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Sergio Cosmai e Filippo Salsone, destini incrociati

I destini di Sergio Cosmai e Filippo Salsone si incrociano e si sovrappongono. Erano insieme in servizio nel carcere di Cosenza di via Popilia. L’uno dirigeva la prigione e l’altro, sottufficiale della polizia penitenziaria, era il suo braccio destro. Il primo è stato ucciso il 12 marzo del 1985, il secondo il 7 febbraio 1986.

Secondo le rivelazioni dei pentiti, Cosmai è stato ucciso perché aveva osato imporre regole ferree ai detenuti. Durante una protesta in carcere, non aveva ceduto alle richieste provocatorie dei detenuti, ordinando un blitz per ristabilire l’ordine. Come da regolamento. Ai boss della ‘ndrangheta cosentina, rampanti e feroci, Cosmai dava fastidio. Così come il maresciallo Salsone.

È stato Franco Pino, pentito dal ’95, a ricostruire le vicende. Ad uccidere il direttore Cosmai sarebbero stati Dario e Nicola Notargiacomo e Giuseppe e Stefano Bartolomeo, su ordine del boss scissionista Franco Perna. L’omicidio di Salsone è invece ordinato del clan Pino, come atto distensivo per favorire la pace tra i gruppi in guerra. Ad eseguire la sentenza sicari della Locride, in azione per conto terzi.

La condanna a morte per Cosmai fu eseguita il 12 marzo del 1985, lungo la statale 19, tra Cosenza e Rende. Il direttore 36enne guidava la sua Fiat 500, diretto alla scuola della figlia, una bambina di 7 anni. Affiancato dai killer, è stato bersagliato da colpi di pistola. Morirà in ospedale. A guidare le indagini del dopo attentato è stato l’allora capo della squadra mobile di Cosenza, Nicola Calipari (si tratta del funzionario dei servizi segreti italiani morto in Iraq nel 2005).

L’agguato a Salsone, 40 anni, venne portato a termine a Brancaleone, nella provincia di Reggio Calabria. Aveva appena lasciato l’abitazione dei genitori cui s’era recato a far visita. Il sottufficiale venne massacrato a colpi di lupara e finito con una pistolettata alla testa. Mentre il figlio di dieci anni restò ferito. Al momento della morte Salsone era in servizio provvisorio a Reggio Calabria, anche se la sede d’assegnazione era Poggioreale.

marzo 12, 1985   Commenti disabilitati su Sergio Cosmai e Filippo Salsone, destini incrociati

Edoardo Annichiarico, 16 anni, rapito e ucciso a Castrovillari

Frequentava il liceo, aveva 16 anni e una ragazza. È nato a Castrovillari, in provincia di Cosenza, di famiglia benestante. Quasi una colpa per la banda di dilettanti che l’ha rapito e subito ucciso, per poi tentare di estorcere un riscatto ai gioiellieri Annichiarico. Attirato in una trappola dall’amico professore, Edoardo è morto il 9 novembre 1982. Caricato su un auto, accoltellato sei volte e poi gettato in un fosso lungo l’autostrada. È rimasto lì tre giorni. Di pena e di speranza. Un sequestro anomalo, tragico, risolto in pochi giorni e chiuso definitivamente con tre condanne pesanti. Ad uccidere Edoardo Annichiarico non è stata la ‘ndrangheta, non sono state le cosche, ma una mentalità criminale che dalla mafia ha appreso il disprezzo per la vita e la sete di denaro, a tutti i costi.

La tragedia inizia e si conclude nella serata del 9 novembre. Edoardo è con la ragazza, Nuccia Zaccaro. Poco prima delle otto va via, è l’ora della palestra. Come ogni sera ci va in motorino, ma non ci arriverà mai. Lo hanno caricato di forza su un’auto, per fuggire poi in direzione dell’autostrada. Per confondere le acque, qualcuno della banda sposta il motorino, parcheggiandolo nel piazzale di un distributore di benzina, all’ingresso del paese. Poi una telefonata. Un uomo dall’accento catanzarese annuncia il sequestro. "Vostro figlio è in buone mani, preparate trecento milioni e venti chili di oro". Paura e panico. I familiari vanno in strada, cercano Edoardo. Solo dopo un’ora abbondante chiamano i carabinieri.

Nonostante l’allarme in ritardo, e anche grazie alla collaborazione della Zaccaro, c’è subito un fermo: si tratta di Giacomo Daniele Cardello, insegnante 25enne di origine siciliana, residente a Castrovillari da sei anni. Lo conoscevano tutti in paese, lo chiamavano "il professorino". Una notte in caserma non basta per farlo confessare. Ma le prove sono già schiaccianti: la sua auto viene ritrovata in un garage, diverso da quello che usa abitualmente, e ci sono delle macchie di sangue. Ci vorrà poco tempo per scoprire che quel sangue è proprio di Edoardo.

Commerciano in oro da diverse generazioni gli Annichiarico. Una gioielleria nella centrale via Roma di Castrovillari. Una famiglia benestante, bersaglio ideale per la banda di sequestratori. Cardello frequentava la stessa palestra di Edoardo, erano più che conoscenti. Si erano già visti il giorno prima del sequestro e avevano un appuntamento per quell’ultima serata. Una trappola organizzata da Cardello, insieme ai complici Castrese Grieco, giovane carpentiere napoletano già pregiudicato, e al tipografo Benedetto Scorza.

Il paese reagisce, il comune organizza una manifestazione e la gente risponde. Ci sono altri arresti, mentre i carabinieri battono la zona in cerca della prigione. Si cerca ovunque, anche sul monte Pollino. Si cerca ma è tutto inutile. Il corpo di Edoardo è in una scarpata che costeggia una piazzola di sosta della Salerno-Reggio Calabria, tra gli svincoli di Spezzano Terme e Firmo in direzione Nord. A farlo ritrovare è Cardello.

Crolla l’insegnante e racconta del sequestro e dell’omicidio. Parla Cardello, ma non dice tutto e nega le sue responsabilità. Quel che è certo è che Edoardo viene subito ucciso, tra le otto e le nove. Sei coltellate al ventre. Ucciso e gettato nel fosso, dove resta per tre giorni e per tre notti. Se la storia non fosse tragica, si potrebbe sorridere del dilettantismo della banda. Un sequestro artigianale, secondo gli inquirenti, ma ancora più feroce. Perché l’assassinio è preordinato. Metodo sardo, diranno i magistrati: si rapisce, si ammazza per evitare la gestione della prigionia, si chiede il riscatto. Ed è un metodo che a volte funziona: era già pronta la valigetta coi 300 milioni, messi insieme dagli amici della famiglia.

Il 14 novembre è il giorno dei funerali. Una giornata di lutto cittadino, tutto chiuso, negozi e scuole sbarrati, tutti in strada per il corteo funebre. L’intero paese partecipa, un vero e proprio pellegrinaggio, tanto che la cattedrale non contiene la folla che arriva fino alle strade nei dintorni. In chiesa c’è il vescovo. La condanna: "Il crimine non paga". Il monito: "Bisogna uscire dalla grigia e passiva neutralità". E poi la compassione: "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno".

Quello di Edoardo è uno dei 50 sequestrati dell’82, tra i quali dodici minori. In Calabria sono sette i rapiti. La storia di Edoardo scuote le coscienze. Nella Calabria dell’omertà, nella terra della rassegnazione c’è, come sempre, chi non sta in silenzio. Così Nuccia Zaccaro, la giovane fidanzata di Edoardo, riceve un premio inaspettato, perché per tutta la notte resta coi carabinieri e dice quel che sa. La rivista "Ordine pubblico" le dedica il riconoscimento "Sicurezza uguale libertà", una onorificenza che spetta alle forze dell’ordine. Un premio per un gesto normale. È un fatto straordinario, perché qualcuno finalmente si accorge che anche in Calabria esiste la gente normale.

Ci vogliono cinque anni e un lungo iter giudiziario per arrivare alle condanne. Nel dicembre dell’87 la corte d’appello di Catanzaro dà trent’anni all’ideatore Cardello, 28 e 22 a Grieco e Scorza, mentre un quarto uomo – Francesco Concilio, cugino di Grieco – è assolto per insufficienza di prove.

La memoria resiste: il 22 maggio del ’91 Antonia Gioffrè Annichiarico, la madre di Edoardo, riceve a Cascia uno dei cinque riconoscimenti internazionali attribuiti ogni anno nel giorno della festa di Santa Rita. "Per le sue doti morali e cristiane, dimostrate in occasione della morte del figlio, vittima di un sequestro", dicono le motivazioni. Un premio all’onesta. Un premio alla Calabria onesta.

					

novembre 9, 1982   Commenti disabilitati su Edoardo Annichiarico, 16 anni, rapito e ucciso a Castrovillari

Gennaro Musella e la giustizia dopo 26 anni

Ingegnere salernitano, Gennaro Musella aveva trasferito in Calabria la sua azienda perché impegnato in lavori di opere marittime. Era un professionista stimato, un uomo semplice.
Viene ucciso a Reggio Calabria il 3 maggio 1982, dilaniato dall’esplosione della sua autovettura. Da allora la sua famiglia cerca giustizia.
L’ombra della Sicilia "senza sole" si affaccia anche sul delitto Musella che fu inquadrato nell’assegnazione dell’appalto per il porto di Bagnara Calabra, le cui gare furono vinte prima e dopo, dai famosi "cavalieri del lavoro" di Catania, Costanzo e Graci.
I carabinieri del nucleo operativo di Reggio Calabria, in un rapporto all’autorità giudiziaria, denunciarono per quell’appalto un’associazione tra la ‘ndrangheta calabrese e la mafia catanese, rispettivamente guidate dai boss Paolo de Stefano e Nitto Santapaola; nell’elenco comparivano anche nomi di imprenditori, politici e funzionari del genio civile di Reggio Calabria. Al delitto Musella lo Stato non ha mai dato una risposta. Il caso fu archiviato nel 1988 contro ignoti per essere riaperto poi dalla DDA nel 1993. L’inchiesta malgrado portata a termine dal procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Salvatore Boemi unitamente alla criminalpol, non ha avuto alcun seguito, non essendo mai stato celebrato un processo. La giustizia rimane sepolta da strati di polvere tra le carte ingiallite di un vecchio fascicolo, mentre le imprese mafiose continuano a giudicarsi gli appalti, le tangenti sono sempre in rigore così come l’alleanza tra mafia e ‘ndrangheta.
E’ stato riconosciuto vittima innocente della ‘ndrangheta solo nel 2009. Si conclude quindi con una vittoria la battaglia che da anni combatte sua figlia, Adriana Musella, impegnata ad animare il movimento antimafia Riferimenti – che ha avuto come presidente un uomo prestigioso come il giudice Antonino Caponnetto – che ogni anno organizza la manifestazione "La Gerbera gialla" per gli studenti di tutta Italia. A Gennaro Musella la città di Reggio Calabria ha dedicato recentemente una strada.

maggio 3, 1982   Commenti disabilitati su Gennaro Musella e la giustizia dopo 26 anni

Francesco Borrelli e il senso del dovere

Francesco Borrelli era un carabiniere, un elicotterista. La morte era nel conto. Un mestiere pericoloso, soprattutto in Calabria. Il maresciallo Borrelli è caduto per il senso del dovere. Quel 13 gennaio 1982 è in piazza con gli amici, nella sua Cutro, in provincia di Crotone. Qualche giorno a casa con la famiglia, lontano dal centro elicotteristi di Vibo.

Ma l’istinto non va mai in vacanza: sullo sfondo vede un’auto, vede le canne dei fucili, si volta dal lato opposto della piazza e nota sugli scalini del bar il boss Antonio Dragone. Come in un film. Ci vuole solo qualche secondo per realizzare che sta per scoppiare l’inferno. Il carabiniere Francesco Borrelli non è in divisa, e in fondo non è pagato per morire. Ma fa il proprio dovere fino alle streme conseguenze. Si mette ad urlare per far allontanare la gente. I fucili sparano, il boss si salva, il maresciallo Borrelli è colpito in pieno, il comandante dei carabinieri di Cutro è al riparo dietro la saracinesca del bar che aveva abbassato per nascondersi (sarà poi espulso dall’Arma).

Per Francesco Borrelli i funerali di Stato e una medaglia d’oro al valor civile (non militare, nonostante fosse un carabiniere, perché non aveva sparato nessun colpo di arma da fuoco). Nessun colpevole, anche per lui, anche questa volta. Neppure una targa per ricordarlo a Cutro, paese colpevolmente senza memoria. Il maresciallo Borrelli è stato ricordato nell’estate 2008 nel corso della Lunga marcia della memoria.

gennaio 13, 1982   Commenti disabilitati su Francesco Borrelli e il senso del dovere

Giannino Losardo, comunista e testa dura

Giannino Losardo era un comunista, segretario giudiziario della procura di Paola e assessore comunale a Cetraro, paese della costa tirrenica cosentina. E’ stato ucciso il 21 giugno del 1980 mentre a bordo della sua auto stava rientrando a casa dopo una seduta del consiglio comunale. Come mandante viene arrestato Franco Muto, di Cetraro, il "Re del pesce". Il presunto boss viene assolto con sentenza passata in giudicato. L’omicidio di Giannino non ha colpevoli.

"Giovanni Losardo, 54 anni, fu assassinato perchè batteva strenuamente contro le cosche del Tirreno. Ne ostacolava i perversi disegni, ne denunciava pubblicamente i sopprusi. Lo hanno rivelato molti pentiti di ‘ndrangheta. Losardo, capogruppo del partito comunista a Cetraro e segretario capo della procura paolana, venne barbaramente ucciso in una calda sera di giugno. Aveva appena lasciato la seduta dell’assemblea municipale e, a bordo della sua Fiat 126, stava tornando nella sua casa di Fuscaldo. I killer l’affiancarono in sella ad una moto di grossa cilindrata, sparando all’impazzata. Il coraggioso esponente del Pci venne raggiunto dai proiettili di una pistola calibro 9 e dal piombo esploso da un fucile calibro 12, al cuore, al collo, allo zigomo e all’orecchio destro. Soccorso, morì alcune ore dopo in ospedale. "Dava fastidio- racconteranno i pentiti- Non aveva paura di nessuno e non si piegava davanti a niente…" La moto, una Honda 750, usata dal commando di sicari, venne successivamente ritrovata e sequestrata dagli investigatori. Il legittimo proprietario del mezzo, Luigi Storino, scoparve per lupara bianca il quattro febbraio del 1981. Neppure un anno dopo. L’omicidio Losardo, di chiaro stampo mafioso, sconvolse l’opinione pubblica. La vittima rappresentava una concreta barriera contro lo strapotere criminale. Losardo svolgeva il suo lavoro giudiziario con grande diligenza, discrezione e senso dello Stato. E per i clan era doppiamente pericoloso perchè esercitava allo stesso modo il ruolo politico. Era un uomo scomodo. Un nemico da abbattere. Colpirlo serviva a lanciare un messaggio di terrore a tutto il Paolano. Un messaggio che sarà poi rafforzato da un altro stuolo di delitti, in qualche maniera collegati fra loro. Sotto il piombo dei sicari delle cosche cadranno, infatti, per motivi diversi, Lucio Ferrami, Pompeo Brusco, Romualdo Montagna, Cataldo De lucidibus.
Ma com’era questo comunista dalla testa dura, osannato dalla gente comune e strenuamente avversato dalle cosche? La figura di Giannino Losardo venne lucidamente tracciata dal Pm di Bari, Leonardo Rinella, rappresentante della pubblica accusa nel processo, celebrato nel capoluogo pugliese nel 1986 contro presunti mandanti e esecutori del delitto. Il requirente pronunciò queste significative e illuminanti parole per far capire qual era stato pure il movente dell’omicidio: "Losardo manifestò, nelle sedi più diverse, la sua costante volontà di opporsi alle attività illecite della malavita locale e di operare contro ogni forma di malgoverno e di collusione tra il potere locale e i gruppi delinquenziali. Combattè a lungo da solo, rischiando di persona, denunciando durante i consigli comunali il malaffare e le connivenze. Il suo coraggio fece paura. E la mafia gli tappò la bocca, organizzando un vile agguato in una calda sera d’estate". Lo stesso pubblico ministero ricordò ai giudici d’Assise che, prima di spirare, il consigliere comunale pronunciò una frase agghiacciante. "A Cetraro tutti sanno chi è l’assassino". Forse era vero. L’uccisione però è rimasta impunita. La mafia ha ottenuto l’effetto desiderato. La mancata affermazione della giustizia, ha finito col rafforzare l’antistato, consolidando i poteri occulti che con esso convivono. La non individuazione dei colpevoli ha rilanciato la cultura della morte, elevandola a sistema".

giugno 21, 1980   Commenti disabilitati su Giannino Losardo, comunista e testa dura

Il compagno Giuseppe Valarioti

Giuseppe Valarioti muore nella tarda serata dell’11 giugno del 1980. Lo attendono fuori dal ristorante dove stava festeggiando il successo del Partito comunista alle elezioni che si erano svolte in quei giorni. Lo uccidono con due colpi di lupara. Aveva trent’anni.

Peppe Valarioti era il segretario cittadino del Pci di Rosarno e consigliere comunale. Era legato da passione politica e amicizia personale a Peppino Lavorato, dirigente del Pci che poi diverrà parlamentare e sindaco di Rosarno. È stato proprio Lavorato a soccorrerlo subito dopo l’agguato, raccogliendo le sue ultime parole, il suo ultimo sguardo.

Durante la gestione di Valarioti, il Pci avviò una campagna di moralizzazione interna, soprattutto nella cooperativa Rinascita, che era collaterale al partito. Come in tutta l’Italia meridionale, le cooperative agricole erano spesso obiettivi sensibili: la ‘ndrangheta puntava a drenare i sussidi europei e nazionali garantiti ai produttori (Aima). Per negligenza, perché corrotti, perché ingenui o semplicemente per paura alcuni dirigenti della Rinascita (che saranno sospesi e poi espulsi, non appena le indagini chiariranno le loro posizioni) non avevano arginato i tentativi di inquinamento portati avanti dalle cosche rosarnesi.

Valarioti provò a invertire la rotta. Un tentativo che certamente lo espose notevolmente. Nonostante la gran parte del partito seguisse il segretario cittadino nel nuovo corso politico, all’esterno Peppe figurava come elemento centrale dell’attacco alla ndrangheta, nel bene e nel male.
Ma quello della cooperativa non era l’unico fronte aperto. Le prese di posizione sulle concessioni edilizie, gli scontri violenti in consiglio comunale con i membri del Psi al governo cittadino, le dichiarazioni e i comizi. L’omicidio Valarioti è maturato in un contesto elettorale, in un anno decisivo, il 1980, per la svolta "politica" della ‘ndrangheta dell’intera Calabria. Ed è in questo contesto che vanno cercate le cause scatenanti dell’assassinio.

Dall’inchiesta emerge il netto coinvolgimento della cosca dei Pesce. Giuseppe Pesce, il patriarca della ‘ndrina, riuscì a presenziare alla campagna elettorale del maggio-giugno, nonostante si trovasse al confino, grazie ad un permesso per la malattia della madre prolungato ad arte per alcune settimane. Una presenza che alimentò notevolmente la tensione. L’auto di Lavorato in fiamme, i manifesti del Pci scollati e riattaccati al rovescio, l’attentato alla sede del partito, le minacce continue. Era una tornata elettorale decisiva. Valarioti non volle sentire ragioni, nessun cedimento alla pur necessaria prudenza. Nei comizi Peppe attaccava a spada tratta, con nomi e cognomi. In un discorso acceso, il 25 maggio, pronunciò parole di sfida aperta in reazione agli attentati: "Se pensano di intimidirci non ci riusciranno, i comunisti non si piegheranno". Un comizio proprio nel giorno del funerale della madre di Pesce. Impensabile qualche anno prima.

Il voto aveva premiato la linea dura di Valarioti, mettendo in crisi il Partito socialista, quel partito che dalle indagini emergerà come notevolmente infiltrato e come contenitore dei voti della ‘ndrangheta. Al di là del dato giudiziario, era il Psi il riferimento delle cosche di Rosarno. Una vittoria festeggiata con tanto di sfilata con le bandiere nel quartiere "Corea", il rione popolare di Valarioti, ma anche dei Pesce.

La vittoria, lo smacco, l’omicidio. Seguirà un processo fallito, con Giuseppe Pesce accusato dal pm Tuccio come mandante, ma assolto per insufficienza di prove. Qualche anno dopo, grazie alle rivelazioni del pentito Pino Scriva, emergerà il ruolo di altri pericolosi ‘ndranghetisti: oltre a Pesce, ci sono Giuseppe Piromalli e Sante Pisani. Il presunto killer era intanto morto. L’inchiesta bis non approderà a nulla, archiviata per insufficienza di prove. Il Pci si era costituito parte civile nel processo di primo grado. Ma, caso unico e raro, non si è mai celebrato l’appello.
Quello di Valarioti è di certo un assassinio politico: nella modalità (durante la festa post-voto), nella successione dei fatti, nel contesto. È un omicidio politico che si inserisce in una strategia intimidatoria contro il Pci e contro la politica regionale. Le cosche entrano direttamente nell’agone, nessuno deve osare fermarle. A dodici giorni di distanza, infatti, muore un altro dirigente comunista calabrese. Il 21 giugno sparano a Giannino Losardo, di Cetraro (coinvolto pesantemente il boss Franco Muto). Due militanti uccisi per motivi indiretti (Ciccio Vinci e Rocco Gatto), due dirigenti assassinati a sangue freddo. Un attacco frontale al Partito comunista, che reagisce con grandi manifestazioni, a Rosarno con Pecchioli e Boldrin, a Cetraro con Berlinguer, e poi a un mese dalla morte di Valarioti arriva a Rosarno Pietro Ingrao.

Negli anni successivi in pochi, troppo pochi hanno ricordato Valarioti. Una memoria storica dispersa colpevolmente. Stopndrangheta.it vuole riscoprire la vicenda storica, politica e umana di Valarioti, in cerca di una verità negata.

giugno 11, 1980   Commenti disabilitati su Il compagno Giuseppe Valarioti

Nino Tripodo e Rocco Barillà, morti per un passaggio

Antonino Tripodo (25 anni) e Rocco Barillà (26) sono stati uccisi in un agguato a Sambatello di Reggio Calabria, il 9 febbraio del 1979. Ammazzati per avere dato un passaggio in auto alla persona sbagliata. Con loro c’era il sorvegliato speciale Rocco D’Agostino. Un semplice passaggio in macchina, una piccola cortesia che a Sambatello non si rifiuta a nessuno. Ma nel ’79 c’era ancora la guerra di ‘ndrangheta.

Antonino Tripodo ha lasciato una moglie in gravidanza. E suo figlio, Antonino come lui, al dolore ha dovuto aggiungere la rabbia di scoprire che tutti i faldoni e i documenti su suo padre sono scomparsi, non sono più negli archivi del Tribunale. Della storia di Nino Tripodo e di quella di Rocco Barillà, martiri della ‘ndrangheta, non ci sono più tracce.

febbraio 9, 1979   Commenti disabilitati su Nino Tripodo e Rocco Barillà, morti per un passaggio

Rocco Gatto, un uomo onesto

Il 12 marzo 1977 muore Rocco Gatto a Gioiosa Ionica. È un mugnaio iscritto al Pci, un uomo onesto, che non vuole pagare la mazzetta e non ha paura. Lo uccidono a colpi di lupara, poco dopo una sua testimonianza per fatti che non lo riguardavano direttamente.

Dall’apertura del mulino di via Gramsci, Rocco subisce richieste estorsive e minacce da parte di Luigi Ursini e Mario Simonetta, il capoclan e il gregario, imputati per la vicenda del mugnaio e condannati in via definitiva nell’88 per estorsione aggravata.

Rocco Gatto non è solo a lottare contro la ‘ndrangheta. A Gioiosa s’incrociano storie uniche. Gioiosa è il paese dello sciopero cittadino contro la mafia, nel ’75, il primo in Italia. È anche il primo Comune a costituirsi parte civile in un processo contro le cosche. Protagonista di questi primati dell’antimafia è Francesco Modafferi, in quegli anni battagliero sindaco del Pci. A Gioiosa c’è anche don Natale Bianchi, un prete del dissenso, in rotta con il clero ufficiale dopo lo scontro con il prete in odore di mafia, don Giovanni Stilo. Dalla Locride passa anche un carabiniere di ferro, il capitano Gennaro Niglio. Che usa i vecchi metodi, spesso fa a pistolettate coi latitanti, ma la ‘ndrangheta la combatte davvero.

A scatenare la furia degli Ursini e l’uccisione del reggente della cosca Vincenzo, il 6 novembre del ’76, in uno scontro a fuoco coi carabinieri. Il giorno successivo, il clan decide di bloccare il frequentatissimo mercato domenicale e chiude tutte le strade di accesso al paese, poi impongono il coprifuoco ai commercianti. Tutto chiuso. Rocco vede e decide di fare i nomi al capitano Niglio, e di confermarli davanti al giudice.

Passano poche settimane. Rocco guida il suo furgone Fiat, è ancora mattino presto. Porta i sacchi della farina da consegnare. Due colpi o tre, in successione. Fucili con pallettoni caricati a lupara. Il camion prosegue la sua marcia per qualche metro. Qualcuno soccorre Rocco, lo aiutano a scende, lo distendono, poi più nulla.

Quella che segue è una storia di battaglie civili e umane, delle grandi manifestazioni di piazza, dell’ostinazione del padre di Rocco, Pasquale Gatto, e della medaglia d’oro consegnata. È la storia del murales dipinto nella piazza del mercato da Giovanni Rubino e Corrado Armocida. È il Quarto Stato dell’anti-‘ndrangheta, che sarà restaurato trent’anni dopo.

marzo 12, 1977   Commenti disabilitati su Rocco Gatto, un uomo onesto

La storia di Ciccio Vinci

Era un ragazzo del liceo, un leader studentesco, un attivista politico. È caduto per la dura logica della faida. È morto innocente. Una morte per errore, un regalo alla ‘ndrangheta. Perché Francesco Vinci, per tutti Ciccio, era già un fiero oppositore delle cosche di Cittanova. La sua era una presa di posizione forte, in un paese dove nessuno poteva chiamarsi fuori. Da un lato la cosca dei Facchineri, dall’altro quella dei Raso-Albanese, una guerra per la supremazia criminale.

Ciccio aveva 18 anni. Quel 10 dicembre del 1976 si era alzato presto, poi in viaggio verso Reggio per presentare in caserma i documenti del rinvio del servizio militare. Al rientro era rimasto a casa, stanco. Tutto il pomeriggio a giocare con il nipotino. Poi una decisione fatale: accompagnare la zia a prendere il marito, Girolamo Guerrisi, che si trovava in campagna. Ciccio sale sull’auto del cugino Rocco Guerrisi, una Fiat Campagnola. Sono le sei del pomeriggio ed è già buio. All’altezza del cimitero scatta l’agguato. Sono in tre, sparano in due con un fucile e una pistola. L’altro fa il palo. Quasi una premonizione. Il ragazzo morirà in ospedale. La zia se la cava con poco.

L’impatto dell’assassinio fu enorme. Quella morte sembrò a tutti una reazione delle cosche, un segnale a chi osava sfidarle. Ciccio Vinci era un leader della Fgci, la giovanile del Partito comunista, faceva parte anche nella Lega dei disoccupati, era uno degli attivisti più carismatici tra i giovani della Piana di Gioia Tauro. Ciccio Vinci era soprattutto un ragazzo onesto, brillante e amato da tutti. Nato in una famiglia di democristiani, aveva deciso di seguire le sue idee. Non molto tempo prima di morire, Ciccio era intervenuto in un’assemblea studentesca partecipatissima a nome del liceo scientifico che frequentava, nella sala del consiglio comunale di Cittanova. Il suo era un discorso contro la ndrangheta, frasi rivoluzionare per l’epoca, per il luogo e per l’età di chi le pronunciava. "Bisogna spezzare questa ragnatela che ci opprime". Interrompere quella faida che era iniziata nel ’64, come narrano le cronache, per prolungarsi e trascinarsi fino al ’92, con circa cento caduti. A morire anche i bambini, come Domenico e Michele Facchineri di 11 e 9 anni, ammazzati a sangue freddo durante un agguato (il 13 aprile 1975, lunedì di Pasqua, la strage di Cittanova).

Ecco perché per il funerale scesero in piazza in migliaia, accorrendo da tutta la provincia. Studenti, organizzazioni politiche, movimenti, la gente del paese. Accadde una cosa impensabile: decine di ragazzi circondarono la casa di uno dei boss della zona, urlando slogan rabbiosi. Accadde anche che, poco tempo dopo, cinquemila studenti della provincia reggina marciarono a Cittanova contro la ndrangheta. È stata probabilmente la prima manifestazione giovanile contro le mafie che si è svolta in Italia. I compagni di scuola onorarono la memoria di Ciccio con un gesto simbolico molto forte: lo elessero a rappresentante studentesco (era l’anno dei decreti delegati e delle prime votazioni nelle scuole, e Ciccio era in corsa) nonostante fosse morto.

Ad un anno dalla scomparsa, Ciccio Vinci fu ricordato con una cerimonia e i versi del poeta Emilio Argiroffi. Le istituzioni locali non parteciparono. Grazie all’impegno dei giovani militanti, l’attenzione salì. E l’anno successivo furono in duemila a sfilare, coi gonfaloni e i rappresentanti della politica e della società civile. Mentre in Parlamento il gruppo comunista (Alinovi, Ambrogio, Villari, Marchi, Dascola, Monteleone e Martorelli) depositò una interrogazione sul caso. Arrivò una prima conferma ufficiale alla pista della faida.

Oltre alla matrice politica, gli inquirenti pensarono subito al sanguinoso scontro in atto a Cittanova. Ma nelle indagini furono coinvolti i boss Luigi e Vincenzo Facchineri (poi prosciolti in istruttoria). E l’omicidio restò di difficile interpretazione. Ciccio Vinci era un giovane e scomodo attivista. Nel clima della faida sarebbe potuto bastare per morire. Ma la faida ha una logica assoluta: nessuno può chiamarsi fuori. Come in ogni piccolo paese, la ragnatela delle parentele lega mondi lontani. Legami di sangue tra i Guerrisi e i Vinci, legami di sangue tra i Guerrisi e i Facchineri. Nella logica della faida sarebbe potuto accadere che – e così sembrò ad alcuni – una non risposta alla chiamata alle armi avesse come conseguenza una vendetta trasversale.

Le indagini e il successivo processo fecero chiarezza. Ciccio aveva preso la macchina del cugino solo per un caso. Non era lui il bersaglio prescelto. Nel marzo del ’79 vennero arrestati i fratelli Vincenzo e Romeo Marvaso, Francesco Trimarchi e Gerardo Galluccio (all’epoca di 23, 28, 22 e 21 anni). Nel febbraio del 1981 il rinvio a giudizio da parte dei giudice istruttore di Palmi, Totaro. In quella ragnatela era caduto anche Vincenzo Marvaso: compagno di classe, Ciccio lo aiutava spesso nei compiti. Fu proprio Vincenzo a sparare, col fucile, mentre Trimarchi usò la pistola, il terzo era Galluccio. Nel giugno dell’82 la sentenza di primo grado della Corte d’assise di Palmi, presieduta dal giudice Saverio Mannino, con pm Salvo Boemi: 30 anni ai tre, assoluzione con formula dubitativa per Romeo Marvaso. In appello, nel febbraio ’84, le pene vennero ridotte a 24 anni.

Un monumento funebre ricorda Ciccio Vinci, nel cimitero di Cittanova. Simboleggia quella ragnatela opprimente che intrappola le idee e le speranze, rappresentate da un garofano rosso, una ragnatela che può essere spezzata con l’impegno e la volontà.

dicembre 10, 1976   Commenti disabilitati su La storia di Ciccio Vinci

Vincenzo Macrì, rapito e mai più tornato

Il farmacista Vincenzo Macrì (76 anni) viene rapito a Grotteria il 7 ottobre del 1976. Viaggiava a bordo della sua Alfa Romeo Giulietta, insieme alla moglie Iolanda Marvasi e alla figlia Maria Carmela. Lungo la statale 281 i affianca un’auto, a bordo quattro banditi armati di pistola e mitra, c’è l’ordine di fermarsi. I sequestratori prelevano Macrì e poi abbandonano i due mezzi a qualche chilometro di distanza. Arriva la richiesta di riscatto: un miliardo. Dopo poco più di un mese viene individuata la prigione, ma il professionista non c’è. Non sarà più ritrovato.

ottobre 7, 1976   Commenti disabilitati su Vincenzo Macrì, rapito e mai più tornato