Verità e giustizia per il Caso Valarioti
Una comunità che di fronte a un orrendo crimine chiude gli occhi, lascia correre, accetta l’impunità degli assassini è una comunità maledetta. A Rosarno, come nell’antica Tebe delle tragedie greche, la legge delle cosche ha vinto e ha imposto il silenzio su un omicidio che ha fatto epoca, quello di Giuseppe Valarioti. Nemmeno le dichiarazioni del primo superpentito della ‘ndrangheta, Pino Scriva, sono riuscite a portare verità e giustizia. Dopo trent’anni il pentimento di una donna di ‘ndrangheta, una donna della famiglia Pesce, può e deve gettare nuova luce sulla vicenda. Un’occasione da non perdere: la società civile e le istituzioni di Rosarno, della Calabria e dell’Italia devono porre rimedio a un vuoto di giustizia che ha condannato un pezzo del nostro territorio al dominio mafioso. Per chiudere un lutto mai elaborato fino in fondo dalla nostra comunità. Per ristabilire lo stato di diritto in uno dei feudi della ‘ndrangheta. E raccogliere i frutti di quella che si preannuncia come la terza stagione del pentitismo calabrese.
1980, il terrorismo mafioso.
Il 1980 è un anno cruciale per la Calabria e per l’Italia. In dieci giorni si consumano due omicidi politici eccellenti: due onesti e integerrimi dirigenti del Pci calabrese vengono uccisi a sangue freddo dalla ‘ndrangheta. Prima tocca a Giuseppe Valarioti, segretario della sezione e consigliere comunale di Rosarno, nella notte tra il 10 e l’11 giugno, poi all’assessore di Cetraro Giovanni Losardo, il 21 giugno. Un duplice attacco che è l’inizio della strategia del terrorismo della ‘ndrangheta, dell’ingresso diretto in politica della criminalità organizzata calabrese, ormai trasformatasi in mafia imprenditrice e in legami diretti con la massoneria, attraverso la struttura superiore della Santa.
Il primo omicidio eccellente.
Quello di Peppe Valarioti, trentenne professore di lettere con la passione per l’archeologia, storico, intellettuale organico, impegnato nella lotta per il lavoro, contro la ‘ndrangheta e per la difesa delle bellezze della sua terra, è il primo omicidio politico eccellente, di un politico onesto e sincero, profondamente legato al mondo contadino dal quale proveniva. È un segnale inquietante: l’agguato avviene all’uscita di un ristorante della zona, al termine della festa di fine elezioni del Pci, che vede i comunisti di Rosarno trionfanti con l’elezione di un consigliere provinciale e di un consigliere regionale provenienti dalle proprie fila. È il culmine dell’escalation criminale che ha intorbidito la campagna elettorale: minacce, avvertimenti, poi le fiamme all’auto del candidato Giuseppe Lavorato e, nella stessa notte, il tentativo di incendio alla sezione del partito. Un partito che ha retto il colpo con forza così come il suo segretario: Valarioti rappresenta il partito che si scaglia contro la ‘ndrangheta e non cede, è il simbolo dell’anti-‘ndrangheta. E per questo ha pagato caro.
Il processo fallito.
Seguono indagini approssimative e depistaggi, vengono coinvolti alcuni comunisti della cooperativa Rinascita: la pista che porta alle truffe nella coop rossa, contro le quali Valarioti si batteva con forza, diventa la pista principale. Ma i principali indiziati escono di scena e si celebra nell’82 a Palmi un processo indiziario che vede alla sbarra il solo capobastone Giuseppe Pesce. Un processo che, tra testimonianze coraggiose, le evidenti ritrosie dei testi impauriti e le ritrattazioni repentine (quella decisiva è di un carabiniere), finisce con un’assoluzione con formula ampia. La vicenda giudiziaria registra un clamoroso colpo di scena con le dichiarazioni del primo superpentito di ‘ndrangheta Pino Scriva. Nell’83 di fronte ai magistrati di Palmi lo ‘ndranghetista rosarnese chiama in causa lo stesso Giuseppe Pesce, il boss di Gioia Tauro Giuseppe Piromalli e altri. Indica il nome del killer, fatto fuori nell’81 perché testimone scomodo dal rampollo del casato rosarnese, Antonino Pesce (ora all’ergastolo per una serie di omicidi).
Il pentito inascoltato.
Le dichiarazioni di Scriva segnano una svolta. Ma nel clima torbido della giustizia calabrese degli anni 80 l’istruttoria sul Valarioti bis viene clamorosamente archiviata nell’87. Il processo d’appello al primo grado dell’82, non ancora celebrato, registra nel ’90 un’altra clamorosa lacuna: le dichiarazioni del superpentito Scriva non vengono incluse nell’incartamento perché non sono state trasmesse alla procura generale di Reggio Calabria, l’assoluzione viene confermata per il boss Pesce. E così le parole di Pino Scriva – decisivo con le sue rivelazioni in diversi processi che hanno portato a diversi ergastoli e a centinaia di anni di carcere per gli ‘ndranghetisti di mezza Calabria – cadono nel dimenticatoio e sull’omicidio Valarioti cala il silenzio.
Un libro-verità e i faldoni scomparsi.
Il libro "Il Caso Valarioti" (Danilo Chirico e Alessio Magro, Round Robin editrice, maggio 2010) ha riaperto la vicenda. Le lacune dell’iter giudiziario, le dichiarazioni dei magistrati che hanno seguito l’inchiesta, la successiva storia criminale dei Pesce di Rosarno, elementi concreti che rendono plausibile e doverosa la riapertura del fascicolo sull’omicidio Valarioti. Un caso chiuso senza alcuna giustizia e con una misteriosa scomparsa: i faldoni del Valarioti bis, quelli che contengono le dichiarazioni del pentito, non si trovano più, sepolti chissà dove nei polverosi archivi del Tribunale di Palmi, sotto centinaia di altri faldoni accatastati rigorosamente alla rinfusa. Uno scandalo vergognoso.
La nuova pentita.
Per anni ha servito la famiglia, ha fatto da staffetta tra il carcere e la ‘ndrina, ha respirato aria di ‘ndrangheta. Poi, dopo l’arresto, ha deciso di saltare il fosso e raccontare tutto quello che sa. Non è un pentimento qualunque quello di Giuseppina Pesce, 31 anni, figlia del boss Salvatore e nipote del superboss Nino. Una collaborazione che arriva sull’onda di una nuova e forse storica stagione del pentitismo calabrese. Un atto che distrugge in un colpo solo antichi e nefasti stereotipi attorno alla ‘ndrangheta: sul ruolo delle donne nelle cosche, sull’invincibile struttura familistica della ‘ndrangheta, sulla fantasiosa impossibilità di un pentitismo calabrese, sull’impenetrabilità dei casati storici, sull’impossibilità di arrivare alla verità su fatti di sangue eclatanti ormai archiviati.
L’elemento di novità.
Le prime rivelazioni di Giuseppina Pesce hanno fruttato la riscoperta di una storia dimenticata, quella di Annunziata Pesce, uccisa nell’aprile dell’81 per aver osato tradire il marito ‘ndranghetista, e averlo fatto addirittura con un carabiniere. La nuova pentita ha chiamato in causa, tra gli altri, lo zio Nino Pesce, il vero rampollo del casato. Lo stesso ambiente, lo stesso periodo, gli stessi nomi che ritornano più volte nelle vicende che riguardano il caso Valarioti: la pentita dei Pesce potrebbe essere l’elemento di novità per arrivare alla riapertura delle indagini sull’omicidio del segretario comunista. E le sue parole potrebbero spingere finalmente chi sa a parlare, rompendo quella cappa di silenzio, omertà e terrore che dura da trent’anni.
Un caso simbolo.
Quella di Valarioti è una storia emblematica, rappresenta una stagione esaltante di grandi lotte, è il simbolo della meglio gioventù calabrese. Il Comitato Peppe Valarioti, nato all’indomani del trentennale della morte del dirigente comunista, ritiene che riaprire le indagini sul delitto Valarioti è un atto dovuto, per garantire la Giustizia ma soprattutto per restituire la Verità: occorre recuperare la memoria storica del primo omicidio politico in Calabria, alta testimonianza della Calabria anti-‘ndrangheta, che c’è sempre stata e ha sempre combattuto. È da lì che bisogna ripartire.






