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Pentiti: il testo della legge n.45/2001
http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_1057.doc
ottobre 26, 2010 Commenti disabilitati su Pentiti: il testo della legge n.45/2001
“Estirpiamo insieme la malapianta”. L’appello ai calabresi
CALABRESI, la nostra terra è soffocata dalla ‘ndrangheta e dai suoi complici annidati negli apparati pubblici e privati. Se questa malapianta non viene estirpata non ci sarà futuro per i giovani che hanno diritto ad un’altra Calabria, normale, civile, democratica. E’ un compito immane e ineludibile, che spetta agli uomini dello Stato, che devono essere messi nelle condizioni migliori per farlo, ma che tocca alle persone oneste – sono la maggioranza – che devono trovare nei loro comportamenti individuali e collettivi lo strumento reale di un cambiamento permanente.
Per questo abbiamo deciso di manifestare a Reggio Calabria il 25 settembre prossimo. Vogliamo essere vicini al procuratore generale Salvatore Di Landro, a tutti i magistrati e alle forze dell’ordine che, solo compiendo il proprio dovere, hanno rotto equilibri e sono diventati il bersaglio della criminalità organizzata e dei suoi sodali. Ma la nostra non intende essere solo solidarietà umana a uomini che mettono a repentaglio la loro tranquillità per difendere la Costituzione e le leggi dello Stato, essa si propone anche di chiedere con forza al Governo una nuova attenzione verso la Calabria con decisioni da concordare e verificare con gli interlocutori regionali e nazionali su: protezione, organici, mezzi, utilizzazione piena delle intercettazioni indispensabili e compatibili con la privacy delle persone, capillare presenza sul territorio, leggi più severe per la confisca dei patrimoni illeciti e la loro utilizzazione pubblica.
Ma dobbiamo essere al tempo stesso consapevoli che se tutto questo accadrà, non sarà sufficiente a cancellare la malattia.
Occorre l’impegno nostro – non solo quello di una manifestazione – per prosciugare il mare nel quale nuota con spavalda sicurezza la ‘ndrangheta. Vinceremo questa guerra quando avremo fatto uscire dal baratro i giovani che sono cresciuti in quel mondo accettandone fin dalla nascita mentalità, convenienze e comportamenti.
Quei giovani non sono i nostri nemici perché hanno la colpa di non aver trovato famiglia, scuola, società, politica e istituzioni capaci di fargli comprendere il valore della dignità e del rispetto delle persone e delle regole. Per questo accanto all’impegno di tutti di iniziare il cambiamento a partire da se stessi è decisivo che le mele marce siano scovate e isolate da tutti i luoghi della politica e dell’economia, delle istituzioni e degli apparati dello Stato, per bloccare la loro malefica azione, non meno grave di quella dei reparti regolari della ‘ndrangheta. Bisogna sottrarre alla ‘ndrangheta gli spazi che le consentono di avere un ruolo preponderante nella gestione del mercato del lavoro, degli appalti e dei finanziamenti pubblici e nella devastazione del territorio, ridare fiducia agli imprenditori di ogni settore produttivo nel respingere l’azione del racket e dell’usura, proteggere sindaci, amministratori pubblici, sindacalisti e giornalisti da pressioni e intimidazioni.
Abbiamo bisogno di sicurezza e sviluppo, di legalità e giustizia, di trasparenza e chiarezza, di una grande iniezione di fiducia nella gente perbene che o sta alla finestra o è presente in maniera isolata in tante città ed esperienze della regione ma che non riesce a fare rete e, quindi, a vincere. Reggio deve essere non un punto di arrivo ma una ripartenza che apra una nuova prospettiva alla Calabria. Solo se la Calabria sarà compatta e impegnata a fare la sua parte ogni giorno realizzando una rete che vada oltre la manifestazione del 25 settembre, essa potrà avere più forza al di là dei suoi confini. Questa terra non merita di essere rappresentata come il luogo perduto della nazione.
Riconquistiamo insieme il diritto ad essere rispettati. Senza confusioni. Ognuno faccia la sua parte, mantenga il suo punto di vista e le sue opinioni: di questa pluralità c’è necessità perché essa è ricchezza e non debolezza purché ci si ritrovi insieme sulle questioni fondamentali, privilegiando la spinta al cambiamento e a riaccendere la speranza di futuro nei nostri giovani. Insieme ce la possiamo fare.
settembre 23, 2010 Commenti disabilitati su “Estirpiamo insieme la malapianta”. L’appello ai calabresi
Polsi, l’omelia del vescovo di Locri
Miei cari fratelli le parole della Bibbia che ho lette or ora, insieme alle altre che abbiamo ascoltato nella prima lettura, il profeta Isaia le rivolgeva al popolo esule in Babilonia, che vivendo sotto l’oppressore, rimpiangeva la libertà di un tempo, quando viveva in patria libero e felice di poter onorare Dio nel tempio di Gerusalemme, di potersi dedicare tranquillo e sereno a quelle attività che contribuivano alla crescita del popolo, senza che la paura della guerra e delle incursioni del nemico potessero mettere a rischio la loro felicità e libertà.
Vivendo sotto il peso dell’oppressione, della paura, della povertà e della miseria, ad essi il profeta parla a nome di Dio presentandone il volto di madre premurosa: Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.
Questa assicurazione da parte di Dio, che ci promette di volgersi a noi con volto di madre, ha nutrito sempre la fede del popolo credente. Ognuno di noi, nell’esperienza della propria fede e vivendo il suo rapporto con Dio, si nutre di questi sentimenti e continua ad avere fiducia e speranza anche nei momenti più difficili della propria vita.
Ma la certezza che Dio ha cuore di madre è stata alla base della storia di tanti luoghi di fede, come questo nel quale noi ci troviamo. Tutti i santuari sono stati sempre il luogo ove i fedeli hanno potuto sperimentare più da vicino e in modo più intenso che Dio ci vuole bene e ci sostiene nel cammino della vita, anche quando essa è segnata dal dolore e dalla sofferenza.
Questo nostro Santuario ci trasmette la stessa verità del volto materno di Dio inchinato su di noi. Posto nel cuore dell’Aspromonte, da sempre raggiungibile solo con grande sacrificio, senza consistente attrazione di arte, senza alcuna struttura recettiva confortevole, senza attrattive di divertimenti umani, il santuario di Polsi ha sempre distribuito ai fedeli che vi accorrono la serenità della protezione di Dio mediante l’intercessione della Vergine Maria. Qui Ella è venerata come la Madre del Divino Pastore: titolo che evoca l’immagine biblica del Pastore che si prende cura delle pecore, che va in cerca di quella perduta, che gioisce quando la ritrova, che è disposto a dare la vita per proteggerle dagli attacchi del lupo sterminatore. La Madonna della montagna come comunemente la chiamiamo ci mostra il Figlio, divino Pastore delle nostre anime, al quale Dio l’ha associata nell’opera di salvezza dell’umanità.
La fiducia dell’intervento materno di Dio su di noi, per intercessione della Vergine, che noi oggi stiamo onorando, non la sentiamo solo per noi stessi come singoli, ma come comunità religiosa e civile, come comunità calabrese.
Polsi è uno dei luoghi simboli della Calabria; Polsi è uno di quei santuari da dove giustamente si guarda alla realtà della nostra terra, che non riesce a risolvere i suoi problemi, che non riesce a decollare socialmente ed economicamente, che soffre ancora della piaga dell’emigrazione dei suoi figli migliori, che non riesce a togliersi di dosso l’immagine di terra del male, dell’illegalità, della violenza, della sopraffazione.
Questa nostra terra, che i suoi stessi figli stanno infangando con il crimine, stanno umiliando con l’illegalità, stanno frenando nel desiderio di crescita con la violenza e i soprusi; questa nostra terra violata e profanata anche su ciò che di più sacro essa aveva e custodiva, come preziosa eredità del passato: la fede e la devozione tramandate dai padri, i suoi luoghi sacri, le sue devozioni.
Con la stessa indefettibile speranza, con la quale Isaia rivolgeva al popolo le sue parole di incoraggiamento, le stesse parole sono rivolte a noi oggi figli di questa amata terra di Calabria: I tuoi costruttori accorrono, i tuoi distruttori e i tuoi devastatori si allontanano da te.
In questo Santuario si è consumata l’espressione più terribile della profanazione del sacro ed è stato fatto l’insulto più violento alla nostra fede e alla tradizione religiosa dei nostri padri.
Polsi, luogo di fede sofferta e di speranze inespresse; Polsi luogo di pietà semplice e devota; Polsi scuola di religiosità semplice ed umile, è diventato luogo violato e profanato da conterranei e fratelli di fede, che hanno tradito la fede vera, pretendendo assurdamente di ricevere dalla Vergine Maria la benedizione sui loro patti illegali, sui loro progetti non certamente a favore della vita, sulla spartizione di un potere ingiusto.
Dopo che le televisioni di tutto il mondo hanno trasmesso le inconfutabili immagini di raduni illegali in luogo santo da parte di chi ha inteso fare un cattivo uso di esso con la pretesa di dare un fondamento religioso alle loro attività illegali, oggi gli occhi sono rivolti su di noi, aspettando da questo mio discorso una forte ed energica presa di posizione. C’è forse attesa di che cosa dirà il Vescovo. Ci si chiede se si ripeteranno ancora raduni illegali accanto alle manifestazioni di fede.
Cari fratelli, se anche oggi ci saranno incontri e patti illegali, del tipo di quelli che hanno intercettato l’anno scorso le Forze dell’ordine, a noi poco importa. Sono cose che non ci riguardano. A noi interessa contemplare il volto materno di Maria espresso nell’antichissima statua di pietra qui conservata e riascoltare le parole con le quali S. Paolo parla del mistero dell’Incarnazione, come mistero dell’accompagnamento di Dio con l’uomo: Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna (Gal 4; e anche le parole del Vangelo, che ci ricordano che Gesù, dalla croce, ci ha lasciato Maria come Madre: Donna ecco tuo figlio (Gv 19.
Gli occhi di chi vuole scrutare e passare al vaglio della critica mediatica questo nostro incontro di preghiera, volgano gli occhi su di voi, carissimi fedeli, sulla vostra fede, sulla vostra pietà, sulla vostra speranza riposta in Maria e tramite lei nel Signore. Voi siete la realtà e la verità di Polsi, voi ne fate la storia; voi che avete affrontato i sacrifici che conosciamo per giungere qui.
La storia di Polsi la fanno ogni anno coloro che affrontano di notte il viaggio a piedi o sui camion e giungono qui tra canti e suoni, per esprimere la gioia di incontrare ancora la Madonna e riporre in lei la speranza che nutrono nell’animo di poter superare o almeno sopportare le difficoltà della vita.
Se altri vengono qui con l’illusione di poter dare un significato religioso alle loro attività illegali, che nulla hanno da condividere con la nostra fede cristiana, o a trasmettere poteri che sono espressione non dell’amore di Dio, è un problema loro e non nostro: questo sia chiaro una volta per sempre. La Chiesa ha parlato con estrema chiarezza e lo afferma nuovamente in questo momento in forma solenne: non c’è alcuna cosa che ci lega, cari fratelli che avete scelto la strada dell’illegalità per costruirvi la vita, le vostre ricchezze, il vostro potere, il vostro onore. Lo ripeto, non c’è nulla che possiamo condividere. I nostri cammini non si congiungono a Polsi, se mai si dividono ancora di più, si distanziano maggiormente, anche se in noi credenti rimane la nostalgia di avere anche voi come fratelli di fede, che dinanzi all’immagine della Vergine possano sentire l’invito di Gesù alla conversione. La Chiesa, come madre amorosa, vi allarga le braccia e vi invita alla conversione, dichiarandovi che anche per voi c’è la misericordia benevola di Gesù Cristo, che è morto per tutti sulla croce.
La Chiesa è forse l’unica istituzione che crede nella vostra conversione. Nella società generalmente c’è solo la speranza di vedervi in carcere; la Chiesa va oltre, vuole il cambiamento della vostra vita. A noi in questo momento rimane il rammarico e la nostalgia di non poter stare uniti a voi dinanzi all’immagine della Madonna e poter pregare assieme. Noi speriamo sempre che un giorno ciò potrà accadere, se voi lo vorrete e deciderete di cambiare indirizzo della vostra vita. Festeggeremo assieme la Madonna della montagna come la Madonna della conversione.
A Polsi l’unico potere che si trasmette è la forza della fede che passa di padre in figlio. Il mese scorso ero sceso prestissimo qui in Chiesa, appena aperta, ed ho visto un giovane papà che prendendo per mano un bambino di tre anni, assieme percorrevano, entrambi in ginocchio, il tratto dalla porta della Chiesa all’altare. Questa è la vera forza che si trasmette qui a Polsi: la fede.
Perciò, carissimi fratelli, non mi lascio suggestionare da inviti a compiere gesti plateali, utili solo a costruirmi sui media nazionali e internazionali l’effimera immagine di lottatore e salvatore, immagine ahimè della durata di un solo giorno, ma che non costruisce nulla di positivo. Come Vescovo non mi sento, miei cari fedeli, come mi è stato chiesto direttamente e indirettamente in questi giorni sulla stampa, di interrompere questa vostra tradizione di fede, di chiudere il Santuario, di proibire la processione; per dire e dimostrare che cosa? Che chiudiamo questo santuario perché qui alcuni compiono azioni illegali e sanciscono patti di morte? Dovrei umiliare la vostra fede e la vostra devozione, carissimi fratelli qui presenti, per dire all’Italia che la Chiesa prende provvedimenti? Contro chi? Contro la vostra fede sincera? Contro la vostra devozione? Contro la vostra speranza? No, non lo farò mai; tradirei la mia missione di Vescovo e di guida religiosa; umilierei tutti voi, dei quali ogni anno constato la devozione mentre sfilate dinanzi alla Vergine; vedendovi piangere dinanzi ad essa e raccogliendo insieme agli altri sacerdoti le vostre confidenze nelle confessioni.
Voi siete la verità e la realtà Polsi! Voi e la vostra fede siete la grandezza di questo giorno e di questo Santuario.
Celebrando la S. Messa in questo giorno solennissimo, noi sentiamo vere le parole della Scrittura che vi ho citato all’inizio: I tuoi costruttori accorrono, i tuoi distruttori e i tuoi devastatori si allontanano da te. Perciò diciamo forte con tutta la forza della nostra fede: non siamo noi che dobbiamo lasciare Polsi; sono altri che dovranno cambiare le ragioni per cui vengono qui, e se non sono disposti a farlo, che lascino questo luogo benedetto alla nostra fede, al nostro amore a Maria, alla nostra speranza di vita e non di morte.
Certamente dobbiamo crescere nella fede, purificandola da tutte le incrostazioni che ne hanno offuscato la verità e l’importanza per la vita. Qui tocchiamo il punto cruciale del problema religioso oggi nella nostra terra. Troppi riti, troppi gesti esteriori, che non hanno un riflesso nella vita. Eppure, secondo le parole di Gesù, se la fede non si traduce in opere è falsa: Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio. Non possiamo far convivere in noi devozione religiosa e comportamenti immorali.
Quanti sacramenti vengono ricevuti senza una doverosa coscienza di fede: si ricevono per tradizione, ma senza alcun interesse di sapere ciò che Gesù e la Chiesa insegnano sulla vita e sui comportamenti morali da assumere.
L’aver visto dinanzi alla Vergine gente che vive nell’illegalità, dimostra proprio questo errore: presunzione di avere una fede senza considerare gli impegni che scaturiscono dalla fede. Gente che ha ricevuto i sacramenti, come la cresima, che comportano una scelta di vita secondo il Vangelo, e che invece sono fuori del Vangelo; gente che ha portato i propri figli a battezzare, dichiarando a parole di credere in Dio e di rinunciare al peccato e a satana, ma che continuano a vivere lontano dal Signore e dalla sua parola.
Vedete, miei cari, come si può tradire la fede?. Questo è il problema che dobbiamo affrontare con impegno.
Porremo così le basi anche di una società diversa, all’interno della quale certamente si affermano anche i grandi valori umani della pace, del benessere. Promettiamolo alla Madonna. Questo è il significato più profondo del nostro pellegrinaggio qui a Polsi.
La Madonna ci voglia benedire.
settembre 3, 2010 Commenti disabilitati su Polsi, l’omelia del vescovo di Locri
Lettera a coloro i quali hanno fatto del santuario di Polsi il centro di incontri e raduni illegali
Carissimi fratelli,
In questi giorni attraverso le televisioni nazionali, e forse anche internazionali, il Santuario di Polsi con la sua annuale festa della Madonna della Montagna sono stati oggetto di cronaca, perché le autorità investigative e giudiziarie italiane hanno trasmesso immagini di vostri incontri e riportato frasi da voi proferite, che avevano per oggetto la vostra organizzazione illegale e la divisione del potere all’interno di essa.
Pensavamo che questi incontri tenuti a Polsi appartenessero ormai al folklore del passato. Ma ci siamo dovuti ricredere. Non sono bastati questi ultimi decenni di maggiore evangelizzazione ad illuminarvi e convincervi che è assurdo collegare alla religione la vostra attività, che non possiamo accettare né come cittadini né come uomini di fede. Anche se il vostro rituale, per i simboli che adopera e per i luoghi ove si celebra, è frammisto ad elementi della religione cristiana, esso è esattamente l’opposto di quanto il Vangelo di Gesù annuncia.
Polsi è un luogo religioso, che ha le sue radici in una storia millenaria di fede; la Madonna della Montagna può guardare con occhi benedicenti solo coloro che si sforzano di mettere in pratica la parola di suo Figlio Gesù. Il vangelo di cui voi parlate non può essere il Vangelo di Gesù, che parla di amore, di perdono e di riconciliazione, di rispetto della persona e della legge, anche quella degli uomini. Che senso possono avere questi incontri all’ombra del Santuario della Madonna, dove, mentre i fedeli pregano e si riconciliano con Dio, voi decidete strutture e attività, che Dio e la Vergine Maria non possono benedire?
Siamo profondamente rammaricati perché ciò avvenga ancora, trasformando il Santuario di Polsi da luogo di fede in luogo di illegalità. A Polsi la gente viene per trovare nella fede e nella devozione alla Madonna motivi per vivere; i vostri incontri non sono affatto su questa linea, anzi spesso parlano di morte. La fede della gente va rispettata e non derisa e umiliata, come accade ogni qualvolta sulla stampa si parla di Polsi, collegando il Santuario ai vostri raduni.
E allora vi chiedo con il cuore in mano: perché dovete umiliare la nostra fede e la nostra religione? Perché si deve ridere di noi, delle nostre celebrazioni, delle nostre tradizioni di fede, quando poi le vedono unite a questi incontri, i cui contenuti sono contro i valori della religione cristiana, che voi dite di professare? Come potete pensare che la Madonna possa farsi garante della lealtà tra di voi e della fedeltà a quanto pattuite, quando sapete che i contenuti dei vostri patti sono contro la morale cristiana?
Se amate la nostra terra, i nostri luoghi e le nostre tradizioni, ritornate alle radici autentiche della fede. Sicuramente tutti voi avete ricevuto i sacramenti della Chiesa cattolica: battesimo, cresima, confessione, eucarestia, matrimonio; molti di voi, facendo da padrini, si sono impegnati a sostenere la fede di ragazzi e di giovani: onorate questa fedeltà a Dio e siate leali per la parola data a lui; questo è il vero onore! I sacramenti che avete ricevuto e che chiedete per i vostri figli, non sono solo un elemento di cultura e di tradizione, ma scelta di vita, devono esprimere la volontà di seguire i valori cristiani, che camminano in perfetto accordo con la legalità umana.
Dovunque vi troviate, rivolgetevi con coraggio alla Madonna della Montagna, che con cuore di madre vi dice: fate tutto quello che Gesù vi ha insegnato. Tornate a Polsi con la volontà di incontrare veramente la Madonna e di ritrovare la fede autentica.
La Chiesa è sempre disposta ad accogliervi a braccia aperte, perché crede, forse unica istituzione, alla possibilità della vostra conversione. Ripeto a voi le parole pronunziate per tutti all’inizio del mio ministero di Vescovo a Locri: lasciatevi riconciliare con Dio.
Prego per tutti voi e per tutte le vostre famiglie.
+ p. Giuseppe Fiorini Morosini
Vescovo di Locri-Gerace
luglio 16, 2010 Commenti disabilitati su Lettera a coloro i quali hanno fatto del santuario di Polsi il centro di incontri e raduni illegali
Il caso Losardo – gli atti del processo di Bari
http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_975.pdf
giugno 6, 2010 Commenti disabilitati su Il caso Losardo – gli atti del processo di Bari
Il caso Valarioti in Parlamento/3
http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_953.pdf
giugno 6, 2010 Commenti disabilitati su Il caso Valarioti in Parlamento/3
Il processo Valarioti
http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_962.pdf
giugno 6, 2010 Commenti disabilitati su Il processo Valarioti
Il magistero sociale dei vescovi calabresi
http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_1655.pdf
maggio 8, 2010 Commenti disabilitati su Il magistero sociale dei vescovi calabresi
La libertà non ha pizzo – I materiali
http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_906.pdf
aprile 19, 2010 Commenti disabilitati su La libertà non ha pizzo – I materiali
Antiracket, un modello che funziona: Addiopizzo
Se in Calabria il telefono antiracket tace da anni e gli operatori commerciali che hanno il coraggio di denunciare si contano sulla punta delle dita, in Sicilia c’è un modello che funziona. Addiopizzo è un’associazione di volontariato formata da giovani che si occupa di allargare la cerchia di commercianti che dichiarano esplicitamente di non pagare il pizzo e soprattutto promuove tra i consumatori il concetto di consumo critico. Tutto comincia nel 2004, quando un gruppo di giovani neolaureati di Palermo ipotizza l’apertura di un pub per inserirsi nel mondo del lavoro. Poi uno di loro torna a casa e pensa:
«â€¦mi ero fatto prendere troppo dalla discussione, e quando è così non riesco mai ad addormentarmi subito. Per distrarmi misi su un CD di un musicista africano prestatomi da Dino (un altro della banda, amante dell’Africa), un certo Habib Koite. Lo stratagemma funzionò fino al termine della musica, ma nel dormiveglia che nel frattempo era sopraggiunto, i pensieri ripresero a scorrere come un magma. Che però si arrestò presto contro la domanda che non m’aspettavo: e se poi ci vengono a chiedere il pizzo che facciamo? …no, non lo paghiamo! … minchia, però se ci rifiutiamo solo noi poi ci bruciano il locale. Ma che palle! Ma è mai possibile che devono pagare tutti senza fiatare? E non mi vengano a dire che non è così!»
I ragazzi, ipotizzando l’apertura di un esercizio commerciale, si trovano a dover considerare non solo i problemi concreti che qualunque neo imprenditore deve considerare (come trovare i soldi per iniziare, un posto adatto etc..), ma anche l’eventualità di dover pagare il pizzo. L’organizzazione del loro futuro si scontrava con un problema pratico, di cui nessuno parlava. La mattina del 29 giugno 2004 i palermitani si sono risvegliati in una città tappezzata da centinaia di piccoli adesivi con la seguente frase: “UN INTERO POPOLO CHE PAGA IL PIZZO È UN POPOLO SENZA DIGNITà”. L’impatto è forte e gli attacchini, come si chiamano tuttora i volontari di Addiopizzo, fanno in modo che la gente cominci a parlare di un tabù storico della città. Dopo Libero Grassi era tornato il silenzio. L’evoluzione dell’associazione è stata tale che in pochi anni si sono svolte numerose campagne di consumo critico, ogni anno viene organizzata la Fiera del consumo critico, viene fornita assistenza anche legale ai commercianti che denunciano. Addiopizzo conduce anche un progetto di promozione turistica pizzofree, tramite la distribuzione di mappe con una lista di consigli per gli acquisti che non fa rischiare al turista di finanziare con i suoi soldi, anche se solo indirettamente, Cosa Nostra. Sono 9991 i consumatori che hanno sottoscritto il manifesto “Contro il pizzo, cambia i consumi” e 424 i commercianti inseriti nella lista Pizzo free. Non sono molti, sono distribuiti per la maggior parte nel centro della città, insomma il pizzo a Palermo si continua a pagare, è chiaro, ma i punti di forza di Addiopizzo sono altri. L’associazione è espressione di una parte della meglio gioventù siciliana che ha saputo mettersi in gioco e fare da leva alla crescita culturale della città capoluogo della Sicilia. Nel 2007 nasce Libero Futuro, la prima associazione antiracket formata da commercianti e nata da una costola di Addiopizzo. I percorsi di legalità nelle scuole e la presenza dell’associazione sul territorio fanno capire che il cambiamento passa per la costanza e l’entusiasmo di giovani determinati a crearsi un mondo migliore di quello che hanno trovato.
La nascita del movimento antiracket
Cosi come la Sicilia è la patria del movimento antimafia, anche il movimento antiracket trova nell’isola terreno fertile. È risaputo che Cosa Nostra non si limita a sparare, ma che anzi gestisce il controllo del territorio in maniera costante, manipolando i codici culturali e le norme morali di convivenza e solidarietà tra le persone, in funzione delle sue esigenze e dei suoi interessi. «Il meccanismo dell’estorsione – protezione rende operativo il controllo del territorio e funziona secondo criteri relazionali: genera e riproduce capitale sociale che è importante per l’attivazione di relazioni esterne. I mafiosi traggono cioè dal controllo dei territori risorse di base tali da rendere vantaggioso per dei soggetti esterni (che di solito fanno parte delle classi dirigenti) instaurare reti di collusione.» Centorrino parla di un sistema sofisticato di estorsione che non si limita ad imporre una tassa, ma vi aggiunge dei servizi che definiscono un ciclo economico articolato e pongono le basi per l’instaurazione di una rete di complicità e di collusioni con l’ambiente circostante. L’attore mafioso in questo caso fa sistema, entrando in relazione con gli altri attori di governo del territorio, specializzandosi in un tipo di offerta politico mafiosa che sostituisce altre offerte deboli e risponde a un bisogno di politica intesa come mediazione e regolazione. A questo agire articolato deve corrispondere, non solo la denuncia di chi subisce l’azione di violenza criminale, ma un processo di maturazione da parte dei settori sempre più ampi della società e delle istituzioni per rispondere con mezzi adeguati alla complessità della strategia mafiosa. Di contro, il movimento antimafia si deve porre come rete di relazione, con l’obiettivo di creare un sistema complesso in grado di reagire alla complessità criminale.
Dal punto di vista pratico il modello classico è quello del protection racket: viene imposto un tributo alle “vittime” cioè gli operatori economici, realizzando quello che Umberto Santino definisce “parassitismo governato”. Due le ragioni dell’estorsione: imporre e mantenere costante il controllo sul territorio e, in alcuni casi, far fallire l’azienda per potersene poi appropriare anche solo per utilizzarla come base per il riciclo di denaro sporco. Non sempre viene semplicemente imposto il pagamento di una cifra: si può imporre l’acquisto di qualcosa oppure le forniture di materiali a prezzo maggiorato in aziende colluse o gestite direttamente dalla mafia, le collette per i detenuti o in occasione delle feste patronali. Insomma una serie di operazioni che costituiscono quello che è stato definito “l’immaginario criminale”.
Nel marzo 1991 il giudice istruttore di Catania Luigi Russo, in una sentenza in cui assolve due imprenditori accusati di concorso in associazione mafiosa, descrive la pratica delle estorsioni come un tipo di “contratto assicurativo di protezione”: la prestazione economica pagata dall’azienda le eviterebbe il rischio di incorrere in rapine, furti. Paradossalmente l’assicuratore è la stessa fonte del rischio dal quale dice di voler proteggere i soggetti che costringe a pagare. Si riportano le parole di Libero Grassi, proprietario dell’azienda Sigma di Palermo che nel gennaio del 1991 dichiarò pubblicamente di non voler pagare il pizzo.
«La collusione con le imprese mafiose distorce il compito dell’imprenditoria sana, perché essere collusi non consente di svolgere una parte nella società, di costruzione insieme di sviluppo e civiltà».
Sono parole cariche di una visione “alta” e poco diffusa dell’attività imprenditoriale, ma che in realtà contengono una considerazione quanto mai pratica: l’intromissione delle mafie e la collusione tra mafia e imprenditoria non possono essere parte dello svolgimento dell’attività economica.
I naturali protagonisti del movimento antiracket sono i titolari di esercizi commerciali e aziende a scegliere di associarsi per liberarsi da questa forma di oppressione-protezione. Come è avvenuto nel caso dell’Associazione commercianti e imprenditori orlandini, meglio nota come Acio che nasce formalmente il 7 dicembre 1990. I commercianti si autoorganizzano e la svolta importante dell’associazione è la scelta di costituirsi parte civile nel processo del 1991 che si conclude con una sentenza di condanna, da parte del Tribunale di Patti, contro gli estorsori come Bontempo e Scaco che distruggevano l’economia di Capo d’Orlando e di altri paesini nelle vicinanze. A Capo d’Orlando la mafia e le estorsioni erano una sorta di novità: gli imprenditori erano abituati a mandare avanti le loro attività senza essere disturbati da fattori esterni di matrice criminale ed è per questo che la reazione della società civile è stata più naturale e ha portato delle vittorie concrete prima ancora di quanto avverrà nel capoluogo siciliano. A Palermo invece, Libero Grassi, verrà “lasciato solo” per poi divenire vittima della stessa mafia il 29 agosto 1991. Solo, anche il giorno dei funerali in una Palermo afosa e impegnata a godersi le vacanze al mare. Sul luogo del delitto sarà apposto un cartello: «Libero Grassi, imprenditore e uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall’omertà dell’associazione degli industriali, dall’indifferenza dei partiti, dall’assenza dello Stato». Invece di raccontare per intero la vicenda personale vissuta da Libero Grassi nei mesi che intercorsero tra la sua denuncia pubblica, che divenne caso nazionale e internazionale, e la sua morte, si è preferito riportare stralci di sue dichiarazioni e la testimonianza apparsa il giorno della sua morte, perché ritenute forme e simboli di una di coscienza sociale, anima del movimento antimafia, rispetto all’indifferenza delle istituzioni che sottovaluteranno il problema racket, soprattutto dopo la sentenza citata del Tribunale di Catania che Grassi aveva definito «la legittimazione giuridica dei rapporti di convivenza-connivenza tra imprenditore e mafioso».
aprile 19, 2010 Commenti disabilitati su Antiracket, un modello che funziona: Addiopizzo






