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A Palmi l’incontro “Memoria e Testimonianza di una Calabria che cambia”

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luglio 30, 2014   Commenti disabilitati su A Palmi l’incontro “Memoria e Testimonianza di una Calabria che cambia”

Un albero d’alloro per ricordare Giuseppe Marino e Giuseppe Macheda

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luglio 17, 2014   Commenti disabilitati su Un albero d’alloro per ricordare Giuseppe Marino e Giuseppe Macheda

Sale sulla ferita

REGGIO CALABRIA – Serviva una risposta forte, chiara e inequivocabile allo schiaffo di Oppido Mamertina (la statua della Madonna delle Grazie portata in omaggio al vecchio boss). E il "chiuso per inchino" era stato auspicato da molte parti, con argomentazioni a volte poliziesche e sbrigative. Indifferenti o non consapevoli, tutti, del fatto che in certi paesi il problema fosse stato risolto da anni (Polistena), che in altri fosse stata recentemente ingaggiata una lotta per depurare le processioni dalle scorie tossiche della presenza ‘ndranghetista (Sant’Onofrio, Stefanaconi), che in altri ancora, ne sono certa, parroci lontani dai riflettori abbiano affrontato musi duri e minacce, rifiutando inchini. Lo schiaffo di Oppido ha solo ricordato che il problema, in alcune zone della Calabria, sta sempre lì, come gli ‘ndranghetisti, sotto la statua della Madonna. E quello schiaffo, è vero, pretendeva una risposta. Eccola. Nella diocesi di Oppido-Palmi processioni sospese a tempo indeterminato. Impressionante sul piano emotivo. Ma è una risposta forte, chiara e inequivocabile? A me fa pensare a quel maestro che sospende tutta la classe, anche se dentro di sé lo sa – e come se lo sa! – chi è stato sbagliare, a dare quello schiaffo, a strappare il registro, perché i suoi ragazzi li conosce uno per uno. E sa pure che quella nota non servirà a fare diventare più coraggiosi i compagni che stanno zitti. Li farà sentire solo due volte vittime. Del bullo e dell’autorità. Ecco, diciamo che il direttore ha deciso di sollevare i maestri della scuola dal peso, dalla responsabilità e dai rischi della decisione. Alunni tutti sospesi. Dicono che i parroci abbiano applaudito alla decisione. No, non c’è forza in questo. O, meglio, non è un’immagine di forza che comunica. E non c’è chiarezza perché non fa distinguo. Ed è equivocabile perché non fa distinguo. E quindi rischia di spargere sale sulla ferita, alimentando vittimismo e rassegnazione, laddove serviva far scorrere il disinfettante più aspro. Mettersi sotto le statue della Madonna e dei Santi e portarsele sulla schiena con tutti i parroci della diocesi. Oppure affidarle a chi di pesi sulla schiena se ne intende: ai testimoni di giustizia, ai figli e alle figlie delle vittime di ‘ndrangheta, ai commercianti e agli imprenditori sotto scorta, alle ragazze e ai ragazzi che sulla Piana ci credono e s’impegnano per un’altra Calabria. Bastava questo a dire che no, non siamo tutti uguali. E il nome di chi ha sbagliato (portantini, preti, componenti del comitato…) lo sappiamo e lo facciamo. Gli altri, quelli che stanno zitti, quelli che stanno sugli spalti, avrebbero capito, ne sono certa. Forse qualcuno si sarebbe pure alzato, lasciando il suo vecchio posto da testimone muto per mettersi sotto la statua, da cittadino che non vuole fare inchini. Lo so, un azzardo. Ma se è vero, come diceva don Italo Calabrò, che "nel coraggio dei suoi pastori la gente ritrova il suo coraggio", è di pastori che azzardano che i calabresi non hanno mai avuto così tanto bisogno.

luglio 10, 2014   Commenti disabilitati su Sale sulla ferita

Presidio per l’intitolazione del Comando dei vigili urbani a Marino e Macheda

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luglio 3, 2014   Commenti disabilitati su Presidio per l’intitolazione del Comando dei vigili urbani a Marino e Macheda

“Il ricordo lascia il segno” – il materiale della campagna

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giugno 29, 2014   Commenti disabilitati su “Il ricordo lascia il segno” – il materiale della campagna

Gli omicidi di Macheda e Marino: rassegna stampa

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giugno 27, 2014   Commenti disabilitati su Gli omicidi di Macheda e Marino: rassegna stampa

Giuseppe Marino, vittima del dovere

Vittima del dovere – Giuseppe Marino ha 43 anni, è vigile urbano a Reggio Calabria e la sera del 16 aprile 1993 sta verificando il rispetto dell’ordinanza comunale che vieta il transito e la sosta di automobili e motocicli lungo il Corso Garibaldi, la principale arteria cittadina. Ribadito dal sindaco democristiano Giuseppe Reale, eletto nel 1993 dopo la tangentopoli che aveva travolto la Giunta Licandro, il provvedimento è entrato in vigore da poco, ha prodotto non pochi mugugni e fatica ad essere accettato dagli automobilisti reggini. Sono circa le 20:00 quando Marino ed il suo collega Orazio Palamara, di pattuglia nei pressi della Villa comunale, vengono raggiunti dai colpi esplosi a bruciapelo da una pistola calibro 9×21, un’arma da guerra che non lascia scampo al primo, morto sul colpo mentre sta salendo in macchina, e solo per un incrocio di casualità risparmia la vita al secondo. Pur senza escludere alcuna pista, gli inquirenti restringono quasi subito il campo delle indagini all’ambiente di lavoro, e nello specifico si concentrano sui bollettari dei due vigili urbani. Sembra plausibile che l’omicidio sia maturato proprio intorno all’attività di Marino in ottemperanza all’ordinanza comunale. Sin da subito, tuttavia, le indagini sbattono contro la difficoltà di ricostruire la dinamica dell’agguato; gli investigatori non riescono ad acquisire testimonianze apprezzabili, nessun testimone diretto che sappia o abbia voglia di fornire informazioni utili nonostante l’omicidio sia avvenuto in un in una zona centralissima della città ed in un orario in cui la strada è ancora molto affollata. Un’incertezza che si rispecchia nelle varie ricostruzioni giornalistiche dell’accaduto: i principali quotidiani locali e nazionali non riescono, infatti, a fornire una versione univoca dei fatti, con lacune che non si riescono a colmare.

Le ricostruzioni – Una primissima ricostruzione tentata da Filippo Veltri sulle colonne di Repubblica riconduce l’omicidio al gesto di un folle, indispettito da una multa elevata ai suoi danni dai due vigili. Secondo questa versione, il killer avrebbe sparato appostandosi dietro la Fiat Ritmo in dotazione alla polizia municipale con lo scopo di uccidere entrambi ma il corpo di Marino, cadendo attinto dai proiettili, avrebbe fatto da scudo a Palamara salvandogli, di fatto, la vita. Qualche dettaglio in più a corredo di questa ricostruzione viene da Diego Minuti, il quale su La Stampa specifica che il killer avrebbe sparato 15 colpi all’impazzata, mentre Marino e Palamara fanno rimuovere dal carro attrezzi la sua auto in sosta vietata. Nessuna ricostruzione, fino ad ora, cita i nomi di eventuali indiziati, né dipinge la vicenda come un agguato a possibile matrice ‘ndranghetista. Sulle pagine del Corriere della Sera, qualche giorno dopo, si inizia a leggere una versione diversa: Marino sarebbe stato ucciso per vendetta dopo aver multato un piccolo boss della ‘ndrangheta. È proprio in questa versione che emergono per la prima volta due particolari importanti: che l’omicidio possa essere ricondotto in un’ottica ‘ndranghetista e che i presunti killer possano avere un nome. I fratelli Antonio e Bartolo Votano, ritenuti affiliati alla cosca dei Libri, sono indiziati di "omicidio, tentato omicidio e detenzione abusiva di pistola", secondo una nota della Procura. All’origine, per gli inquirenti, ci sarebbe sempre una contravvenzione elevata un anno prima ad Antonino Votano, il maggiore dei fratelli. In quel frangente Votano sarebbe stato denunciato per oltraggio a pubblico ufficiale ed il processo, svoltosi l’8 marzo 1993, un mese prima dell’omicidio, lo ha condannato a due anni e mezzo di detenzione dopo la testimonianza cruciale di Marino. Secondo i magistrati, quindi, l’agguato sarebbe maturato come vendetta eseguita da Bartolo Votano che la sera del 16 aprile, appostato dietro una cabina telefonica nei pressi della Villa Comunale, avrebbe aperto il fuoco contro Marino ed il suo collega. L’accusa però non regge al vaglio del tribunale: entrambi i fratelli Votano vengono assolti in via definitiva per non aver commesso il fatto, mentre ad autoaccusarsi dell’omicidio sarà il pentito Giuseppe Calabrò, condannato come esecutore materiale. Ancora oscuro il movente e senza nome i mandanti.

La famiglia, la città e le istituzioni – Quell’aprile del 1993 la città non sembra quasi accorgersi dell’accaduto. A parte qualche sparuto mazzo di fiori poggiato sul luogo dell’agguato, il resto è silenzio. La giunta Reale, dal canto suo, prova a scuotere l’intorpidita indifferenza della comunità reggina affiggendo un manifesto pubblico per invitare "tutta la popolazione a partecipare ai funerali di Marino come atto di ribellione contro la violenza e come affermazione corale della città a volere cambiare". Ma dopo i funerali ufficiali – chiusa in uno stretto riserbo la famiglia avrebbe preferito una celebrazione più intima e raccolta ad Arangea, dove Marino viveva con la moglie Paola e le due figlie Lavinia e Maria – è l’oblio. Oggi Reggio prova a riprendersi un pezzetto di quella storia, facendone memoria viva, chiedendo che a Giuseppe Marino ed al collega Giuseppe Macheda – un’altra vittima del dovere – venga intitolata la caserma dei vigili urbani della città.

giugno 27, 2014   Commenti disabilitati su Giuseppe Marino, vittima del dovere

Giuseppe Marino

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giugno 26, 2014   Commenti disabilitati su Giuseppe Marino

Giuseppe Macheda

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giugno 25, 2014   Commenti disabilitati su Giuseppe Macheda

La memoria dovuta: dossier Macheda-Marino

REGGIO CALABRIA – Macheda lo ammazzarono nel 1985, sotto casa, di ritorno da una riunione di lavoro. Faceva parte della squadra della Polizia municipale impegnata nella lotta all’abusivismo edilizio. Non aveva neppure 30 anni e sarebbe diventato padre di lì a tre mesi. Marino lo freddarono nel 1993, sul corso Garibaldi, mentre vigilava sul rispetto dell’ordinanza che inibiva al traffico la principale via cittadina. Aveva 43 anni e due figlie piccole. Per entrambi, dopo gli spari, è arrivata la seconda morte toccata a quasi tutte le vittime di ‘ndrangheta: rimasti senza giustizia (dell’omicidio Marino si è autoaccusato il pentito Calabrò, ma non si conoscono mandanti e movente), i due vigili urbani di Reggio Calabria sono stati frettolosamente nascosti sotto il pesante tappeto dell’oblio collettivo. Come un elemento di imbarazzo, più che di legittimo orgoglio. Come un fastidioso sassolino nella scarpa. Intitolargli oggi la Caserma della Polizia municipale, come ha inutilmente ed in solitudine chiesto negli ultimi vent’anni il tenente Domenico Porcino, amico e collega di Marino, sarebbe un primo passo, simbolico ma importante, per sollevare quel tappeto e guardarci sotto. Là dove giacciono colpevolmente, insieme con i due vigili, decine di altri nomi e storie cancellate da una "narrazione" smemorata della città, imposta da un potere complice e accettata da una comunità silente.

IL DOSSIER – La nostra "contro-narrazione" è in questo dossier dedicato alla memoria dei due vigili urbani reggini e messo al servizio della campagna di Libera "Il ricordo lascia il segno". Partendo dalla ricostruzione delle due vicende di cronaca (anche attraverso il recupero della rassegna stampa del tempo), abbiamo provato a delineare lo scenario in cui gli omicidi sono maturati. In particolare, abbiamo puntato i riflettori sulla Reggio del "sacco alla città" degli anni Ottanta, quella in cui "comanda il partito dei palazzinari", come lucidamente e con coraggio denunciava l’ingegnere Demetrio Quattrone, altra vittima di ‘ndrangheta a lungo cancellata dalla memoria cittadina. La stessa che oggi mostra le brutte cicatrici di speculazione e abusivismo fotografate da Romina Arena ("Appalti, sangue e abusivismo nella città dolente"). Ma con il contributo del sociologo Ercole Giap Parini, intervistato da Elisa Lombardo, abbiamo anche provato a riflettere sui temi della memoria, dell’oblio e dell’importanza dei segni nella costruzione di un’identità collettiva.

I SEGNI E LA CITTA’ – "Ricordare significa rivendicare una nuova identità per sé, per il proprio collettivo, per la propria città", dice Parini. Memoria come processo identitario, quindi, e non come rito sepolcrale. Memoria che, come amiamo dire noi di Stopndrangheta.it, non si celebra ma si fa. E che per farsi ha anche bisogno di simboli, purché non vuoti o calati dall’alto. Purché, come la targa fittizia "Caserma Macheda – Marino" che circolerà on line e per le strade di Reggio in questo mese di campagna, siano capaci di raccontare storie, sollecitare impegno e tramutarsi in azioni. E possano diventare i segni di una città decisa a lasciarsi alle spalle il fumo delle "narrazioni" celebrative o accomodanti, per guardarsi senza sconti allo specchio.

IL DOSSIER "Macheda-Marino"

Giuseppe Marino, vittima del dovere di Romina Arena

Morire di mattone a Reggio Calabria: la storia di Giuseppe Macheda di Romina Arena

Fare memoria, Parini: ricordare è resistere di Elisa Lombardo

Appalti, sangue e abusivismo nella città dolente di Romina Arena

Quattrone: a Reggio comandano i palazzinari

LE FOTO

Giuseppe Macheda

Giuseppe Marino

LE GALLERIE

Reggio brutta e incompiuta. Viaggio nella città sfregiata di Romina Arena

I GIORNALI

Gli omicidi di Macheda e Marino: la rassegna stampa

LA CAMPAGNA

"Il ricordo si fa segno" – il materiale della campagna di redazione

giugno 25, 2014   Commenti disabilitati su La memoria dovuta: dossier Macheda-Marino