Ricordando Saverio Strati
Con poche parole, pronunciate a bassa voce per non disturbare il riposo della moglie, il maestro fa strada verso uno studio ordinato, zeppo di volumi. Sulla scrivania di legno scuro, a dispetto del più sofisticato computer, resiste una vecchia macchina da scrivere, dai tasti consumati. L’atmosfera ha i colori tenui del pomeriggio toscano che filtra dalle tende. A Scandicci, nei pressi di Firenze, Saverio Strati vive ormai da 40 anni, guardando da lontano la sua Calabria cambiare, forse perdere quella magia che obbliga sempre e comunque a un ritorno.
«Sì, la Calabria è cambiata, ma in peggio. Vede, noi abbiamo purtroppo assistito al tramonto di quella millenaria cultura calabrese, figlia della civiltà contadina e preservata dal popolo, che costituiva il bagaglio più prezioso della nostra terra; stanno scomparendo irrimediabilmente gli antichi saperi legati alla conoscenza della natura, al ciclo delle stagioni, ai vari mestieri, alimentati dall’esperienza diretta delle cose; questo insieme di sapienza popolare e senso altissimo dell’onestà e del sudore, di stampo quasi omerico, veniva tramandato ai ragazzi che come me avevano sete di conoscenza, volevano imparare a leggere e scrivere ma anche a dissodare la terra, appaiare le giovenche, seminare, capaci ancora di stupirsi di fronte alle cose più semplici».
Le nuove generazioni calabresi hanno perso questa capacità di stupore?
«Non parlerei esclusivamente dei giovani calabresi. La conoscenza dei ragazzi di oggi ha i suoi cardini nella Nutella e nella televisione, le nuove tecnologie, di fronte alle quali mi sento analfabeta, paralizzano il pensiero, azzerano l’esperienza diretta delle cose – secondo Kant l’unica vera fonte di conoscenza – e alimentano poco la creatività. Vede, ritengo seriamente che la meccanicità insita nei nuovi processi di conoscenza dell’era tecnologica conduca ad un livellamento della cultura, ad un’omologazione del pensiero, impedendo così lo sbocciare di grandi personalità originali. A giovarne sono solo le scienze, secondo quanto già affermava Camus per il quale "quando il pensiero e l’arte sono in declino si avvantaggia il progresso scientifico"».
Eppure la civiltà contadina è sofferta dai personaggi dei suoi romanzi come una sorta di madre-matrigna che annichilisce e soffoca. Dominic, nel "Selvaggio di Santa Venere", parla di "un mare morto che impedisce che l’intelligenza respiri, fiorisca".
«Per Dominic restare nella Calabria di quel tempo avrebbe significato rinunciare alla possibilità di instaurare rapporti soddisfacenti da un punto di vista culturale. In lui si agitano bisogni diversi, quello di sfuggire alla personalità soffocante del padre, quello di ritagliarsi uno spazio di libertà e, inoltre, da non sottovalutare, la voglia di non regalare i frutti del proprio sudore alla mafia; c’è quindi anche il desiderio di scampare alle trame della criminalità che nel "Selvaggio di Santa Venere" è ancora ai suoi albori ma che al protagonista di "E’ il nostro turno" apparirà ormai dilagante e radicata nelle amministrazioni locali».
Ma non è solo Dominic a partire. Le sue opere sono popolate di personaggi sradicati che, trapiantati nelle città del nord, si ritrovano la domenica alle stazioni per guardare i treni in partenza verso il Sud; penso a "Terra di emigranti" o a "Gente in viaggio".
«E’ vero, i miei personaggi sono stati paragonati agli ebrei del ghetto, incapaci di acclimatarsi e di mettere radici; ma, vede, l’ambiente dell’anima è là dove si nasce e il "mondo" è quello dove si è giocato con altri bambini».
Non c’è la possibilità di venire a patti con la Calabria senza doverla abbandonare per aggirarsi come fantasmi tristi nelle città del nord?
«Dipende dai calabresi e dalla loro capacità di riscatto: sono loro a dover rendere vivibile questa terra attraverso l’iniziativa, attraverso l’acquisizione di quella coscienza civica e di quell’alto senso morale che spesso sembrano aver perduto. Fino a quando lo Stato sarà ancora considerato una vacca da mungere e le iniziative dei tanti calabresi onesti saranno affossate dalla mentalità retrograda e provinciale di tutti gli altri, la Calabria non farà un passo in avanti lungo la strada del progresso».
Il viaggio nelle sue opere però non è solo emigrazione, ma anche una vera e propria condizione esistenziale, una disposizione continua alla conoscenza.
«Infatti non si viaggia solo per fuggire, si viaggia anche per curiosità, per spezzare l’isolamento. Quand’ero ragazzo anche una corsa in macchina da Bianco a Locri costituiva un evento, la possibilità di scoprire cose nuove. Questo bisogno è anche legato all’isolamento di cui la Calabria ha sempre sofferto dopo lo splendore del periodo magnogreco che ha visto il fiorire intellettuale di centri come Crotone, patria della prima scuola medico-scientifica dell’antichità. Dai Romani in poi la Calabria è rimasta abbandonata a se stessa: i grandi personaggi calabresi, penso, per esempio, a Giocchino da Fiore che ha anticipato le tre cantiche dantesche, hanno seminato un frutto che non è germogliato nella nostra terra».
Esiste un modo calabrese di stare al mondo? Si può parlare di "calabresità"?
«Credo di sì. Definirei la calabresità un misto di ostinazione, lealtà, rancore e senso altissimo dell’onore. L’uomo calabrese ricorda le offese e non le perdona, mantiene ad ogni costo la parola data e non conosce l’abbandono o la rinuncia, pensiamo a Campanella e alla sua caparbietà durante gli anni del carcere!».
Veniamo alla querelle sull’impronta neorealistica della sua produzione.
«Il mio neorealismo è assolutamente un equivoco, scaturito dall’aver pubblicato le prime cose nel periodo che vedeva la fase discendente di questa produzione. Avrei scritto come ho scritto anche se il Neorealismo non fosse ami esistito; mi sono limitato a trasformare la mia esperienza in conoscenza e la conoscenza in scrittura. All’interno del Neorealismo, invece, trovarono collocazione scrittori borghesi che si accostarono agli umili per puro populismo».
Cosa pensa degli scrittori italiani delle ultime generazioni?
«Ritengo che vi siano dei bravi stilisti della lingua ma essere scrittore significa qualcos’altro, significa saper leggere il proprio tempo. Benedetto Croce affermava che sapere scrivere significa avere intensità spirituale, credo sia proprio questo a mancare nelle nuove generazioni. Inoltre mi pare di rilevare un’influenza del linguaggio televisivo e cinematografico su quello letterario».
*Pubblicato sul periodico Scillecariddi






