Breve storia della ‘ndrangheta 1/3
Non è chiara l’origine della ‘ndrangheta. Probabilmente il nome, di etimologia greca, si riferisce al termine "andragathos" che significa uomo coraggioso. Una conferma in questo senso viene dal ritrovamento di una cartografia del 1595 in cui si fa riferimento a una zona del Regno di Napoli nota come Andragathia region, terra abitata da uomini valorosi.
In Calabria la ‘ndrangheta – o una organizzazione simile a quella che conosciamo come mafia calabrese – comincia a farsi notare nel processo di formazione dello stato unitario e si basa sui principi dell’onore e della vendetta. Tanto che nel 1861 le carceri di Reggio Calabria sono piene di camorristi. Nel 1877 a Nicastro (oggi Lamezia Terme) un uomo viene condannato come "vagabondo e camorrista", mentre su tre persone ammonite per "mafia e camorra" si pronuncia la corte d’appello delle Calabrie nel 1884.
L’organizzazione criminale che prende forma in quel periodo si chiama picciotteria, ha caratteristiche simili alla camorra che, a sua volta, s’era ispirata alla Garduna (faina, in spagnolo) nata a Toledo nel 1417.
Il legame con la Spagna è presente nel mito che accompagna la nascita della ‘ndrangheta. Si racconta infatti che nel Seicento su una nave partita dalla Spagna si erano imbarcati tre cavalieri costretti a fuggire per questioni di onore. Sbarcarono nell’isola di Favignana. Si chiamavano Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Il primo, votandosi a San Giorgio, decise di restare in Sicilia e fondò la mafia, Mastrosso, devoto alla Madonna, scelse la Campania e diede vita alla Camorra, mentre Carcagnosso, con le preghiere a San Michele Arcangelo, decise di trasferirsi in Calabria dove diede vita alla ‘ndrangheta. Ma al di là degli elementi misteriosi e rituali (sempre presenti nella storia della mafia calabrese, dalle affiliazioni ai summit che vengono fatti storicamente presso il santuario della Madonna di Polsi nel comune di San Luca, cuore dell’Aspromonte), storicamente le tracce della ‘ndrangheta si fanno sempre più presenti e chiare alla fine del 1800. Così una sentenza del Tribunale di Palmi del 1897 fa riferimento al ritrovamento a Seminara di un codice comportamentale per i picciotti nel quale grande importanza ha il concetto di omertà. Un rapporto del 1901 del delegato della pubblica sicurezza di Santo Stefano in Aspromonte parla della Picciotteria e dell’intimidazione e della prepotenza come strumenti per farsi rispettare. Di Santo Stefano in Aspromonte è il leggendario brigante Peppe Musolino.
E’ in riferimento a un’indagine del 1903, sulla Picciotteria di Africo e San Luca – già da allora emerge l’usanza di fare le riunioni al santuario della Madonna di Polsi – che spunta fuori per la prima volta il nome di Onorata Società.
Di particolare rilevanza in questo periodo due aspetti, che poi si rafforzeranno nel corso dei decenni. Il primo è la presenza di tracce della ‘ndrangheta anche Oltreoceano (tracce si trovano in Virginia già nel 1906). Il secondo è la presenza delle donne nelle organizzazioni criminali calabresi: nella Piana di Gioia Tauro già nel 1892 e a Santo Stefano in Aspromonte qualche anno più tardi. Fino al 1906 sono già dieci le donne condannate per associazione per delinquere. In un processo alla ‘ndrina di Cittanova del 1914 compare, per definire la picciotte ria, il termine "Famiglia di Montalbano" (che sarà ripreso poi dallo scrittore Saverio Strati nel suo "Il selvaggio di Santa Venere").
Il periodo fascista dimostra per la prima volta la capacità straordinaria della ‘ndrangheta di mimetizzarsi nella società e di adattarsi al potere. Così durante il Ventennio gli ‘ndranghetisti riescono facilmente a piazzare i loro uomini nell’apparato del regime. Altri uomini dei clan invece, vicini ai partiti di sinistra, ebbero il loro momento di gloria negli anni successivi quando furono nominati sindaci dal governo militare alleato.
E’ Corrado Alvaro, sul Corriere della Sera del 17 settembre 1955, a parlare per la prima volta di ‘ndrangheta fuori dai confini della Calabria. "Per la confusione di idee che regnava fra noi a proposito di giustizia e d’ingiustizia, di torto e di diritto, di legale e di illegale, per gli abusi veri e presunti di chi in qualche modo deteneva il potere, non si trovava sconveniente accompagnarsi con un ‘ndranghitista". Sono le parole del grande intellettuale e scrittore calabrese che sposa lo spirito del tempo, quello in cui la ‘ndrangheta è in fondo considerata uno strumento per combattere le sopraffazioni.
Un mese più tardi la ‘ndrangheta finisce in Parlamento: è grazie alla cosiddetta operazione Marzano, il primo vero blitz per contrastare la ‘ndrangheta. A condurlo è il questore di ferro Carmelo Marzano, noto per essere stato tra coloro che in Sicilia avevano dato la caccia a Salvatore Giuliano: in 57 giorni arrestò 261 persone usando metodi spiccioli come quelli adottati dal prefetto Cesare Mori contro Cosa nostra in Sicilia. Interessante, sotto alcuni punti di vista, il fatto che a Marzano si deve un’opera di bonifica della questura: molti funzionari ritenuti inaffidabili furono rimossi dal loro incarico. Dopo appena tre mesi, tra le proteste del prefetto Pietro Rizzo, Marzano viene richiamato a Roma. Ma la missione, naturalmente, era tutt’altro che conclusa. Nessun colpo decisivo era stato dato alla ‘ndrangheta. Lo Stato dimostrava sin da allora di non avere in alcun modo compreso la forza e la presenza della criminalità organizzata in Calabria.
Nel 1956 Saverio Strati scrive il suo primo libro sulla ‘ndrangheta, si intitola "La Marchesina" e racconta riti, formule, pensieri e azioni dei clan calabresi. La prima testimonianza vera dall’interno si ha invece nel 1967 quando l’ex ‘ndranghetista Serafino Castagna affida a un libro scritto con Antonio Perria intitolato "Tu devi uccidere", e pubblicato dall’editrice Il momento di Milano, il racconto della sua vita e i rituali della ‘ndrangheta.
Una relazione finita sul tavolo del ministro degli Interni nel 1959 svela per la prima volta in maniera organica i legami tra i capi mafia e i politici locali: la clientela fa il suo ingresso nel mercato della politica calabrese.
Dal 1963 la ‘ndrangheta dà il via alla strategia dell’arricchimento grazie ai sequestri di persone che cresceranno in maniera vertiginosa nel corso degli anni 70. Furono solo due fino al 1969, ben 53 tra il 1970 e il 1978.
E’ il 26 ottobre 1969 l’ultimo summit della vecchia ‘ndrangheta agropastorale: si svolge a Montalto, a presiederlo c’è il patriarca Giuseppe Zappia, boss di Taurianova. I capi carismatici di allora sono ‘Ntoni Macrì da Locri, Mico Tripodo che domina su Reggio Calabria e Mommo Piromalli. A confronto sul futuro dell’Onorata società per sottolineare l’assoluta necessità di evitare divisioni ci sono oltre 150 mafiosi. La polizia – grazie a una soffiata andata a buon fine al questore Emilio Santillo – interruppe il vertice. Ci furono arresti di massa. Alla fine finirono alla sbarra 72 affiliati alla ‘ndrangheta. In contumacia furono processati anche boss del calibro di Macrì, Tripodo e Peppe Nirta.
L’operazione svelò nuovi particolari sulla ‘ndrangheta di quegli anni ma non ebbe l’effetto di indebolire le cosche. Le divisioni che già al summit di Montalto stavano emergendo scoppiarono nel corso degli anni 70. La ‘ndrangheta si stava trasformando e prendeva la forma di quella che conosciamo oggi.






