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Sergio Cosmai e Filippo Salsone, destini incrociati

I destini di Sergio Cosmai e Filippo Salsone si incrociano e si sovrappongono. Erano insieme in servizio nel carcere di Cosenza di via Popilia. L’uno dirigeva la prigione e l’altro, sottufficiale della polizia penitenziaria, era il suo braccio destro. Il primo è stato ucciso il 12 marzo del 1985, il secondo il 7 febbraio 1986.

Secondo le rivelazioni dei pentiti, Cosmai è stato ucciso perché aveva osato imporre regole ferree ai detenuti. Durante una protesta in carcere, non aveva ceduto alle richieste provocatorie dei detenuti, ordinando un blitz per ristabilire l’ordine. Come da regolamento. Ai boss della ‘ndrangheta cosentina, rampanti e feroci, Cosmai dava fastidio. Così come il maresciallo Salsone.

È stato Franco Pino, pentito dal ’95, a ricostruire le vicende. Ad uccidere il direttore Cosmai sarebbero stati Dario e Nicola Notargiacomo e Giuseppe e Stefano Bartolomeo, su ordine del boss scissionista Franco Perna. L’omicidio di Salsone è invece ordinato del clan Pino, come atto distensivo per favorire la pace tra i gruppi in guerra. Ad eseguire la sentenza sicari della Locride, in azione per conto terzi.

La condanna a morte per Cosmai fu eseguita il 12 marzo del 1985, lungo la statale 19, tra Cosenza e Rende. Il direttore 36enne guidava la sua Fiat 500, diretto alla scuola della figlia, una bambina di 7 anni. Affiancato dai killer, è stato bersagliato da colpi di pistola. Morirà in ospedale. A guidare le indagini del dopo attentato è stato l’allora capo della squadra mobile di Cosenza, Nicola Calipari (si tratta del funzionario dei servizi segreti italiani morto in Iraq nel 2005).

L’agguato a Salsone, 40 anni, venne portato a termine a Brancaleone, nella provincia di Reggio Calabria. Aveva appena lasciato l’abitazione dei genitori cui s’era recato a far visita. Il sottufficiale venne massacrato a colpi di lupara e finito con una pistolettata alla testa. Mentre il figlio di dieci anni restò ferito. Al momento della morte Salsone era in servizio provvisorio a Reggio Calabria, anche se la sede d’assegnazione era Poggioreale.