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Category — i documenti

Reale-Ippocrate, per l’avvocato Cornicello non c’è l’aggravante mafiosa

http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_1391.pdf

febbraio 14, 2012   Commenti disabilitati su Reale-Ippocrate, per l’avvocato Cornicello non c’è l’aggravante mafiosa

Chi è il boss Rocco Acquino

http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_1380.doc

febbraio 11, 2012   Commenti disabilitati su Chi è il boss Rocco Acquino

Azzardopoli – il paese del gioco d’azzardo

http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_1290.pdf

gennaio 11, 2012   Commenti disabilitati su Azzardopoli – il paese del gioco d’azzardo

“Azzardopoli” – la mappa dei clan al tavolo da gioco

http://www.stopndrangheta.it/stopndr/dettaglio.aspx?id=1291

gennaio 11, 2012   Commenti disabilitati su “Azzardopoli” – la mappa dei clan al tavolo da gioco

Amministratori sotto tiro, 103 intimidazioni nel 2011

CATANZARO – Sono stati 103 gli atti intimidatori compiuti nel 2011 in Calabria ai danni di amministratori locali. Il dato, in linea con quello del 2010 (106) e che porta il totale dal 2000 ad oggi a 966, emerge dal Rapporto sulla sicurezza degli amministratori di Legautonomie Calabria. Il rapporto, che viene realizzato dal 2002, è stato presentato a Catanzaro dal presidente Mario Maiolo.

Dal rapporto emerge che la punta massima di atti intimidatori è stata registrata tra aprile e maggio, coincidente, come già accaduto nel 2010, con una tornata di elezioni amministrative. Il maggior numero di episodi si sono verificati nei comuni della provincia di Reggio Calabria (276, pari al 31%) ma è significativo anche quest’anno il dato del crotonese (134 casi, pari al 21% e numero massimo di episodi dal 2000) considerato che si tratta della più piccola provincia con appena 27 comuni.

L’ultimo episodio, che non rientra nello studio, si è verificato appena due giorni fa con l’incendio del portone del municipio di Isola capo Rizzuto. Complessivamente gli episodi hanno interessato 68 diversi Comuni, il numero massimo dal 2000, che porta a 222 il numero degli enti che in questi anni sono stati colpiti almeno una volta dal fenomeno (il 54% del totale). Prendendo in rassegna il numero dei Comuni interessati dal 2000 ad oggi, nel crotonese l’85% del Comuni ha registrato almeno un episodio, cosi’ che ad oggi solo in quattro Comuni non e’ stato rilevato nessun atto. Segue il vibonese (80%), la provincia di Reggio (64%), il catanzarese (54%) ed il cosentino (35%).

Nel 2011 i più bersagliati dalle intimidazioni sono stati i sindaci (34%), quindi i consiglieri comunali (23%). In totale le intimidazioni sono state indirizzate per il 70% verso amministratori comunali. Nel 10% dei casi sono state prese di mira strutture e beni comunali e nell’8% amministratori regionali, il dato più elevato nel decennio considerato. Lo scorso anno sono aumentati i danneggiamenti (23, +8% sul 2010), gli incendi di autovetture e proprietà private (15, +8%), le aggressioni (4, +1%).

Sono diminuiti gli spari contro beni (7, -3%), l’utilizzo di ordigni esplosivi (2, -4%), gli incendi di strutture e beni pubblici (2, -4%) e le forme di intimidazioni con lettere e messaggi e altro (30, -11%). ”Naturalmente – e’ scritto nel rapporto – non è dato sapere se l’omicidio verificatosi a Samo, a danno di un consigliere comunale”, Vincenzo Sgabellone, rappresentante di una lista civica, ucciso il 30 ottobre scorso, ”sia legato al suo ruolo o attiene a fattispecie diverse”.

gennaio 10, 2012   Commenti disabilitati su Amministratori sotto tiro, 103 intimidazioni nel 2011

Quattrone: a Reggio comandano i palazzinari

AFFARISTI E IMPRENDITORI – Non può parlarsi a Reggio Calabria di industria delle costruzioni. Questa affermazione deriva dal fatto che non esiste una industria delle costruzioni nell’ambito della Provincia. Quanto detto perché la presenza dell’industria deriva da un mercato "compiuto", cioè da una domanda costante e non casuale come quella che è dato vedere. L’edilizia nasce a Reggio Calabria per interventi di tipo "stellare", cioè per punti senza continuità o programmazione. L’avvicinarsi di un intervento di finanziamento pubblico muove quindi il commerciante, l’affarista, non l’imprenditore. L’imprenditore nasce ed investe perché vede un mercato che esprime domanda nel lungo termine. L’affarista si organizza solo per fare l’affare che ha l’intenzione di concludere. Dall’affare trae il maggior guadagno possibile, non accantona ammortamenti ma investe tutto l’utile in beni permanenti che producono solo reddito a chi li possiede (ovvero immobili).
Poiché "l’affare" è affrontato come tale, è impensabile una organizzazione dell’imprenditore dal punto di vista "industriale". Egli si contenta di organizzare il minimo necessario per raggiungere lo scopo del guadagno.
Trattasi quindi solo di piccoli investimenti contingenti che non producono reddito futuro ma che viceversa sono distrutti al momento che l’affare è concluso.
Un esempio tipico sono gli interventi dello Stato e degli altri Enti pubblici nel campo dell’edilizia ed, in genere, nelle opere d’ingegneria. I finanziamenti sono scollati tra di loro, non è assicurata la continuità nelle commesse il che non promuove, mancando quella dall’alto, la programmazione locale.
L’affarista di conseguenza organizza fattori della produzione estemporanei ed attaccaticci; mira perciò non ad un reddito da impresa ma alla capacità di commercializzare l’affare. Non è perciò portato all’utilizzo di macchine o sistemi produttivi efficienti per abbassare i costi poiché tali macchine e sistemi presuppongono professionalità ed ammortamenti costosi. Dirotta la sua scelta verso guadagni più facili e molto meno rischiosi dal punto di vista imprenditoriale.
IL CANTIERE DA RAPINA – Nasce in quest’ottica il subappalto. L’imprenditore "passa" l’appalto ad imprese minori pretendendo una "tangente" per il solo fatto di aver vinto la gara d’appalto. Il subappaltatore, di dimensioni rispetto al primo ancora più ridotte e con disponibilità finanziarie minori, ha mezzi di produzione ancora più approssimativi. La mancanza di macchine lo induce, perché il lavoro sia remunerativo, a diminuire le "spese". Ecco che nasce il cantiere da "rapina", con nessun investimento per la protezione della vita degli operai, con il conseguente incremento delle morti bianche e con il sub-fenomeno del cottimista. La figura dell’operaio cottimista tipica è il giovanotto tra i 25 e i 40 anni che riesce a lavorare 13 ore al giorno e che viene pagato a "misura", cioè in funzione di quello che produce. Vengono scartati dall’ingaggio sia giovani che non hanno l’esperienza e quindi la velocità di esecuzione, sia gli anziani che, per effetto dell’età, non producono adeguatamente. Un risparmio notevole avviene inoltre per la mancanza del versamento degli oneri sociali. Il lavoro viene così eseguito in tempi "record" rispetto al cantiere "industriale", senza nessun controllo di tipo formale o sostanziale dell’opera, lasciando al caso o alla "coscienza" degli esecutori la bontà del manufatto.
Parallelamente nasce una attività di "carte" che porta l’operaio cottimista alla truffa per garantirsi l’indennità di disoccupazione od il compenso per inabilità da infortunio. Imprese fantasma "assumono" gli operai che lavorano a cottimo e, immancabilmente a periodi concordati, denunciano piccoli infortuni o malattie dei dipendenti che contribuiscono al recupero dei versamenti di legge ed alla integrazione dei guadagni dei lavoratori.
LE COOPERATIVE – La nascita di cooperative di produzione e lavoro aveva fatto sperare in rapporto più corretto sul lavoro tra datori, dipendenti, Enti ecc. Purtroppo quelli che dovevano essere strumenti democratici e di crescita dei lavoratori si sono dimostrati non modelli. Basta guardare i cantieri gestiti da cooperative di produzione per vedere che hanno conservato tutte le caratteristiche negative del cantiere da "rapina". L’uso del cottimo è sviluppatissimo, squadre fantasma lavorano il ferro, mettono in opera carpenterie, murano mattoni, intonacano, predispongono gli impianti a tempi record. Il tutto condito da calcestruzzi preconfezionati di dubbia qualità. Il prezzo per questa velocità, come già detto, sono la schiera di invalidi che poi si ritrovano a Piazza Duomo. Discorso parallelo per l’industrie di piccolissime dimensioni sorte a corollario. Essenzialmente trattasi di industrie di montaggio di pezzi semilavorati provenienti dalle industrie esterne alla Regione. E qui porterebbe lontano il ragionamento se esteso al "sistema" per finanziare con la 183 (Legge 183/76 istituzione della Cassa del mezzogiorno) le industrie in zona "cassa".
Per esempio si stanno autorizzando e finanziando imprese per la produzione di "blocchi" in argilla espansa, in cemento vibrato ecc. Questo atteggiamento dell’Assessorato dell’Industrie Regionale ha portato alla chiusura di piccole, ma ad alta densità di lavoratori impiegati, industrie del laterizio, scegliendo di contro la nascita di aziende che non adoperano più materie prime reperibili in loco. Più serio sarebbe stato finanziare la modernizzazione di tali aziende, con costi per occupato infinitamente inferiori. Tornando all’imprenditore commerciante si tende, ora di spiegare il fenomeno dell’urbanesimo, caotico ed abusivo che si legge sul territorio.
IL PARTITO DEI PALAZZINARI – Il partito dei palazzinari a Reggio governa la città. Come si diceva, l’affare assicurato periodicamente e senza programmazione dallo Stato porta flussi di denaro che non vengono reinvesti nell’azienda che avrebbe dovuto produrre il bene oggetto dell’appalto. Detti flussi di denaro vengono trasformati in "cemento" da vendere poi alla classe impiegatizia, molto numerosa, reggina. Ma indirizzare il mercato verso queste scelte (casa edificata dal palazzinaro) significa fare in modo che l’offerta sia la più piccola possibile. Da qui il partito dei palazzinari ha una scelta quasi obbligata: bloccare con sistemi di potere l’attività degli uffici comunali preposti alla progettazione dell’uso del territorio. Si arriva a bloccare le progettazioni di cittadini fuori dal giro dei palazzinari per anni, facendo "passare" le progettazioni del partito dei palazzinari stessi.
Le scelte dei compratori vengono così definitivamente orientate verso l’imbuto anche dal boicottaggio generato dagli imprenditori verso gli appalti di ERP (Edilizia Residenziale Pubblica). Chiude il cerchio l’ostinato ritardo dell’attuale assessore a LLPP nel recepire gli aumenti per l’ERP definiti da leggi dello Stato. Collaterale, ma non di minore importanza, il fenomeno degli abusi.
Esistono due categorie di abusi :
a) Cottimisti che investono i loro redditi (materiali) da lavoro nero proprio e di altri sfruttati, in "case" che vengono immesse nel mercato per categorie di acquirenti non molto danarosi che, pur di avere una casa, accettano compravendite con carte che di "notarile" hanno ben poco.
b) Cittadini che, vedendo sciogliersi giorno per giorno i risparmi, decidono la via dell’illegalità non essendo percorribile quella legale impedita dal partito dei palazzinari.
Questo insieme di situazioni e vicende stravolgono gli obiettivi che il PRG (Piano Regolatore Generale) si era dato. L’inefficienza degli organi di controllo ha fatto compromettere una qualsiasi programmazione in direzione delle opere di urbanizzazione. Si dovranno inseguire praticamente gli interventi abusivi per fornirli di quelle opere di urbanizzazione fondamentali per non dover compromettere, oltre che il territorio, anche la salute dei cittadini. I fondi si distribuiscono in mille rivoli facendo perdere loro efficacia e la città subirà le conseguenze dello sfascio per decenni.
Si è parlato nella prima parte di commercianti e non di imprenditori. Non si voleva e non si vuole qui denigrare la categoria dei commercianti. Gli stessi occupano un ruolo nel commercio. Il commerciante nell’imprenditoria è un aborto per la società. Fa nascere guerre per bande, spartizioni del territorio per zone di influenza nelle quali, poiché il numero è chiuso, esiste l’imposizione di prezzi non moderati dal libero mercato.
Quindi, nel nostro territorio, non può essere paragonato il piccolo imprenditore presente in altri territori della nazione, in quanto le piccole dimensioni non sono sinonimo di alta specializzazione ma, al contrario, di incapacità organizzativa. Quindi le "economie" che vengono operate nel settore edilizio sono caricate alla società. Altro esempio, oltre al cottimo, può essere evidenziato con l’uso di manodopera che ufficialmente risulta impiegata in corsi di formazione professionale.
Purtroppo con questa classe di imprenditori "affaristi" che ci ritroviamo non è possibile prevedere tempi migliori. Il guadagno, coperto con lamentele più o meno valide di eventuali "mazzette"a funzionari e mafiosi, non proviene da una organizzazione tecnico-economica efficiente, quindi non è tornaconto di impresa ma plusvalore ed, in quanto tale, a "qualcuno" viene sottratto.
La modifica di questo stato di cose nasce dalla conoscenza. Nasce dalla conoscenza del proprio stato di sfruttati da parte dei lavoratori. Nell’ignoranza dello stato l’operaio può essere ristretto. Altri prendono decisioni che gli spettano. Quindi aumentare la capacità al ragionamento del lavoratore significa dargli più conoscenza e questo proviene dall’aumento della base culturale. Permanendo lo stato di ignoranza, il lavoratore non distingue le scelte strumentali operate sulla sua pelle e magari persegue obiettivi che interessano altre categorie o classi sociali.
Allora il grande disegno da attuare è una vera formazione professionale del lavoratore controllata dai lavoratori stessi e finalizzata ad occupazione stabile perché, tolto dallo stato di bisogno e dalla conseguente continua ricerca del soddisfacimento dei bisogni indispensabili, il lavoratore aumenterà la capacità critica, condurrà la battaglia con i compagni di lavoro e saprà di non essere solo quando definirà scelte. La formazione professionale, quindi, anche come comprensione del proprio stato e dalla propria forza per riuscire finalmente a trasformare il lavoro instabile dell’edile in lavoro stabile e non precario. Conseguenza di ciò è l’industrializzazione edilizia che dovrebbe essere sollecitata attraverso gli interventi della Cassa per il Mezzogiorno con una più oculata scelta degli investimenti.
Ma la nascita di industrie di questo tipo comporta investimenti che si devono necessariamente ammortizzare nel lungo periodo, il che comporta programmazione anche degli interventi di edilizia che "adoperano" i componenti industrializzati.
Per quanto sopra si auspica la nascita di un catalogo di elementi prequalificati a cura dell’Assessorato ai LLPP che imponga, negli appalti pubblici, l’uso di tali elementi.

ottobre 4, 2011   Commenti disabilitati su Quattrone: a Reggio comandano i palazzinari

Relazione territoriale sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nella Regione Calabria

http://www.stopndrangheta.it/file/stopndrangheta_1694.pdf

maggio 20, 2011   Commenti disabilitati su Relazione territoriale sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nella Regione Calabria

In piazza a Roma dal 4 al 6 maggio per i diritti degli africani

A più di un anno dalla rivolta di Rosarno del 7 gennaio 2010, il percorso di rivendicazione di diritti e dignità dei braccianti africani impiegati nelle campagne del Sud sbarca nelle piazze di Roma. Dal 4 al 6 maggio reteRADICI e le comunità africane provenienti da tutte le regioni del Meridione d’Italia rivendicheranno nella Capitale il diritto al soggiorno attraversando lo sciopero generale del 6 maggio.

Al centro della mobilitazione la condizione dei migranti dell’Africa subsahariana (entrati in Italia tra il 2007 e il 2009 prima dei controversi e falliti accordi con la Libia di Gheddafi) doppiamente vulnerabili, in forza della loro provenienza da Paesi a rischio e delle condizioni di sfruttamento nei campi. La lotta per i documenti è la via maestra per sovvertire le condizioni di sfruttamento nel mercato del lavoro, perché l’invisibilità determina ricatto e discriminazione.

4 maggio 2011 – Piazza Esquilino

14.00: Conferenza stampa di presentazione della vertenza meridionale per il diritto di soggiorno dei braccianti africani sfruttati nelle campagne del Sud e delle richieste avanzate da reteRADICI al ministero dell’Interno

17.00-20.00: "Storie migranti dall’Africa al Sud Italia". Testimonianze, relazioni, interventi a microfono aperto per raccontare le condizioni di sfruttamento dei braccianti africani e i drammi vissuti nei rispettivi Paesi di provenienza (a cura delle comunità migranti e di reteRADICI)

la mostra fotografica: "Campagne del Sud: gli invisibili schiavi" (a cura di reteRADICI)

il dossier: dal 1 maggio su reteradici.blogspot.com il dossier RADICI/Rosarno con i risultati del monitoraggio condotto nelle campagne della Piana di Gioia Tauro nel corso dell’ultima stagione agrumicola

5 maggio 2011 – Piazza Esquilino

10.00-14.00: Presidio in piazza per rivendicare il diritto al soggiorno

5 maggio 2011 – Piazza Campo dei Fiori

18.00-20.00: Benvenuta dignità! Contro il ritratto della clandestinità e dello sfruttamento, indietro non si torna!

6 maggio 2011 – Sciopero generale per i Diritti

L’appello

Una vertenza meridionale per il diritto di soggiorno

dei braccianti africani sfruttati nelle campagne del Sud

L’Unione europea ha da tempo imposto il controllo dei movimenti migratori anche a costo di sostenere regimi dittatoriali. Anno dopo anno le condizioni dei migranti e dei rifugiati sono peggiorate. Dal 2008 il governo Berlusconi ha messo in atto tattiche e strategie discriminatorie, con l’obiettivo non dichiarato di creare una forza lavoro priva di diritti. Tra il 2009 e il 2010 vi è stato l’apice di quella che possiamo definire guerra contro i migranti ed i rifugiati. Nel Sud del mondo la povertà è cresciuta e molti vogliono lasciare il proprio paese, mentre l’Europa ha costruito la paura dell’invasione, della precarietà lavorativa causata da chi emigra e che diventa il potenziale nemico. Ma in queste ultime settimane questo sistema "fortezza" crolla clamorosamente. La necessità e il diritto di centinaia di persone ad una condizione di vita migliore mettono in crisi le politiche securitarie dell’Occidente.

Le lotte dei migranti degli ultimi due anni e la drammatica e attuale condizione che si sta consumando sulle coste del sud e alle frontiere europee ci catapulta in una nuova fase. Dallo sciopero dei migranti di Castel Volturno alla manifestazione dei braccianti africani a un anno dalla rivolta di Rosarno, ai tumulti nordafricani che ci raccontano di libertà e democrazia, una sfida è stata lanciata, alla politica, alle istituzioni, a tutti noi: molto si può fare se si lavora all’organizzazione delle comunità migranti, a partire dalle loro rivendicazioni primarie. Una lotta che indica un modello, nel metodo e nel contenuto.

La via da seguire è quella della lotta-vertenza: ogni mobilitazione un risultato, facendo seguire alle sacrosante rivendicazioni globali dei diritti dei migranti una pratica vertenziale capace di raggiungere obiettivi concreti ai tavoli di confronto con le istituzioni. Una pratica che genera circoli virtuosi perché a ogni risultato raggiunto si rafforza il principio che la lotta paga, perché si struttura l’organizzazione delle comunità migranti, perché cresce la forza contrattuale del movimento, perché si sposta su posizioni sempre più avanzate l’asse politico-sindacale. In più, il sistema ha delle forti contraddizioni, che la crisi ha acuito. Si tratta di fare esplodere le contraddizioni e incassare risultati vertenziali e politici.

Ma qual è il nodo centrale delle rivendicazioni? L’esperienza dell’ultimo decennio ci dice che tutto passa attraverso l’affermazione del diritto di soggiorno dei migranti. Dice bene chi dice che la legge Bossi-Fini non ha a che fare solo con le politiche migratorie, ma anche e soprattutto con le politiche del lavoro: genera irregolarità e alimenta sfruttamento e lavoro nero. Quindi la lotta per i documenti attraverso l’organizzazione delle comunità migranti è la via maestra per sovvertire le condizioni di sfruttamento nel mercato del lavoro.

La condizione che i migranti trovano nelle campagne del Sud sono il paradigma di questo stato di cose: diritti negati e sfruttamento. In particolare, alcune migliaia di migranti dell’Africa subsahariana (entrati in Italia tra il 2007 e il 2009 prima dei controversi e falliti accordi con la Libia di Gheddafi) hanno cominciato un percorso di lotta per il diritto a permanere sul nostro territorio, un diritto negato, un diritto da rivendicare con una vertenza meridionale che assicuri loro tutele concrete a partire dalla valutazione dell’esistenza di una doppia condizione di vulnerabilità: la provenienza da paesi a rischio, lo sfruttamento nei campi. Alle quali si aggiunge la condizione di inespellibilità in cui si trovano molti migranti.

La vertenza partita il 7 gennaio 2011 deve andare avanti ed estendere la lotta chiamando in causa tutte le realtà attive per garantire diritti e dignità ai migranti, e che condividono il percorso aperto a partire dal nodo di Rosarno. Per questo lanciamo un appello per costruire la vertenza meridionale con la quale rivendicare diritto al soggiorno e libertà di scelta, la cui prossima tappa attraverserà lo sciopero generale del 6 maggio, con centinaia di migranti che si ritroveranno a Roma uniti per rivendicare diritti e dignità.

Reggio Calabria-Roma, 12 aprile 2011

Elenco aggiornato (28 aprile 2011) delle adesione all’appello di reteRADICI:



A Sud
A Buon DIRITTO_Associazione per le libertà
Arci Roma
associazione Carta Clandestino
associazione Città migrante – Reggio Emilia
associazione Cominciate a pensare
associazione Laboratorio 53 onlus
associazione Somebody
associazione Un ponte per…
Casa dei diritti sociali
Cgil-Comprensorio di Gioia Tauro

Cooperativa sociale "Ruth" – Isola Capo Rizzuto
Esc_infomigrante

Fp-Cgil Crotone

Legambiente – Reggio Calabria

Link Roma
Osservatorio sulla repressione

Prc – Calabria
Prc – Lazio
Prc – Vibo Valentia
Radio Ciroma-Cosenza
Rete romana di solidarietà per il popolo palestinese
Riminesi globali contro il razzismo

Servizio civile internazionale
Sportello migranti e sportello lavoratori c\o associazione Rumori Sinistri

Strike Yomigro
Ya Basta- Moltitudia


Adesioni individuali:

Andrea Alzetta (consigliere comunale Roma), Imma Barbarossa (Forum donne Prc), Nuccio Barillà (direzione nazionale Legambiente), Stefania Brai (responsabile nazionale cultura Prc), Fortunato Maria Cacciatore (docente di Filosofia all’Università della Calabria), Canio Calitri (segretario regionale Fiom Lazio), Annalice Furfari, Heidi Gaggio Giuliani, John Gilbert (Rsu Università Firenze), Giuseppe Lavorato (ex parlamentare Pci ed ex sindaco di Rosarno), Barbara Lechiara, Giovanni Maiolo (attivista per i diritti dei migranti), Omar Minniti (consigliere provinciale Prc – Reggio Calabria, Direttivo nazionale Unione Province d’Italia), Sandro Modafferi (consigliere comunale Sel – Pisa), Mario Parretta, Ilario Pinnizzotto, Francesca Re David (segretario nazionale Fiom), Rocco Tassone (segretario Prc – Calabria), Roberta Turi (Fiom Roma Sud)


Artisti:
Assalti frontali, Christian Carmosino (regista e componente dell’associazione italiana documentaristi), Collettivo d’attori "Voci del deserto", Madya Diebate (musicista), Elio Germano (attore), Sabina Guzzanti (regista e attrice), Sandro Joyeux (musicista), Citto Maselli (regista), Kalafro (musicisti), Kalamu (musicisti), Kento (musicista), Gwya Sannia (regista), Andrea Satta (musicista), Carmine Torchia (musicista)

maggio 1, 2011   Commenti disabilitati su In piazza a Roma dal 4 al 6 maggio per i diritti degli africani

“Senza paura, lungo la strada giusta”

Non sappiamo chi ha sparato e chi ha armato la mano di chi ha sparato. Siamo convinti, però, che all’alba del 9 febbraio 2011, nelle campagne di Reggio Calabria, hanno tentato di ammazzare Tiberio Bentivoglio per uccidere l’uomo e, con l’uomo, il percorso di liberazione dal ricatto delle cosche che stiamo indicando da oltre un anno. Hanno tentato di porre fine ad una vita e, nel contempo, ad un’esperienza che evidentemente sta cogliendo nel segno: a Reggio Calabria sono quasi trenta i commercianti e gli imprenditori che hanno già deciso di metterci la faccia, esponendo il logo della campagna antiracket "ReggioliberaReggio" sulla vetrina dei negozi per ratificare simbolicamente il proprio "no" al pizzo. Un faticoso e silenzioso cammino di riscatto che ha visto Tiberio, ma non solo Tiberio, impegnato in prima linea. Avevamo chiaramente messo in conto di poter suscitare fastidi e reazioni. Il messaggio, consegnato a colpi di pistola il 9 febbraio 2011, conferma le nostre previsioni, è inequivocabile e lo consideriamo rivolto a ciascuno di noi e a tutti i reggini onesti e responsabili che in queste ore si sono stretti attorno alla famiglia di Tiberio. A quel messaggio di violenza rispondiamo oggi nell’unico modo che conosciamo: rilanciando il nostro impegno sul territorio, nella convinzione che la strada è quella giusta e che non si deve avere paura, ma anche pretendendo una corale ed immediata assunzione di responsabilità da parte della politica, delle istituzioni, del mondo imprenditoriale, delle comunità ecclesiali e di tutta la società civile, mai come in questo momento chiamate a supportare con i fatti questo percorso di liberazione. A Tiberio, alle altre vittime del racket e ai tanti commercianti reggini che hanno deciso di compiere una scelta di libertà e dignità va infatti garantita ogni forma di sostegno e tutela. Devono sentire di non essere soli. Devono sapere di avere al proprio fianco un’intera comunità. Perché non vogliamo eroi, perché gli eroi non servono. Di certo, come ha ricordato don Luigi Ciotti, "siamo sul fronte e non si può più restare fermi a guardare. La solidarietà e l’indignazione non basta: non si può essere indifferenti. Ci vuole uno scatto da parte di tutti e prendere coscienza che è una corresponsabilità". Con questo spirito presenteremo nelle prossime ore alla Prefettura di Reggio Calabria, alla Regione Calabria e al Comune di Reggio Calabria una serie di richieste con l’obiettivo, tra l’altro, di potenziare la rete di sostegno alla vittime del racket.

• Alla Prefettura di Reggio Calabria

Chiediamo di monitorare la situazione delle vittime del racket che hanno deciso di denunciare i propri estorsori, valutando caso per caso l’attivazione o il potenziamento delle forme di tutela già attivate;

Chiediamo di attivare un tavolo mensile per accogliere e rispondere tempestivamente alle esigenze degli imprenditori e dei commercianti che hanno aderito alla campagna antiracket "ReggioliberaReggio".

• Alla Regione Calabria

Chiediamo di accogliere le proposte avanzate dal nostro gruppo di lavoro per il miglioramento delle leggi regionali in materia di antimafia e di sostegno alle vittime della criminalità, del racket e dell’usura, anche con la deliberazione di misure di detassazione a favore delle vittime.

• Al Comune di Reggio Calabria

Chiediamo che sul modello delle delibere già approvate dai Comuni di Lamezia Terme, Crotone e Motta San Giovanni, preveda specifiche agevolazioni fiscali in favore delle vittime del racket, con l’esenzione totale dalle imposte comunali per 5 anni;

Chiediamo che, in tema di beni confiscati, proceda all’approvazione del regolamento per l’assegnazione degli stessi, istituisca l’albo delle associazioni e delle cooperative, preveda la verifica annuale degli assegnatari e pubblichi periodicamente l’elenco aggiornato dei beni disponibili.

• A tutte le istituzioni locali

Chiediamo di farsi promotori di una sensibilizzazione nei confronti di quelle imprese che erogano servizi nei vari uffici ad esse collegati, affinché aderiscano chiaramente alla rete antiracket "ReggioliberaReggio".

febbraio 12, 2011   Commenti disabilitati su “Senza paura, lungo la strada giusta”

Verità e giustizia per il Caso Valarioti

Una comunità che di fronte a un orrendo crimine chiude gli occhi, lascia correre, accetta l’impunità degli assassini è una comunità maledetta. A Rosarno, come nell’antica Tebe delle tragedie greche, la legge delle cosche ha vinto e ha imposto il silenzio su un omicidio che ha fatto epoca, quello di Giuseppe Valarioti. Nemmeno le dichiarazioni del primo superpentito della ‘ndrangheta, Pino Scriva, sono riuscite a portare verità e giustizia. Dopo trent’anni il pentimento di una donna di ‘ndrangheta, una donna della famiglia Pesce, può e deve gettare nuova luce sulla vicenda. Un’occasione da non perdere: la società civile e le istituzioni di Rosarno, della Calabria e dell’Italia devono porre rimedio a un vuoto di giustizia che ha condannato un pezzo del nostro territorio al dominio mafioso. Per chiudere un lutto mai elaborato fino in fondo dalla nostra comunità. Per ristabilire lo stato di diritto in uno dei feudi della ‘ndrangheta. E raccogliere i frutti di quella che si preannuncia come la terza stagione del pentitismo calabrese.

1980, il terrorismo mafioso.

Il 1980 è un anno cruciale per la Calabria e per l’Italia. In dieci giorni si consumano due omicidi politici eccellenti: due onesti e integerrimi dirigenti del Pci calabrese vengono uccisi a sangue freddo dalla ‘ndrangheta. Prima tocca a Giuseppe Valarioti, segretario della sezione e consigliere comunale di Rosarno, nella notte tra il 10 e l’11 giugno, poi all’assessore di Cetraro Giovanni Losardo, il 21 giugno. Un duplice attacco che è l’inizio della strategia del terrorismo della ‘ndrangheta, dell’ingresso diretto in politica della criminalità organizzata calabrese, ormai trasformatasi in mafia imprenditrice e in legami diretti con la massoneria, attraverso la struttura superiore della Santa.

Il primo omicidio eccellente.

Quello di Peppe Valarioti, trentenne professore di lettere con la passione per l’archeologia, storico, intellettuale organico, impegnato nella lotta per il lavoro, contro la ‘ndrangheta e per la difesa delle bellezze della sua terra, è il primo omicidio politico eccellente, di un politico onesto e sincero, profondamente legato al mondo contadino dal quale proveniva. È un segnale inquietante: l’agguato avviene all’uscita di un ristorante della zona, al termine della festa di fine elezioni del Pci, che vede i comunisti di Rosarno trionfanti con l’elezione di un consigliere provinciale e di un consigliere regionale provenienti dalle proprie fila. È il culmine dell’escalation criminale che ha intorbidito la campagna elettorale: minacce, avvertimenti, poi le fiamme all’auto del candidato Giuseppe Lavorato e, nella stessa notte, il tentativo di incendio alla sezione del partito. Un partito che ha retto il colpo con forza così come il suo segretario: Valarioti rappresenta il partito che si scaglia contro la ‘ndrangheta e non cede, è il simbolo dell’anti-‘ndrangheta. E per questo ha pagato caro.

Il processo fallito.

Seguono indagini approssimative e depistaggi, vengono coinvolti alcuni comunisti della cooperativa Rinascita: la pista che porta alle truffe nella coop rossa, contro le quali Valarioti si batteva con forza, diventa la pista principale. Ma i principali indiziati escono di scena e si celebra nell’82 a Palmi un processo indiziario che vede alla sbarra il solo capobastone Giuseppe Pesce. Un processo che, tra testimonianze coraggiose, le evidenti ritrosie dei testi impauriti e le ritrattazioni repentine (quella decisiva è di un carabiniere), finisce con un’assoluzione con formula ampia. La vicenda giudiziaria registra un clamoroso colpo di scena con le dichiarazioni del primo superpentito di ‘ndrangheta Pino Scriva. Nell’83 di fronte ai magistrati di Palmi lo ‘ndranghetista rosarnese chiama in causa lo stesso Giuseppe Pesce, il boss di Gioia Tauro Giuseppe Piromalli e altri. Indica il nome del killer, fatto fuori nell’81 perché testimone scomodo dal rampollo del casato rosarnese, Antonino Pesce (ora all’ergastolo per una serie di omicidi).

Il pentito inascoltato.

Le dichiarazioni di Scriva segnano una svolta. Ma nel clima torbido della giustizia calabrese degli anni 80 l’istruttoria sul Valarioti bis viene clamorosamente archiviata nell’87. Il processo d’appello al primo grado dell’82, non ancora celebrato, registra nel ’90 un’altra clamorosa lacuna: le dichiarazioni del superpentito Scriva non vengono incluse nell’incartamento perché non sono state trasmesse alla procura generale di Reggio Calabria, l’assoluzione viene confermata per il boss Pesce. E così le parole di Pino Scriva – decisivo con le sue rivelazioni in diversi processi che hanno portato a diversi ergastoli e a centinaia di anni di carcere per gli ‘ndranghetisti di mezza Calabria – cadono nel dimenticatoio e sull’omicidio Valarioti cala il silenzio.

Un libro-verità e i faldoni scomparsi.

Il libro "Il Caso Valarioti" (Danilo Chirico e Alessio Magro, Round Robin editrice, maggio 2010) ha riaperto la vicenda. Le lacune dell’iter giudiziario, le dichiarazioni dei magistrati che hanno seguito l’inchiesta, la successiva storia criminale dei Pesce di Rosarno, elementi concreti che rendono plausibile e doverosa la riapertura del fascicolo sull’omicidio Valarioti. Un caso chiuso senza alcuna giustizia e con una misteriosa scomparsa: i faldoni del Valarioti bis, quelli che contengono le dichiarazioni del pentito, non si trovano più, sepolti chissà dove nei polverosi archivi del Tribunale di Palmi, sotto centinaia di altri faldoni accatastati rigorosamente alla rinfusa. Uno scandalo vergognoso.

La nuova pentita.

Per anni ha servito la famiglia, ha fatto da staffetta tra il carcere e la ‘ndrina, ha respirato aria di ‘ndrangheta. Poi, dopo l’arresto, ha deciso di saltare il fosso e raccontare tutto quello che sa. Non è un pentimento qualunque quello di Giuseppina Pesce, 31 anni, figlia del boss Salvatore e nipote del superboss Nino. Una collaborazione che arriva sull’onda di una nuova e forse storica stagione del pentitismo calabrese. Un atto che distrugge in un colpo solo antichi e nefasti stereotipi attorno alla ‘ndrangheta: sul ruolo delle donne nelle cosche, sull’invincibile struttura familistica della ‘ndrangheta, sulla fantasiosa impossibilità di un pentitismo calabrese, sull’impenetrabilità dei casati storici, sull’impossibilità di arrivare alla verità su fatti di sangue eclatanti ormai archiviati.

L’elemento di novità.

Le prime rivelazioni di Giuseppina Pesce hanno fruttato la riscoperta di una storia dimenticata, quella di Annunziata Pesce, uccisa nell’aprile dell’81 per aver osato tradire il marito ‘ndranghetista, e averlo fatto addirittura con un carabiniere. La nuova pentita ha chiamato in causa, tra gli altri, lo zio Nino Pesce, il vero rampollo del casato. Lo stesso ambiente, lo stesso periodo, gli stessi nomi che ritornano più volte nelle vicende che riguardano il caso Valarioti: la pentita dei Pesce potrebbe essere l’elemento di novità per arrivare alla riapertura delle indagini sull’omicidio del segretario comunista. E le sue parole potrebbero spingere finalmente chi sa a parlare, rompendo quella cappa di silenzio, omertà e terrore che dura da trent’anni.

Un caso simbolo.

Quella di Valarioti è una storia emblematica, rappresenta una stagione esaltante di grandi lotte, è il simbolo della meglio gioventù calabrese. Il Comitato Peppe Valarioti, nato all’indomani del trentennale della morte del dirigente comunista, ritiene che riaprire le indagini sul delitto Valarioti è un atto dovuto, per garantire la Giustizia ma soprattutto per restituire la Verità: occorre recuperare la memoria storica del primo omicidio politico in Calabria, alta testimonianza della Calabria anti-‘ndrangheta, che c’è sempre stata e ha sempre combattuto. È da lì che bisogna ripartire.

dicembre 27, 2010   Commenti disabilitati su Verità e giustizia per il Caso Valarioti