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Antiracket, un modello che funziona: Addiopizzo

Se in Calabria il telefono antiracket tace da anni e gli operatori commerciali che hanno il coraggio di denunciare si contano sulla punta delle dita, in Sicilia c’è un modello che funziona. Addiopizzo è un’associazione di volontariato formata da giovani che si occupa di allargare la cerchia di commercianti che dichiarano esplicitamente di non pagare il pizzo e soprattutto promuove tra i consumatori il concetto di consumo critico. Tutto comincia nel 2004, quando un gruppo di giovani neolaureati di Palermo ipotizza l’apertura di un pub per inserirsi nel mondo del lavoro. Poi uno di loro torna a casa e pensa:
«â€¦mi ero fatto prendere troppo dalla discussione, e quando è così non riesco mai ad addormentarmi subito. Per distrarmi misi su un CD di un musicista africano prestatomi da Dino (un altro della banda, amante dell’Africa), un certo Habib Koite. Lo stratagemma funzionò fino al termine della musica, ma nel dormiveglia che nel frattempo era sopraggiunto, i pensieri ripresero a scorrere come un magma. Che però si arrestò presto contro la domanda che non m’aspettavo: e se poi ci vengono a chiedere il pizzo che facciamo? …no, non lo paghiamo! … minchia, però se ci rifiutiamo solo noi poi ci bruciano il locale. Ma che palle! Ma è mai possibile che devono pagare tutti senza fiatare? E non mi vengano a dire che non è così!»
I ragazzi, ipotizzando l’apertura di un esercizio commerciale, si trovano a dover considerare non solo i problemi concreti che qualunque neo imprenditore deve considerare (come trovare i soldi per iniziare, un posto adatto etc..), ma anche l’eventualità di dover pagare il pizzo. L’organizzazione del loro futuro si scontrava con un problema pratico, di cui nessuno parlava. La mattina del 29 giugno 2004 i palermitani si sono risvegliati in una città tappezzata da centinaia di piccoli adesivi con la seguente frase: “UN INTERO POPOLO CHE PAGA IL PIZZO È UN POPOLO SENZA DIGNITà”. L’impatto è forte e gli attacchini, come si chiamano tuttora i volontari di Addiopizzo, fanno in modo che la gente cominci a parlare di un tabù storico della città. Dopo Libero Grassi era tornato il silenzio. L’evoluzione dell’associazione è stata tale che in pochi anni si sono svolte numerose campagne di consumo critico, ogni anno viene organizzata la Fiera del consumo critico, viene fornita assistenza anche legale ai commercianti che denunciano. Addiopizzo conduce anche un progetto di promozione turistica pizzofree, tramite la distribuzione di mappe con una lista di consigli per gli acquisti che non fa rischiare al turista di finanziare con i suoi soldi, anche se solo indirettamente, Cosa Nostra. Sono 9991 i consumatori che hanno sottoscritto il manifesto “Contro il pizzo, cambia i consumi” e 424 i commercianti inseriti nella lista Pizzo free. Non sono molti, sono distribuiti per la maggior parte nel centro della città, insomma il pizzo a Palermo si continua a pagare, è chiaro, ma i punti di forza di Addiopizzo sono altri. L’associazione è espressione di una parte della meglio gioventù siciliana che ha saputo mettersi in gioco e fare da leva alla crescita culturale della città capoluogo della Sicilia. Nel 2007 nasce Libero Futuro, la prima associazione antiracket formata da commercianti e nata da una costola di Addiopizzo. I percorsi di legalità nelle scuole e la presenza dell’associazione sul territorio fanno capire che il cambiamento passa per la costanza e l’entusiasmo di giovani determinati a crearsi un mondo migliore di quello che hanno trovato.
La nascita del movimento antiracket
Cosi come la Sicilia è la patria del movimento antimafia, anche il movimento antiracket trova nell’isola terreno fertile. È risaputo che Cosa Nostra non si limita a sparare, ma che anzi gestisce il controllo del territorio in maniera costante, manipolando i codici culturali e le norme morali di convivenza e solidarietà tra le persone, in funzione delle sue esigenze e dei suoi interessi. «Il meccanismo dell’estorsione – protezione rende operativo il controllo del territorio e funziona secondo criteri relazionali: genera e riproduce capitale sociale che è importante per l’attivazione di relazioni esterne. I mafiosi traggono cioè dal controllo dei territori risorse di base tali da rendere vantaggioso per dei soggetti esterni (che di solito fanno parte delle classi dirigenti) instaurare reti di collusione.» Centorrino parla di un sistema sofisticato di estorsione che non si limita ad imporre una tassa, ma vi aggiunge dei servizi che definiscono un ciclo economico articolato e pongono le basi per l’instaurazione di una rete di complicità e di collusioni con l’ambiente circostante. L’attore mafioso in questo caso fa sistema, entrando in relazione con gli altri attori di governo del territorio, specializzandosi in un tipo di offerta politico mafiosa che sostituisce altre offerte deboli e risponde a un bisogno di politica intesa come mediazione e regolazione. A questo agire articolato deve corrispondere, non solo la denuncia di chi subisce l’azione di violenza criminale, ma un processo di maturazione da parte dei settori sempre più ampi della società e delle istituzioni per rispondere con mezzi adeguati alla complessità della strategia mafiosa. Di contro, il movimento antimafia si deve porre come rete di relazione, con l’obiettivo di creare un sistema complesso in grado di reagire alla complessità criminale.
Dal punto di vista pratico il modello classico è quello del protection racket: viene imposto un tributo alle “vittime” cioè gli operatori economici, realizzando quello che Umberto Santino definisce “parassitismo governato”. Due le ragioni dell’estorsione: imporre e mantenere costante il controllo sul territorio e, in alcuni casi, far fallire l’azienda per potersene poi appropriare anche solo per utilizzarla come base per il riciclo di denaro sporco. Non sempre viene semplicemente imposto il pagamento di una cifra: si può imporre l’acquisto di qualcosa oppure le forniture di materiali a prezzo maggiorato in aziende colluse o gestite direttamente dalla mafia, le collette per i detenuti o in occasione delle feste patronali. Insomma una serie di operazioni che costituiscono quello che è stato definito “l’immaginario criminale”.
Nel marzo 1991 il giudice istruttore di Catania Luigi Russo, in una sentenza in cui assolve due imprenditori accusati di concorso in associazione mafiosa, descrive la pratica delle estorsioni come un tipo di “contratto assicurativo di protezione”: la prestazione economica pagata dall’azienda le eviterebbe il rischio di incorrere in rapine, furti. Paradossalmente l’assicuratore è la stessa fonte del rischio dal quale dice di voler proteggere i soggetti che costringe a pagare. Si riportano le parole di Libero Grassi, proprietario dell’azienda Sigma di Palermo che nel gennaio del 1991 dichiarò pubblicamente di non voler pagare il pizzo.
«La collusione con le imprese mafiose distorce il compito dell’imprenditoria sana, perché essere collusi non consente di svolgere una parte nella società, di costruzione insieme di sviluppo e civiltà».
Sono parole cariche di una visione “alta” e poco diffusa dell’attività imprenditoriale, ma che in realtà contengono una considerazione quanto mai pratica: l’intromissione delle mafie e la collusione tra mafia e imprenditoria non possono essere parte dello svolgimento dell’attività economica.
I naturali protagonisti del movimento antiracket sono i titolari di esercizi commerciali e aziende a scegliere di associarsi per liberarsi da questa forma di oppressione-protezione. Come è avvenuto nel caso dell’Associazione commercianti e imprenditori orlandini, meglio nota come Acio che nasce formalmente il 7 dicembre 1990. I commercianti si autoorganizzano e la svolta importante dell’associazione è la scelta di costituirsi parte civile nel processo del 1991 che si conclude con una sentenza di condanna, da parte del Tribunale di Patti, contro gli estorsori come Bontempo e Scaco che distruggevano l’economia di Capo d’Orlando e di altri paesini nelle vicinanze. A Capo d’Orlando la mafia e le estorsioni erano una sorta di novità: gli imprenditori erano abituati a mandare avanti le loro attività senza essere disturbati da fattori esterni di matrice criminale ed è per questo che la reazione della società civile è stata più naturale e ha portato delle vittorie concrete prima ancora di quanto avverrà nel capoluogo siciliano. A Palermo invece, Libero Grassi, verrà “lasciato solo” per poi divenire vittima della stessa mafia il 29 agosto 1991. Solo, anche il giorno dei funerali in una Palermo afosa e impegnata a godersi le vacanze al mare. Sul luogo del delitto sarà apposto un cartello: «Libero Grassi, imprenditore e uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall’omertà dell’associazione degli industriali, dall’indifferenza dei partiti, dall’assenza dello Stato». Invece di raccontare per intero la vicenda personale vissuta da Libero Grassi nei mesi che intercorsero tra la sua denuncia pubblica, che divenne caso nazionale e internazionale, e la sua morte, si è preferito riportare stralci di sue dichiarazioni e la testimonianza apparsa il giorno della sua morte, perché ritenute forme e simboli di una di coscienza sociale, anima del movimento antimafia, rispetto all’indifferenza delle istituzioni che sottovaluteranno il problema racket, soprattutto dopo la sentenza citata del Tribunale di Catania che Grassi aveva definito «la legittimazione giuridica dei rapporti di convivenza-connivenza tra imprenditore e mafioso».