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La solitudine degli “infami”

L’omertà ha un valore per gli ‘ndranghetisti. Disobbedire alla regola del silenzio equivale a disonorare l’"onorata società", una struttura che fonda il suo potere sul segreto. I collaboratori di giustizia infrangono la regola prima della società mafiosa: svelano i meccanismi interni, rivelano procedure affaristiche, si ribellano al comandamento della ‘ndrangheta. Il collaboratore di giustizia rappresenta l’arma peggiore per le organizzazioni mafiose. Insieme alla confisca dei beni è lo strumento più temuto dai boss di ogni epoca.
"Infami". "Tragediatori". "Canta Calabria". Quando un pentito decide di collaborare con i magistrati, iniziano i tentativi di infangare il suo nome, la sua condotta. E’ considerato un traditore dell’ordine mafioso. E come tale, per la ‘ndrangheta, è un morto che cammina. Avviene anche che le famiglie si vestano a lutto, rinneghino figli, fratelli, sorelle, padri, madri, pur di non tradire la ‘ndrangheta e le sue leggende sull’onore e sulla tutela dei "deboli". Il collaboratore, il più delle volte, si trova solo, abbandonato al suo nuovo e onesto futuro. Da quando inizia la collaborazione vive per raccontare, il più possibile. I collaboratori di giustizia sanno bene che la loro vita è in pericolo. E che per la loro morte non piangeranno in molti. La vendetta è dietro l’angolo. Il "Tribunale" della ‘ndrangheta non dimentica. Il giudizio mafioso potrà essere eseguito anche molti anni dopo che è avvenuto lo sgarro. L’affronto in qualche modo deve essere punito. Anche indirettamente. Anzi, è preferibile per i boss che il pentito venga ucciso in maniera discreta. Tempestandolo di segnali, messaggi, intimidazioni più o meno velate. Oppure riversando sulla famigli la "colpa" del pentito. L’ottimale per le cosche è creare il vuoto intorno a chi tenta di sgretolare il loro potere. E la solitudine completa il lavoro subdolo, di erosione della persona che ha scelto la via della giustizia.
Come nel caso di Bruno Piccolo. Ha iniziato a collaborare dopo l’arresto per l’omicidio Fortugno. Un calvario, il suo percorso. Lo spostano in diverse carceri. Decide di collaborare a Sulmona. Iniziano le pressioni. Vincenzo Cordì, che ha preso il posto di comando della famiglia dopo la morte di Antonio Cordì "il ragioniere", fa sapere che a parlare con Bruno ha mandato nel carcere di Sulmona Filippo Barreca, uno dei capi ‘ndrangheta di Reggio Calabria, detenuto in quel penitenziario. Le donne e i boss si attivano per far desistere Bruno e a Sulmona arrivano madre e sorella. Temono per la sua incolumità e per la loro. Ma a Locri non succede niente. Uno zio di Bruno tenta anche lui di farlo desistere: "Attento Bruno – gli dice in carcere, intercettato dalle cimici – non fare minchiate. Che stai combinando?". A pressare Piccolo ci pensa anche Vincenzo Cordì che tenta l’ultima carta. Gli scrive una lettera da vero capobastone: "L’importante in questi luoghi è stare tranquilli, farsi la galera con onestà e parlare poco". Una lettera che pesa come un macigno sulla coscienza di Bruno. Ma Bruno è determinato, parla e fa i nomi di quelli che nel suo bar progettavano l’assassinio di Fortugno. A Locri la voce gira. E gettano fango addosso a Bruno. E’ fuori di testa, dicono. Tentano di farlo passare per pazzo, riportano a galla una vecchia storia del 1998 quando Bruno tentò di ammazzarsi. Una perizia pschiatrica lo dichiara però normale ma gli avvocati difensori degli arrestati lo incalzano, tentano di farlo passare per un "border line", uno squilibrato, un cocainomane. Lui non molla. Ha scelto e continua a svelare particolari. Conferma i nomi di quelli implicati nel delitto Fortugno: "Sono stati Salvatore Ritorto e Domenico Audino", conferma. Rimane in carcere. Poi il processo col rito abbreviato, a giugno la condanna a un anno e quattro mesi. Torna a vivere quasi da uomo libero e accerchiato in Abruzzo, a Francavilla. In una casa vicino al mare. Muore con una corda legata al collo. S’impicca da picciotto che ha scelto di collaborare, muore da collaboratore lasciato solo. Isolato e denigrato. Anche così uccide la ‘ndrangheta i suoi accusatori. Ma non solo. La vendetta può arrivare con l’odore acre dell’ acido. Come nel caso di Lea Garofalo. Collaboratrice rapita a Milano e sciolta nell’acido.
Diventata collaboratrice di giustizia nel 2002, aveva iniziato a rivelare scomodi particolari ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Era stata ammessa, insieme alla figlia, all’epoca ancora minorenne- avuta dal convivente Carlo Cosco- ad un piano provvisorio di protezione e trasferita a Campobasso. Programma che successivamente le era stato revocato il 16 febbraio 2006 per essersi allontanata dalla località protetta. Dopo un suo ricorso respinto dal Tar, il Consiglio di Stato aveva disposto il reintegro nel programma di protezione, ma lei aveva rinunciato ed era tornata a Petilia Policastro dove nella sua abitazione venne attivato un servizio di vigilanza radiocontrollata. Nella notte tra il 24 e il 25 novembre Garofalo è stata "caricata sul furgone, su cui vi erano sempre 50 litri di acido, e portata in un luogo vicino alla Milano-Meda dove i Cosco hanno un piazzale o un terreno dove tengono i mezzi di movimento terra della loro ditta" racconta il pentito che ha contribuito alle indagini.
L’ex collaboratrice di giustizia è stata interrogata a lungo dal "tribunale della cosca" e torturata prima di essere uccisa. Lea sapeva troppo. La ‘ndrangheta di Petilia non ha sopportato che una donna libera potesse con le sue dichiarazioni devastare gli equilibri della cosca. E soprattutto, non è andato giù agli ‘ndranghetisti di Petilia che a infrangere la regola prima dell’Onorata società, il silenzio, potesse essere una "femmina". Da Lea Garofalo volevano sapere le informazioni che aveva fornito come collaboratrice di giustizia. Le rivelazioni, ancora secretate, preoccupavano molto i capicosca. Dopo l’esecuzione è stata sciolta nell’acido. Per dare l’esempio. E impaurire chi è nel dubbio, collaborare o subire in silenzio il dominio feroce della ‘ndrangheta?
Le morti di Piccolo e Garofalo rappresentano due modi di agire della ‘ndrangheta. In un caso silente e soffocante che conduce alla follia. All’incapacità di reagire. Le cosche di Locri pressavano Piccolo. E lui avvertiva il peso asfissiante dei Cordì. Era accerchiato. Se sia stato lui a mettersi la corda intorno al collo o sia stato un picciotto mandato a punirlo poco importa. Il messaggio che la ‘ndrangheta ha voluto fare passare è arrivato ai destinatari: chi infrange la regola prima della società muore!
La brutalità utilizzata nei confronti di Lea Garofalo è invece sintomatico della volontà di trasmettere un messaggio più forte. "Educativo" per le donne di ‘ndrangheta. Che conoscono i segreti inconfessabili dei mariti e dei figli. Hanno paura i boss di una reazione femminile. Temono che Lea potesse diventare un esempio vivo. E quindi per la cosca di Petilia era necessario che quell’esempio di responsabilità diventasse il mezzo con cui dare il messaggio a tutte le donne attraversate dal dubbio infuso dal coraggio di Lea. Coraggio che la ‘ndrangheta ha tramortito con il piombo e sciolto nell’acido. In questo senso la ‘ndrangheta è custode di un machismo violento che opprime ancora oggi le donne. Mogli e figlie succubi di una cultura della sopraffazione che le vede vittime. E a volte trasformarsi in carnefici.
Questa sono le storie dell’Onorata Società. Potere e ricchezza, certo. Ma prima di tutto sono storie di violenza, sangue, disprezzo per la vita, brutalità.