>

Category — interviste

Mimmo Greco racconta Valarioti 1/2

maggio 14, 2009   Commenti disabilitati su Mimmo Greco racconta Valarioti 1/2

Mommo Tripodi si racconta 2/2

maggio 14, 2009   Commenti disabilitati su Mommo Tripodi si racconta 2/2

La mafia nella letteratura calabrese

L‘editore Pellegrini di Cosenza ha pubblicato, qualche anno fa, "Il Previtocciolo" di Don Luca Asprea, pseudonimo di Carmine Ragno. Si tratta di un romanzo a sfondo sessuale scritto da un quasi prete in due tempi: la prima parte uscì nel 1971 con la prefazione di Franco Cordero e un saggio critico di Antonio Piromalli, la versione completa è del 2003 e si avvale dell’introduzione di Pasquino Crupi. Diciamo subito che, a detta degli esperti e cogliendo anche gli umori, passati e presenti, dei critici, si tratta di un eccellente romanzo autobiografico di questo singolare personaggio che arriva sul punto di prendere i voti quando, con la pubblicazione del libro, provoca uno scandalo negli ambienti ecclesiastici del tempo. Prima di morire, in un’intervista del 1997, Don Giosafatto Trimboli, superiore del Santuario della Madonna di Polsi, dice del previtocciolo: "Aveva frequentato il seminario negli anni quaranta. Io l’ho conosciuto a Polsi. Era molto amico di mons. Pierantoni, che fu vescovo di Locri dal 1952 al 1962. Sperava di potere ottenere da Roma il nullaosta per essere ordinato sacerdote attraverso i buoni uffici del cardinale Ottaviani, il carabiniere della Chiesa".

Il filo narrativo corre lungo i sogni erotici di un giovinetto che poi, durante tutta la vita, immagina la figura del prete senza l’obbligo della castità, tant’è che ad un certo punto rimane attratto dal rito ortodosso che consente all’uomo sposato di farsi prete. Don Luca il voto di castità non solo non l’ha fatto ma l’ha combattuto sul piano teorico, basta rileggere l’ultimo capoverso del romanzo laddove scrive: "Al Signore facevo capire col mio pensiero, senza parole, che l’economia delle cose non mi andava giù. Odiai il Leibniz come un nemico personale e desiderai ucciderlo, in un atto di odio impotente, per il suo principio di ragione sufficiente, da cui aveva derivato che Dio non aveva potuto che creare il miglior dei mondi possibili". Ma non riesce a stare lontano dal fascino delle liturgie, dai canti gregoriani e così abiura l’approccio ortodosso e chiede, senza ottenerli, i voti della Madre Chiesa. Romanzo erotico con uno sfondo "malavitoso", nel senso che Carmine Ragno da Oppido Mamertina, fa parte di una famiglia d’onore che non disdegna i principi su cui poggia l’"Onorata Società". Per capire meglio la genesi dell’intreccio mafia/letteratura calabrese siamo andati a trovare nella sua casa di Bova Marina, cuore della grecanica Bovesìa dove la toponomastica è bilingue, il professore Pasquino Crupi, pro rettore dell’università per stranieri "Dante Alighieri" di Reggio Calabria e massimo esperto di letteratura calabrese, il quale ha accompagnato il prete/scrittore in questo suo viaggio.

Professore Crupi quando ha conosciuto Don Luca Asprea.

«Negli anni ’90 fa presso la casa editrice Periferia».

Che idea si fece?

«Di un uomo che tendeva a nascondersi».

Come mai?

«Non lo so, ma credo persino che si nasconda l’età. Appare cadente e malandato, poi quando non si sente osservato cambia postura».

Nel romanzo "Il Previtocciolo" l’autore non nasconde la sua familiarità con la mafia.

«Nel raccontare la sua vita e nel raccontarla attraverso "Il Previtocciolo" si coglie nettamente che Don Luca fa una netta distinzione tra vecchia e nuova mafia. Ora, al di là di quanto si predica senza nessuna originalità, questa divisione tra vecchia e nuova mafia, tra vecchia e nuova ‘ndrangheta, corrisponde alla realtà di ciò che è stata la ‘ndrangheta nel passato».

Vale a dire?

«Vale a dire un’associazione che nasceva a difesa dei deboli, degli oppressi e delle donne gettando tutto sulla questione dell’onore».

Don Luca veniva da quegli ambienti mafiosi.

«Il padre era ‘ndranghitista, era emigrato in America, poi ritorna ad Oppido Mamertina, come si suol dire "si chiama il posto", gli viene riconosciuto il ruolo di capo ‘ndrangheta ed era tra i pochi che aveva ricevuto dall’ "Onorata Società", credo americana, il ruolo di "pugnaletto d’argento".

E’ la prima volta che sento questo termine, "pugnaletto d’argento".

«Io questo grado di "pugnaletto d’argento" in tutta la storia di mafia non l’ ho visto. Ho chiesto anche allo stesso Don Luca Asprea che mi ha confermato l’esistenza, ma neppure lui riesce a spiegare qual è il posto che ha questo "pugnaletto d’argento" nella gerarchia mafiosa».

Nel suo romanzo parla diffusamente di mafia.

«Sì, ma non usa mai la parola mafia, la chiama ‘ndrangheta».

Perché?

«Perché lui l’ha conosciuta attraverso il padre e il paese, la ‘ndrangheta, e non la mafia che è un’altra cosa, anche se adesso è stata assimilata ma dal punto di vista storiografico la differenza c’è».

La ‘ndrangheta ha carattere familiare.

«Questa ‘ndrangheta è al passato per Don Luca».

C’è qualche altro scrittore calabrese che si è mosso sulla stessa lunghezza d’onda, penso a Saverio Montalto con "La famiglia Montalbano" che, se non sbaglio, era sinonimo di mafia?

«Saverio Montalto però dà un giudizio negativo della ‘ndrangheta. Sono due punti di vista, tutti e due veri ma diversi perché la mafia di Saverio Montalto è la mafia degli anni successivi alla prima guerra mondiale così come la ‘ndrangheta di Don Luca Asprea. Ma "La famiglia Montalbano" vista da Saverio Montalto è una mafia negativa già nel suo insorgere. E’ la mafia che nasce nelle campagne, nasce e si esprime come associazione a delinquere. Invece la ‘ndrangheta di cui parla Don Luca Asprea non è vista mai come associazione a delinquere, è vista come società d’onore. Da Oppido Mamertina ad Ardore, il paese di Montalto, negli stessi anni si hanno due visioni diverse».

Corrado Alvaro come vedeva quel mondo?

«Don Luca sente parlare di ‘ndrangheta a casa sua e capisce cos’è. Alvaro, giovinetto, sente parlare a casa sua di associazione e non capisce di cosa si tratta. Poi da adulto ne parla in un saggio».

Nel primo numero dell’Espresso, nei primi anni cinquanta, scrisse qualcosa.

«Sì, io ricordo anche che nel 1955 Alvaro scrisse un articolo sul Corriere della Sera, intitolato "La fibbia", ne parla in occasione dell’operazione Marzano, ne parla come di una espressione del contesto sociale, economico e culturale. E come l’unica occasione che hanno i poveri per farsi valere e, quindi, nobilmente concludeva quell’articolo, non si tratta di mettere in stato d’assedio una provincia, un paese ma di vedere come lo Stato ha funzionato in Calabria negli ultimi cinquant’anni. Dal punto di vista narrativo non ne parla».

Non ne parla?

«L’accenna».

Rimozione o imbarazzo?

«Né l’uno né l’altro, perché è un silenzio che non è osservato solo da Alvaro, ma un po’ da tutta letteratura meridionale e calabrese».

Come si spiega?

«Siccome ritengono, questi letterati meridionali e calabresi, che l’ "Onorata Società" sia un effetto, allora interessa il dato sociale. L’uomo che lavora con la terra, che lotta per strapparsi dalla fame…».

Una visione arcaica.

«L’unico che affabula è Alvaro, gli altri invece si calano nella realtà. Anch’io ritengo che nella Calabria abbiamo dietro le spalle….. insomma, il problema era la tensione tra contadini e proprietari e non la tensione tra contadini, ‘ndranghitisti e Stato».

Mario La Cava, scrittore di Bovalino, la ‘ndrangheta la chiamava mafia con due effe, come mai?

«Non lo so perché scrivesse in quel modo, però alle origini, quando cioè incominciano a verificarsi i rapporti di polizia si usava la parola mafia, con due effe, perché si riferiva alla mafia siciliana».

Stato d’assedio a Platì, la storia si ripete: ogni dieci anni, o forse meno, Platì viene assediata dalle forze di polizia. Il vescovo di Locri si è irritato per questo modo di fare?

«Io ho un buon sentimento nei confronti del Vescovo Bregantini, però su Platì egli ha manifestato irritazione ma anche un’ambiguità. Qui non possiamo giocare con le parallele. E’ giusta la retata ma che dall’altro bisognava…».

Cosa non va nell’atteggiamento del Vescovo di Locri?

«Un Vescovo deve essere chiaro e tondo, quando parla. Questa ambiguità la possono avere i politici».

Lei ha scritto qualcosa di recente

«Ho scritto qualche "pasquinata" su Platì. Non ho atteso le scarcerazioni per vedere…. Si è trattato di un’ondata scenografica».

Addirittura.

"Forse si pensava che queste imprese teatrali appartenessero al passato».

Dunque?

«Bisogna esser crociani. Benedetto Croce dice che non esiste l’errore assoluto. Se l’errore fosse assoluto sarebbe verità. Se noi mandiamo in carcere 103 persone di un paese di nemmeno tremila abitanti. Considerando che lì sono tutti adulti, che ogni adulto è sposato, che nei nostri paesi si fanno o cinque figli. Che nei nostri paesi una famiglia ha i parenti che gli vengono dal sangue».

Si sposano tra cugini.

«E poi quelli per affinità, comari e compari…. è tutto il paese che viene incarcerato».

E se fosse così?

«E se fosse così è il contrario di quello che vuole il giudice istruttore, perché se tutto è mafia, niente è mafia».

Lo diceva anche Sciascia.

«Non è che ci voleva il Tribunale del riesame per capire questa cosa. Se a Platì è tutto mafia, su chi viene esercitata la prepotenza?».

Contro lo Stato per esempio.

«Io non sto dicendo che a Platì non esiste la ‘ndrangheta, io dico che esiste ma non ha le dimensioni che sono state immaginate».

I mafiosi non sono mammolette.

«Per me è una frase banale dire che il mafioso è inumano. Certo che inumano. E poi quando un giudice o una giudicessa dice: ma io non sapevo che lei avesse bambini altrimenti non avrei mai firmato l’ordine d’arresto».

La letteratura calabrese ha valutato questo criminoso fenomeno come effetto. E se fosse la causa? Si aprirebbe un altro filone.

«In Calabria quando non erano arrivati i mafiologi ufficiali, abbiamo discusso seriamente di mafia. Ricorda l’assassinio del mugnaio Gatto di Gioiosa Jonica?».

Come no, ho scritto un libro insieme a Pietro Melia.

«Facemmo anche un convegno come socialisti a Siderno. In quell’occasione tirai fuori la teoria che la mafia era al tempo stesso causa ed effetto del sottosviluppo. Che sia solo causa non lo ritengo. Siccome lo Stato non ha mai fatto il suo dovere non lo fa neppure a Platì».

Ed allora?

«Siccome lo Stato non ha fatto il suo dovere la mafia si è ingrandita».

E questo che significa?

«La mafia siccome non è stata combattuta nelle radici poi si è ingrandita. Ingrandendosi può diventare una causa del mancato sviluppo calabrese e, in ogni caso, può essere, è per me cosi è, tolta a pretesto per non fare niente, e in ogni caso è una causa. Ma è la vera causa in questo secondo senso».

E’ una questione di soldi.

«Io sono dell’avviso che l’economia decide tutto, la mafia si può inserire nelle scelte dell’economia ma non li determina».

aprile 30, 2009   Commenti disabilitati su La mafia nella letteratura calabrese

Il fumetto su don Diana – il racconto su Radio 1

marzo 25, 2008   Commenti disabilitati su Il fumetto su don Diana – il racconto su Radio 1

Il fumetto su don Diana – Il racconto su Radio Vaticana

marzo 25, 2008   Commenti disabilitati su Il fumetto su don Diana – Il racconto su Radio Vaticana

Ricordando Saverio Strati

Con poche parole, pronunciate a bassa voce per non disturbare il riposo della moglie, il maestro fa strada verso uno studio ordinato, zeppo di volumi. Sulla scrivania di legno scuro, a dispetto del più sofisticato computer, resiste una vecchia macchina da scrivere, dai tasti consumati. L’atmosfera ha i colori tenui del pomeriggio toscano che filtra dalle tende. A Scandicci, nei pressi di Firenze, Saverio Strati vive ormai da 40 anni, guardando da lontano la sua Calabria cambiare, forse perdere quella magia che obbliga sempre e comunque a un ritorno.
«Sì, la Calabria è cambiata, ma in peggio. Vede, noi abbiamo purtroppo assistito al tramonto di quella millenaria cultura calabrese, figlia della civiltà contadina e preservata dal popolo, che costituiva il bagaglio più prezioso della nostra terra; stanno scomparendo irrimediabilmente gli antichi saperi legati alla conoscenza della natura, al ciclo delle stagioni, ai vari mestieri, alimentati dall’esperienza diretta delle cose; questo insieme di sapienza popolare e senso altissimo dell’onestà e del sudore, di stampo quasi omerico, veniva tramandato ai ragazzi che come me avevano sete di conoscenza, volevano imparare a leggere e scrivere ma anche a dissodare la terra, appaiare le giovenche, seminare, capaci ancora di stupirsi di fronte alle cose più semplici».

Le nuove generazioni calabresi hanno perso questa capacità di stupore?
«Non parlerei esclusivamente dei giovani calabresi. La conoscenza dei ragazzi di oggi ha i suoi cardini nella Nutella e nella televisione, le nuove tecnologie, di fronte alle quali mi sento analfabeta, paralizzano il pensiero, azzerano l’esperienza diretta delle cose – secondo Kant l’unica vera fonte di conoscenza – e alimentano poco la creatività. Vede, ritengo seriamente che la meccanicità insita nei nuovi processi di conoscenza dell’era tecnologica conduca ad un livellamento della cultura, ad un’omologazione del pensiero, impedendo così lo sbocciare di grandi personalità originali. A giovarne sono solo le scienze, secondo quanto già affermava Camus per il quale "quando il pensiero e l’arte sono in declino si avvantaggia il progresso scientifico"».

Eppure la civiltà contadina è sofferta dai personaggi dei suoi romanzi come una sorta di madre-matrigna che annichilisce e soffoca. Dominic, nel "Selvaggio di Santa Venere", parla di "un mare morto che impedisce che l’intelligenza respiri, fiorisca".
«Per Dominic restare nella Calabria di quel tempo avrebbe significato rinunciare alla possibilità di instaurare rapporti soddisfacenti da un punto di vista culturale. In lui si agitano bisogni diversi, quello di sfuggire alla personalità soffocante del padre, quello di ritagliarsi uno spazio di libertà e, inoltre, da non sottovalutare, la voglia di non regalare i frutti del proprio sudore alla mafia; c’è quindi anche il desiderio di scampare alle trame della criminalità che nel "Selvaggio di Santa Venere" è ancora ai suoi albori ma che al protagonista di "E’ il nostro turno" apparirà ormai dilagante e radicata nelle amministrazioni locali».

Ma non è solo Dominic a partire. Le sue opere sono popolate di personaggi sradicati che, trapiantati nelle città del nord, si ritrovano la domenica alle stazioni per guardare i treni in partenza verso il Sud; penso a "Terra di emigranti" o a "Gente in viaggio".
«E’ vero, i miei personaggi sono stati paragonati agli ebrei del ghetto, incapaci di acclimatarsi e di mettere radici; ma, vede, l’ambiente dell’anima è là dove si nasce e il "mondo" è quello dove si è giocato con altri bambini».

Non c’è la possibilità di venire a patti con la Calabria senza doverla abbandonare per aggirarsi come fantasmi tristi nelle città del nord?
«Dipende dai calabresi e dalla loro capacità di riscatto: sono loro a dover rendere vivibile questa terra attraverso l’iniziativa, attraverso l’acquisizione di quella coscienza civica e di quell’alto senso morale che spesso sembrano aver perduto. Fino a quando lo Stato sarà ancora considerato una vacca da mungere e le iniziative dei tanti calabresi onesti saranno affossate dalla mentalità retrograda e provinciale di tutti gli altri, la Calabria non farà un passo in avanti lungo la strada del progresso».

Il viaggio nelle sue opere però non è solo emigrazione, ma anche una vera e propria condizione esistenziale, una disposizione continua alla conoscenza.
«Infatti non si viaggia solo per fuggire, si viaggia anche per curiosità, per spezzare l’isolamento. Quand’ero ragazzo anche una corsa in macchina da Bianco a Locri costituiva un evento, la possibilità di scoprire cose nuove. Questo bisogno è anche legato all’isolamento di cui la Calabria ha sempre sofferto dopo lo splendore del periodo magnogreco che ha visto il fiorire intellettuale di centri come Crotone, patria della prima scuola medico-scientifica dell’antichità. Dai Romani in poi la Calabria è rimasta abbandonata a se stessa: i grandi personaggi calabresi, penso, per esempio, a Giocchino da Fiore che ha anticipato le tre cantiche dantesche, hanno seminato un frutto che non è germogliato nella nostra terra».

Esiste un modo calabrese di stare al mondo? Si può parlare di "calabresità"?
«Credo di sì. Definirei la calabresità un misto di ostinazione, lealtà, rancore e senso altissimo dell’onore. L’uomo calabrese ricorda le offese e non le perdona, mantiene ad ogni costo la parola data e non conosce l’abbandono o la rinuncia, pensiamo a Campanella e alla sua caparbietà durante gli anni del carcere!».

Veniamo alla querelle sull’impronta neorealistica della sua produzione.
«Il mio neorealismo è assolutamente un equivoco, scaturito dall’aver pubblicato le prime cose nel periodo che vedeva la fase discendente di questa produzione. Avrei scritto come ho scritto anche se il Neorealismo non fosse ami esistito; mi sono limitato a trasformare la mia esperienza in conoscenza e la conoscenza in scrittura. All’interno del Neorealismo, invece, trovarono collocazione scrittori borghesi che si accostarono agli umili per puro populismo».

Cosa pensa degli scrittori italiani delle ultime generazioni?
«Ritengo che vi siano dei bravi stilisti della lingua ma essere scrittore significa qualcos’altro, significa saper leggere il proprio tempo. Benedetto Croce affermava che sapere scrivere significa avere intensità spirituale, credo sia proprio questo a mancare nelle nuove generazioni. Inoltre mi pare di rilevare un’influenza del linguaggio televisivo e cinematografico su quello letterario».

*Pubblicato sul periodico Scillecariddi

aprile 1, 2001   Commenti disabilitati su Ricordando Saverio Strati