Breve storia della ‘ndrangheta 3/3
Reggio
Calabria e la sua provincia tornano a sprofondare nel terrore nel 1985. E’ il
10 ottobre, venerdì. Il boss di Fiumara di Muro Nino Inerti sta tornando verso
casa con la sua auto blindata. Passa davanti a via Riviera a Villa San
Giovanni. Esplode un’autobomba comandata a distanza. Il frastuono è
incredibile. Lo scenario è da guerra. Nino Imerti, detto anche "Nano feroce",
si salva grazie alla sua auto blindata e all’abilità del suo autista. Scoppia
così la seconda guerra di ‘ndrangheta. Alla fine i morti saranno oltre 700. Il
mandante di questo attentato fallito è il boss di Archi Paolo De Stefano, il
capo. Che pagherà caro il suo affondo mancato. Domenica pomeriggio, il
mammasantissima di Archi – da latitante – è in moto insieme al suo fido
accompagnatore Antonino Pellicanò. Sta attraversando via Mercatello, nel cuore
suo regno. I colpi di fucile li uccidono entrambi. Nino Imerti ha reagito con
rabbia e ferocia. Andando a segno. La ‘ndrangheta reggina si spacca in due
tronconi. Con i De Stefano restano schierati i Libri, i Tegano, i Latella, i
Barreca, i Paviglianiti e gli Zito.
Con il cartello di Nino Imerti vanno invece
i Condello, con il boss Pasquale che diventa presto il leader dello
schieramento, i Fontana, i Saraceno, i Serraino, i Rosmini, i Lo Giudice. E la
faida si allargherà presto in tutta la provincia e nel resto d’Italia. La
guerra da combattere è pesantissima, la chiamata alle armi è generali, non sono
ammesse posizioni neutrali. Con i De Stefano, secondo i pentiti, si schierano
quindi i Morabito, Zappia, Palamara, Criaco e Mollica di Africo, i Garrefa di
Ardore, i Musitano di Bovalino, i Mazzaferro di Gioiosa Ionica, i Mancuso di
Limbadi, i Cataldo di Locri, i Papalia, Triboli e Pelle di Platì, i Pesce e
Pisano di Rosarno, i Nirta, Pelle Vottari e Romeo di San Luca. Con gli
antidestefaniani invece scelgono di stare i Piromalli e i Mammoliti della Piana
di Gioia Tauro, gli Equino, gli Ursini, i Macrì di Gioiosa Ionica, i Cordì di
Locri, i D’Agostino di Sant’Ilario e i Commisso di Siderno.
Al
centro dello scontro il controllo della città, i nuovi appalti miliardari in
arrivo con il decreto Reggio (la legge speciale per la città) e il Ponte sullo
Stretto di Messina, i traffici di droga. La situazione precipita
immediatamente, in città c’è un morto ammazzato ogni tre giorni, le vie si
riempiono di macchine blindate e sentinelle, alcuni quartieri diventano
impenetrabili, i commercianti spesso si trovano a dover pagare per due volte la
mazzetta. E si fanno forti sempre di più le collusioni con il potere politico
ed economico della città. Una dimostrazione pesante è l’omicidio dell’ex
presidente delle Ferrovie dello Stato Vico Ligato, potentissimo uomo dc, che
sarebbe stato assassinato dagli Imerti-Condello perché considerato troppo
vicino ai De Stefano.
La
guerra è pesantissima per entrambe le fazioni, cadono anche pezzi da 90 come il
re dell’Aspromonte Ciccio Serraino (che viene trovato dai killer in ospedale) o
il fratello di Pasquale Condello, il supremo, Domenico Condello che viene
ucciso nel trigesimo dell’assassinio di Paolo De Stefano. Serve una tregua.
Sarà trovata soltanto nel 1991 dopo che il 9 agosto sulla strada tra Villa San
Giovanni e Campo Calabro troverà la morte il giudice di Cassazione Nino
Scopelliti per un patto – in realtà mai provato processualmente – tra Cosa
nostra e ‘ndrangheta.
A far da pacieri in una situazione complicatissima
arrivano i patriarchi delle ‘ndrine calabresi e i compari d’Oltreoceano.
Secondo le varie ricostruzioni, l’anziano boss di San Luca Antonio Nirta (a garanzia
dei destefaniani) e Nino Mammoliti di Castellace di Oppido, il fratello di
Saro, per gli Imerti-Condello. Ma si parla anche di Joe Imerti di Toronto e
degli Zito giunti dall’Australia, di Vic Cotrona (che da Mammola aveva scelto
il Canada per i suoi affari) e di Antonio Pelle detto Gambizza e di Mico Alvaro
di Sinopoli. L’accordo prevede una divisione capillare del territorio e una
spartizione meticolosa degli affari. E la creazione di una sorta di vertice
delle cosche che serve a dirimere le controversie e affrontare le relazioni con
le altre organizzazioni criminali.
Un supervertice all’interno del quale
avrebbero trovato posto i rappresentanti delle principali e più potenti cosche,
che però – va detto – non ha trovato conferma nelle risultanze processuali.
Così come non ha trovato riscontri processuali l’ipotesi investigativa che ci
fosse un supervertice del potere nella provincia di Reggio Calabria fatto da
‘ndranghetisti e massoni.
La
‘ndrangheta da allora tace e ha anche rifiutato gli inviti provenienti da Cosa
nostra di partecipare alle stragi. Gli arresti, negli ultimi anni, di boss del
calibro di Peppe Morabito "u tiradrittu" e di Pasquale Condello "il Supremo",
l’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale della Calabria Franco
Fortugno insieme ad alcuni blitz delle forze dell’ordine hanno creato una
situazione di sospensione che da una parte ha portato a una crescita
esponenziale del potere della ‘ndrangheta (è diventata, secondo tutti gli
inquirenti e gli esperti, la più potente delle mafie italiane), a un
rafforzamento del potere in Europa (come dimostrano alcune operazioni che hanno
portato per esempio alla scoperta di un intero quartiere di Bruxelles in mano
alle cosche calabresi) e allo stringere delle relazioni con i cartelli della
droga sudamericani e con le cosche dell’Est europeo, all’infiltrazione nel
potere politico ed economico del nostro Paese come dimostrano gli allarmi, per
esempio, per gli appalti dell’Expo 2015 a Milano.
Nel frattempo, questa corsa
verso il potere, secondo alcuni osservatori, rende gli equilibri sempre più
precari tra le cosche e i boss della malavita calabrese. E nessuno oggi può escludere una nuova guerra di mafia. I segnali ci sono tutti: come dimostra l’operazione Cento anni di storia ai danni dei Piromalli e dei Molè di Gioia Tauro che, a detta degli inquirenti, è stata fatta proprio per bloccare l’escalation del conflitto tra le due cosche alleate storiche e che adesso si trovano su due fronti contrapposti.






