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Dia, relazione I semestre 1998

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maggio 21, 2009   Commenti disabilitati su Dia, relazione I semestre 1998

Breve storia della ‘ndrangheta 2/3

Il 20 gennaio del 1975 accade l’impensabile. Cade il boss dei boss, don ‘Ntoni Macrì. Aveva settant’anni (cinquanta dei quali passati a compandare). Negli anni Sessanta e Settanta è il capo incontrastato della ‘ndrangheta, uomo che fa parte di Cosa nostra e che parla alla pari con i compari statunitensi, canadesi o australiani. E’ il custode della vecchia ‘ndrangheta, fatta di rispetto e contraria ai sequestri di persona. E che faceva un mare di soldi con il contrabbando delle sigarette e che cominciava a gestire gli appalti pubblici.
Macrì aveva imposto la guardiania a tutti i proprietari ed era il giudice assoluto per tutte le controversie che avvenivano sul territorio di Siderno e Locri. Ma un’era stava finendo. Sotto la pressione incessante di don Mommo Piromalli – subito sostenuta dai rampante boss di Archi De Stefano – che pensava che la ‘ndrangheta non dovesse rifiutare a priori l’idea dei sequestri di persona ma che soprattutto dovesse scegliere di non fare la guerra allo Stato ma di farci gli affari magari discutendoli dentro le logge massoniche. L’ultimo tassello che completa la grande trasformazione è la scelta di puntare sui traffici di droga.
Le visioni sono inconciliabili. Scoppia così la prima guerra di mafia. Con Piromalli e De Stefano si schierano subito gli Strangio di San Luca, i Barbaro di Platì, i Mammoliti di Castellace, i Ietto di Natile di Careri. La lupara spara il 20 gennaio del 1975, ‘Ntoni Macrì ha appena finito la sua partita a bocce a Siderno, i killer – che avevano agito su preciso mandato dei De Stefano – entrarono in azione, spararono 32 colpi e non lasciarono scampo al boss dei boss. Erano spietati, a volto scoperto, spararono ben due colpi di grazia (al petto e alla testa). Ferirono anche il guardaspalle del padrino di Siderno Francesco Commisso. Solo il 5 gennaio aveva pagato il figlio di Giuseppe Zappia, Vincenzo. Numerosi attentati al presidente del summit di Montalto fallirono fino al 5 agosto 1993.
I rapporti tra Macrì e i De Stefano erano precipitati l’anno precedente quando, secondo quanto ricostruito dalla polizia da racconti confidenziali, durante un vertice – in occasione del matrimonio di Girolamo Mazzaferro al Jolly hotel di Gioia Tauro – Macrì e Giorgio De Stefano rischiarono di venire alle mani perché il patriarca di Siderno aveva difeso don Mico Tripodo, capobastone di Reggio Calabria dai tempi del suo scontro – tra il 1958 e il 1959 – con Domenico Strati e adesso odiato dai De Stefano che consideravano la sua stessa presenza un freno alla loro crescita negli equilibri criminali della città. Fu l’intervento di don Peppe Piromalli a placare gli animi. ‘Ntoni Macrì si rese disponibile a una mediazione tra Tripodo e i fratelli De Stefano. Un accordo finto. Qualche mese dopo, Macrì e Tripodo ordinarono la strage del Roof Garden. E’ il 24 novembre del 1974 quando un commando armato fino ai denti entra nel bar salotto buono sul lungomare di Reggio Calabria. Quel giorno ammazzarono Giovanni De Stefano e ferirono il fratello Giorgio.
E’ l’inizio di una guerra che tra il 1974 e il 1977 conta 233 morti. E che termina il 26 agosto 1976 quando un giovane Raffaele Cutolo da Ottaviano (futuro boss incontrastato della Nuova camorra organizzata) fa uccidere dentro il carcere di Poggioreale don Mico Tripodo su richiesta dei compari De Stefano (e dietro un pagamento da cento o duecento milioni di lire). Fu la vittoria definitiva dei De Stefano in città. Ma dal conflitto uscirono vincitori anche i Cataldo e i Mazzaferro nella Locride e i Piromalli e Mammoliti nella Piana. I nuovi equilibri si dimostrarono molto molto fragili. Tanto che il 7 novembre 1977 a Santo Stefano in Aspromonte cade Giorgio De Stefano, capo della sua famiglia, uomo capace di tenere rapporti con la malavita di tutta Italia oltre che con rappresentanti dell’eversione nera e che aveva giocato un ruolo anche nei Moti di Reggio Calabria nel 1970. Fu chiamato a Santo Stefano per un summit: era una trappola. Fu eliminato per bloccare la sua ambizione di diventare il capo supremo. A uccidere il boss fu Giuseppe Suraci. La sua testa fu – materialmente – portata su un piatto d’argento a don Paolo De Stefano, nuovo capo della cosca di Archi. Una testa che placò l’ira di don Paolo che si avviava ad assumere il ruolo di Garibaldi, reggente di tutta la ‘ndrangheta calabrese.
Nel frattempo nel resto della Calabria cresceva il potere dei Mancuso di Limbadi (alleati dei Piromalli di Gioia Tauro e dei Pesce di Rosarno) mentre a Cosenza si fronteggiavano i gruppi di Antonio De Sena e Franco Pino (ai quali si allearono Francesco Muto da Cetraro e Giuseppe Cirillo da Sibari) da una parte e Francesco Perna e dei fratelli Mario e Pasquale Pranno (con Mario Serpa di Paola) dall’altra.
Gli anni 70 sono gli anni della trasformazione della ‘ndrangheta e del suo ingresso nella società che conta: gli affari, la politica, la massoneria. L’Onorata società lascia il posto alla Santa che sovverte qualsiasi regola del passato. Il primo a fregiarsi di tale grado fu Mommo Piromalli. Nel 1987 in casa del latitante Giuseppe Chilà fu trovato il primo codice per l’affiliazione alla Santa.

maggio 20, 2009   Commenti disabilitati su Breve storia della ‘ndrangheta 2/3

Antimafia, la relazione annuale (2002)

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Antimafia, la relazione sulla ‘ndrangheta (2008)

http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_349.pdf

maggio 20, 2009   Commenti disabilitati su Antimafia, la relazione sulla ‘ndrangheta (2008)

Breve storia della ‘ndrangheta 3/3

Reggio
Calabria e la sua provincia
tornano a sprofondare nel terrore nel 1985. E’ il
10 ottobre, venerdì. Il boss di Fiumara di Muro Nino Inerti sta tornando verso
casa con la sua auto blindata. Passa davanti a via Riviera a Villa San
Giovanni. Esplode un’autobomba comandata a distanza. Il frastuono è
incredibile. Lo scenario è da guerra. Nino Imerti, detto anche "Nano feroce",
si salva grazie alla sua auto blindata e all’abilità del suo autista. Scoppia
così la seconda guerra di ‘ndrangheta. Alla fine i morti saranno oltre 700. Il
mandante di questo attentato fallito è il boss di Archi Paolo De Stefano, il
capo. Che pagherà caro il suo affondo mancato. Domenica pomeriggio, il
mammasantissima di Archi – da latitante – è in moto insieme al suo fido
accompagnatore Antonino Pellicanò. Sta attraversando via Mercatello, nel cuore
suo regno. I colpi di fucile li uccidono entrambi. Nino Imerti ha reagito con
rabbia e ferocia. Andando a segno. La ‘ndrangheta reggina si spacca in due
tronconi. Con i De Stefano restano schierati i Libri, i Tegano, i Latella, i
Barreca, i Paviglianiti e gli Zito.
Con il cartello di Nino Imerti vanno invece
i Condello, con il boss Pasquale che diventa presto il leader dello
schieramento, i Fontana, i Saraceno, i Serraino, i Rosmini, i Lo Giudice. E la
faida si allargherà presto in tutta la provincia e nel resto d’Italia. La
guerra da combattere è pesantissima, la chiamata alle armi è generali, non sono
ammesse posizioni neutrali. Con i De Stefano, secondo i pentiti, si schierano
quindi i Morabito, Zappia, Palamara, Criaco e Mollica di Africo, i Garrefa di
Ardore, i Musitano di Bovalino, i Mazzaferro di Gioiosa Ionica, i Mancuso di
Limbadi, i Cataldo di Locri, i Papalia, Triboli e Pelle di Platì, i Pesce e
Pisano di Rosarno, i Nirta, Pelle Vottari e Romeo di San Luca. Con gli
antidestefaniani invece scelgono di stare i Piromalli e i Mammoliti della Piana
di Gioia Tauro, gli Equino, gli Ursini, i Macrì di Gioiosa Ionica, i Cordì di
Locri, i D’Agostino di Sant’Ilario e i Commisso di Siderno.
Al
centro dello scontro
il controllo della città, i nuovi appalti miliardari in
arrivo con il decreto Reggio (la legge speciale per la città) e il Ponte sullo
Stretto di Messina, i traffici di droga. La situazione precipita
immediatamente, in città c’è un morto ammazzato ogni tre giorni, le vie si
riempiono di macchine blindate e sentinelle, alcuni quartieri diventano
impenetrabili, i commercianti spesso si trovano a dover pagare per due volte la
mazzetta. E si fanno forti sempre di più le collusioni con il potere politico
ed economico della città. Una dimostrazione pesante è l’omicidio dell’ex
presidente delle Ferrovie dello Stato Vico Ligato, potentissimo uomo dc, che
sarebbe stato assassinato dagli Imerti-Condello perché considerato troppo
vicino ai De Stefano.
La
guerra è pesantissima
per entrambe le fazioni, cadono anche pezzi da 90 come il
re dell’Aspromonte Ciccio Serraino (che viene trovato dai killer in ospedale) o
il fratello di Pasquale Condello, il supremo, Domenico Condello che viene
ucciso nel trigesimo dell’assassinio di Paolo De Stefano. Serve una tregua.
Sarà trovata soltanto nel 1991 dopo che il 9 agosto sulla strada tra Villa San
Giovanni e Campo Calabro troverà la morte il giudice di Cassazione Nino
Scopelliti per un patto – in realtà mai provato processualmente – tra Cosa
nostra e ‘ndrangheta.
A far da pacieri in una situazione complicatissima
arrivano i patriarchi delle ‘ndrine calabresi e i compari d’Oltreoceano.
Secondo le varie ricostruzioni, l’anziano boss di San Luca Antonio Nirta (a garanzia
dei destefaniani) e Nino Mammoliti di Castellace di Oppido, il fratello di
Saro, per gli Imerti-Condello. Ma si parla anche di Joe Imerti di Toronto e
degli Zito giunti dall’Australia, di Vic Cotrona (che da Mammola aveva scelto
il Canada per i suoi affari) e di Antonio Pelle detto Gambizza e di Mico Alvaro
di Sinopoli. L’accordo prevede una divisione capillare del territorio e una
spartizione meticolosa degli affari. E la creazione di una sorta di vertice
delle cosche che serve a dirimere le controversie e affrontare le relazioni con
le altre organizzazioni criminali.
Un supervertice all’interno del quale
avrebbero trovato posto i rappresentanti delle principali e più potenti cosche,
che però – va detto – non ha trovato conferma nelle risultanze processuali.
Così come non ha trovato riscontri processuali l’ipotesi investigativa che ci
fosse un supervertice del potere nella provincia di Reggio Calabria fatto da
‘ndranghetisti e massoni.
La
‘ndrangheta da allora
tace e ha anche rifiutato gli inviti provenienti da Cosa
nostra di partecipare alle stragi. Gli arresti, negli ultimi anni, di boss del
calibro di Peppe Morabito "u tiradrittu" e di Pasquale Condello "il Supremo",
l’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale della Calabria Franco
Fortugno insieme ad alcuni blitz delle forze dell’ordine hanno creato una
situazione di sospensione che da una parte ha portato a una crescita
esponenziale del potere della ‘ndrangheta (è diventata, secondo tutti gli
inquirenti e gli esperti, la più potente delle mafie italiane), a un
rafforzamento del potere in Europa (come dimostrano alcune operazioni che hanno
portato per esempio alla scoperta di un intero quartiere di Bruxelles in mano
alle cosche calabresi) e allo stringere delle relazioni con i cartelli della
droga sudamericani e con le cosche dell’Est europeo, all’infiltrazione nel
potere politico ed economico del nostro Paese come dimostrano gli allarmi, per
esempio, per gli appalti dell’Expo 2015 a Milano.
Nel frattempo, questa corsa
verso il potere, secondo alcuni osservatori, rende gli equilibri sempre più
precari tra le cosche e i boss della malavita calabrese. E nessuno oggi può escludere una nuova guerra di mafia. I segnali ci sono tutti: come dimostra l’operazione Cento anni di storia ai danni dei Piromalli e dei Molè di Gioia Tauro che, a detta degli inquirenti, è stata fatta proprio per bloccare l’escalation del conflitto tra le due cosche alleate storiche e che adesso si trovano su due fronti contrapposti.

maggio 20, 2009   Commenti disabilitati su Breve storia della ‘ndrangheta 3/3

Criminalità organizzata e politica in Calabria fra XIX e XX secolo

http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_334.pdf

maggio 20, 2009   Commenti disabilitati su Criminalità organizzata e politica in Calabria fra XIX e XX secolo

Breve storia della ‘ndrangheta 1/3

Non è chiara l’origine della ‘ndrangheta. Probabilmente il nome, di etimologia greca, si riferisce al termine "andragathos" che significa uomo coraggioso. Una conferma in questo senso viene dal ritrovamento di una cartografia del 1595 in cui si fa riferimento a una zona del Regno di Napoli nota come Andragathia region, terra abitata da uomini valorosi.
In Calabria la ‘ndrangheta – o una organizzazione simile a quella che conosciamo come mafia calabrese – comincia a farsi notare nel processo di formazione dello stato unitario e si basa sui principi dell’onore e della vendetta. Tanto che nel 1861 le carceri di Reggio Calabria sono piene di camorristi. Nel 1877 a Nicastro (oggi Lamezia Terme) un uomo viene condannato come "vagabondo e camorrista", mentre su tre persone ammonite per "mafia e camorra" si pronuncia la corte d’appello delle Calabrie nel 1884.
L’organizzazione criminale che prende forma in quel periodo si chiama picciotteria, ha caratteristiche simili alla camorra che, a sua volta, s’era ispirata alla Garduna (faina, in spagnolo) nata a Toledo nel 1417.
Il legame con la Spagna è presente nel mito che accompagna la nascita della ‘ndrangheta. Si racconta infatti che nel Seicento su una nave partita dalla Spagna si erano imbarcati tre cavalieri costretti a fuggire per questioni di onore. Sbarcarono nell’isola di Favignana. Si chiamavano Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Il primo, votandosi a San Giorgio, decise di restare in Sicilia e fondò la mafia, Mastrosso, devoto alla Madonna, scelse la Campania e diede vita alla Camorra, mentre Carcagnosso, con le preghiere a San Michele Arcangelo, decise di trasferirsi in Calabria dove diede vita alla ‘ndrangheta. Ma al di là degli elementi misteriosi e rituali (sempre presenti nella storia della mafia calabrese, dalle affiliazioni ai summit che vengono fatti storicamente presso il santuario della Madonna di Polsi nel comune di San Luca, cuore dell’Aspromonte), storicamente le tracce della ‘ndrangheta si fanno sempre più presenti e chiare alla fine del 1800. Così una sentenza del Tribunale di Palmi del 1897 fa riferimento al ritrovamento a Seminara di un codice comportamentale per i picciotti nel quale grande importanza ha il concetto di omertà. Un rapporto del 1901 del delegato della pubblica sicurezza di Santo Stefano in Aspromonte parla della Picciotteria e dell’intimidazione e della prepotenza come strumenti per farsi rispettare. Di Santo Stefano in Aspromonte è il leggendario brigante Peppe Musolino.
E’ in riferimento a un’indagine del 1903, sulla Picciotteria di Africo e San Luca – già da allora emerge l’usanza di fare le riunioni al santuario della Madonna di Polsi – che spunta fuori per la prima volta il nome di Onorata Società.
Di particolare rilevanza in questo periodo due aspetti, che poi si rafforzeranno nel corso dei decenni. Il primo è la presenza di tracce della ‘ndrangheta anche Oltreoceano (tracce si trovano in Virginia già nel 1906). Il secondo è la presenza delle donne nelle organizzazioni criminali calabresi: nella Piana di Gioia Tauro già nel 1892 e a Santo Stefano in Aspromonte qualche anno più tardi. Fino al 1906 sono già dieci le donne condannate per associazione per delinquere. In un processo alla ‘ndrina di Cittanova del 1914 compare, per definire la picciotte ria, il termine "Famiglia di Montalbano" (che sarà ripreso poi dallo scrittore Saverio Strati nel suo "Il selvaggio di Santa Venere").
Il periodo fascista dimostra per la prima volta la capacità straordinaria della ‘ndrangheta di mimetizzarsi nella società e di adattarsi al potere. Così durante il Ventennio gli ‘ndranghetisti riescono facilmente a piazzare i loro uomini nell’apparato del regime. Altri uomini dei clan invece, vicini ai partiti di sinistra, ebbero il loro momento di gloria negli anni successivi quando furono nominati sindaci dal governo militare alleato.
E’ Corrado Alvaro, sul Corriere della Sera del 17 settembre 1955, a parlare per la prima volta di ‘ndrangheta fuori dai confini della Calabria. "Per la confusione di idee che regnava fra noi a proposito di giustizia e d’ingiustizia, di torto e di diritto, di legale e di illegale, per gli abusi veri e presunti di chi in qualche modo deteneva il potere, non si trovava sconveniente accompagnarsi con un ‘ndranghitista". Sono le parole del grande intellettuale e scrittore calabrese che sposa lo spirito del tempo, quello in cui la ‘ndrangheta è in fondo considerata uno strumento per combattere le sopraffazioni.
Un mese più tardi la ‘ndrangheta finisce in Parlamento: è grazie alla cosiddetta operazione Marzano, il primo vero blitz per contrastare la ‘ndrangheta. A condurlo è il questore di ferro Carmelo Marzano, noto per essere stato tra coloro che in Sicilia avevano dato la caccia a Salvatore Giuliano: in 57 giorni arrestò 261 persone usando metodi spiccioli come quelli adottati dal prefetto Cesare Mori contro Cosa nostra in Sicilia. Interessante, sotto alcuni punti di vista, il fatto che a Marzano si deve un’opera di bonifica della questura: molti funzionari ritenuti inaffidabili furono rimossi dal loro incarico. Dopo appena tre mesi, tra le proteste del prefetto Pietro Rizzo, Marzano viene richiamato a Roma. Ma la missione, naturalmente, era tutt’altro che conclusa. Nessun colpo decisivo era stato dato alla ‘ndrangheta. Lo Stato dimostrava sin da allora di non avere in alcun modo compreso la forza e la presenza della criminalità organizzata in Calabria.
Nel 1956 Saverio Strati scrive il suo primo libro sulla ‘ndrangheta, si intitola "La Marchesina" e racconta riti, formule, pensieri e azioni dei clan calabresi. La prima testimonianza vera dall’interno si ha invece nel 1967 quando l’ex ‘ndranghetista Serafino Castagna affida a un libro scritto con Antonio Perria intitolato "Tu devi uccidere", e pubblicato dall’editrice Il momento di Milano, il racconto della sua vita e i rituali della ‘ndrangheta.
Una relazione finita sul tavolo del ministro degli Interni nel 1959 svela per la prima volta in maniera organica i legami tra i capi mafia e i politici locali: la clientela fa il suo ingresso nel mercato della politica calabrese.
Dal 1963 la ‘ndrangheta dà il via alla strategia dell’arricchimento grazie ai sequestri di persone che cresceranno in maniera vertiginosa nel corso degli anni 70. Furono solo due fino al 1969, ben 53 tra il 1970 e il 1978.
E’ il 26 ottobre 1969 l’ultimo summit della vecchia ‘ndrangheta agropastorale: si svolge a Montalto, a presiederlo c’è il patriarca Giuseppe Zappia, boss di Taurianova. I capi carismatici di allora sono ‘Ntoni Macrì da Locri, Mico Tripodo che domina su Reggio Calabria e Mommo Piromalli. A confronto sul futuro dell’Onorata società per sottolineare l’assoluta necessità di evitare divisioni ci sono oltre 150 mafiosi. La polizia – grazie a una soffiata andata a buon fine al questore Emilio Santillo – interruppe il vertice. Ci furono arresti di massa. Alla fine finirono alla sbarra 72 affiliati alla ‘ndrangheta. In contumacia furono processati anche boss del calibro di Macrì, Tripodo e Peppe Nirta.
L’operazione svelò nuovi particolari sulla ‘ndrangheta di quegli anni ma non ebbe l’effetto di indebolire le cosche. Le divisioni che già al summit di Montalto stavano emergendo scoppiarono nel corso degli anni 70. La ‘ndrangheta si stava trasformando e prendeva la forma di quella che conosciamo oggi.

maggio 20, 2009   Commenti disabilitati su Breve storia della ‘ndrangheta 1/3

Attacco allo Stato

http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_270.docx

maggio 19, 2009   Commenti disabilitati su Attacco allo Stato

Antimafia, la relazione conclusiva (2006)

http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_323.pdf

maggio 17, 2009   Commenti disabilitati su Antimafia, la relazione conclusiva (2006)

Antimafia, relazione sui sequestri di persona

http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_324.pdf

maggio 17, 2009   Commenti disabilitati su Antimafia, relazione sui sequestri di persona