentarmi nelle aule dei Tribunali per testimoniare contro i mafiosi e contro chi tenta di favorirli con la falsa testimonianza.
Persone che in tutti i modi cercano di ostacolare la mia scelta di vita, la mia voglia di libertà di verità e di giustizia. Oltre la denuncia mi sono anche costituito parte civile nei miei processi. E tre anni fa, a seguito alla condanna dei malavitosi da me accusati, sono rimasto vittima di un tentato omicidio, solo il caso ha voluto che il proiettile, probabilmente quello fatale, si è fermasse nel marsupio di cuoio, che quel giorno portavo a tracolla sulle spalle. Gli autori, del tentato omicidio ad oggi restano ignoti, mentre io continuo a trascinarmi su una sola gamba in quanto l’altra ha riportato lesioni permanenti causati dai proiettili. Ma oltre al danno materiale subito, da quel giorno vivo e faccio vivere mia moglie e i miei figli in continuo stato di allerta, di angoscia e di tensione, essi sono cresciuti con l’odore acre dei prodotti bruciati, con i boati delle bombe, con la paura di perdere un padre.

Questa è in sintesi la mia vita da venti anni a questa parte. Anche per quest’ultimo evento mi sono rivolto allo Stato, chiedendo attraverso la legge 44/99 di potermi supportare per continuare ancora una volta ad alzare, come ogni mattina, la saracinesca del mio negozio, ma ha risposto soltanto qualche giorno fa, dopo ben 3 anni di attesa e con immensa delusione, ho scoperto che vivere tutte le situazioni sopra descritte, ed in particolare il tentato omicidio, vale solo 16.000 euro.
Ma vale così poco la mia vita? Vale così poco la tranquillità della mia famiglia? Questa è la somma che lo Stato ritiene congrua ad una vittima che ha denunciato i propri estortori? Si può quantificare una vita ed un danno alla propria attività imprenditoriale legandolo, come prevede la legge 44, unicamente al reddito dichiarato negli anni precedenti?
Desidero delle risposte, ho bisogno di capire.
Quello che vi posso dire che il mio guadagno in questi ultimi anni è bassissimo, altrimenti avrei onorato l’erario, pagando puntualmente contributi, Iva, Canoni d’Affitto e stipendi dei dipendenti. In 10 anni il fatturato della mia attività è diminuito di oltre 2 milioni e mezzo di euro, e di conseguenza le dichiarazioni dei redditi sono irrisorie. I parametri usati per aiutare un cittadino e la sua azienda vessata e distrutta dai mafiosi, non possono e non devono essere basati sul benessere finanziario dell’impresa occorre per questi motivi rivedere le leggi vigenti con estrema urgenza, come più volte ho segnalato. I ritardi, dovuti al farraginoso iter burocratico, hanno determinato la completa paralisi della mia attività ed inoltre quando lo Stato, attraverso Equitalia, ha provveduto ad ipotecare la mia casa ha peggiorato definitivamente la mia situazione. Grazie a questo, le banche mi hanno detto di non essere più un cliente desiderato, togliendomi ogni affidamento e facendomi rientrare con urgenza dagli sconfini. Da qui anche i miei fornitori, temendo in un mio possibile fallimento, hanno deciso di rifornirmi solo con pagamenti anticipati.
A mio parere, i debiti che un commerciante si ritrova ad avere a causa dei suoi estortori devono essere sanati dagli stessi mafiosi attraverso le confische, condannandoli a risarcimenti considerevoli. Questi infatti, non sono debiti causati da una dissennata attività imprenditoriale ma sono conseguenza della voglia di legalità e di libertà, del vivere e lavorare onestamente nella propria terra
Ma la legge 44/99, ha ancora altri punti deboli, come per esempio l’articolo 20 che prevede il blocco dei provvedimenti esecutivi, ad esempio gli sfratti, ma il suo tempo di applicazione scade prima ancora d’aver ricevuto l’aiuto economico, altrimenti non saprei dare altra motivazione alla mia situazione, perché tra meno di un mese dovrò liberare i locali dove è ubicata la mia azienda, a causa di uno sfratto esecutivo. Da un momento all’altro anche la mia casa potrà essere venduta all’asta, e mi domando, chi la comprerà? Certamente i mafiosi che ho mandato in galera o i loro prestanome, ecco il paradosso, da un lato lo STATO confisca i beni ai malavitosi, dall’altro gli stessi si appropriano della casa di quel commerciante che li ha denunciati.
Da anni sono alla ricerca, finora vana, di un nuovo immobile da fittare per continuare la mia attività in un’area della città diversa da quella in cui mi è stata fatta terra bruciata attorno. Ma nessuno vuole concedere i propri locali a chi rischia di vedersi saltare in aria la propria attività per la quarta volta. Anche per questo motivo ho già presentato presso tutti gli uffici preposti una istanza per vedermi assegnato o concesso in fitto un adeguato bene confiscato o sequestrato dove poter trasferire la mia attività, una copia di tale richiesta l’ho inoltrata anche alla Prefettura di Reggio Calabria, che ha dimostrato grande apertura nei confronti di questa mia necessità. Se lo ritenete importante, come io spero, potete prenderne visione. Anche questo a mio avviso è un uso sociale dei beni confiscati. Vi è un diritto – dovere, in queste terre così difficili, quello della "resistenza" allo strapotere mafioso ed è per questo che chiedo allo Stato di permettermi di resistere e non morire, di poter continuare a dire a tutta la società e agli imprenditori denunciate perché "la libertà non ha pizzo".
Mi auguro che le mie urgenti necessità potranno essere discusse nelle sedi di competenza, per cui ho anche provveduto alcuni giorni fa a scrivere al Ministro degli Interni On Angelino Alfano per chiedere una Audizione Parlamentare, nel frattempo mi sono incontrato col Vice Ministro On Filippo Bubbico al quale ho lasciato dei documenti più dettagliati inerenti la mia storia. Voglio essere fiducioso nell’operato di questa Commissione e in particolare in quello del suo Presidente Rosy Bindi che ringrazio per avermi concesso di evidenziare le mie difficoltà, rimango pertanto a vostra completa disposizione qualora abbiate la necessità di risentirmi per una analisi più approfondita, anticipandovi che rapidamente produrrò alla vostra attenzione una esposizione più dettagliata delle mie vicissitudini evidenziando tutti gli impedimenti e le difficoltà che hanno determinato il mio fallimento.

Aiutare gli imprenditori vittime del racket è un dovere delle Istituzioni, queste in sintesi delle semplici modifiche di legge che potrebbero aiutarci concretamente:
1) Cancellazione delle ipoteche dai beni immobili.
2) Abbattimento dei debiti prodotti per causa dei mafiosi.
3) La possibilità di gestire un adeguato bene immobile confiscato per il proseguo dell’attività.
4) Nel caso di fallimento dell’attività commerciale la possibilità dell’assunzione nella pubblica amministrazione del titolare dell’imprese o dei figli a carico, come previsto dalla legge 407/98 ss.mm
5) Agevolazioni fiscali, come ad esempio il credito d’imposta per i dipendenti
6) Detassazione
7) Modifica dei parametri per il riconoscimento economico delle vittime di estorsione legge 44/99
8) Equiparazione alle vittime della criminalità organizzata per il riconoscimento per ogni punto percentuale di invalidità riconosciuto dalla Commissione Medica Ospedaliera competente per territorio, L. n° 302/1990 ss.mm.
9) Esenzione dal pagamento delle imposte e dei tributi per un periodo congruo

Permettetemi di aggiungere concludendo, che la lotta dichiarata alle mafie, sarà vinta, non solo mettendo insieme tutte le forze, non solo facendo leggi più adeguate, ma anche costruendo gli ospedali da campo, dove vanno curate e sanate le vittime in modo da poterle rimandare al fronte a combattere. Io ho fatto questa scelta, per questo che vi chiedo di sostenermi. Io voglio vincere, per poter gridare a tutti i miei colleghi che denunciare conviene.

dicembre 10, 2013   Commenti disabilitati su “Lo Stato mi permetta di resistere”