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Polsi e la ‘ndrangheta: quando il consenso è anche questione di simboli

Il consenso la ‘ndrangheta lo cattura e lo esige. Se lo prende, proponendo un’immagine di sé accattivante, attraente. La possibilità di esercitare una forma di potere assoluto sui propri sudditi alimenta nell’esercito di ragazzi, aridi di sogni e di prospettive per l’avvenire, la voglia di emergere a tutti i costi. E quando il raggiungimento del fine conta più del mezzo, le coordinate mutano, i valori vengono sostituiti da "dis-valori", i principi con il denaro, le virtù con l’onore e il "ferro".

Nel caleidoscopio simbolico della ‘ndrangheta un ruolo di primo piano è quello del Santuario di Polsi. A Polsi il simbolo si fa carne. Tanti fedeli, pellegrini, credenti e curiosi affollano ogni anno il Santuario. Portano i loro ossequi e le loro preghiere alla Madonna della Montagna. Pregano per i figli emigrati, perché possano vivere onestamente, implorano la Madonna perché quei figli andati via con valigie di sogni riescano prima o poi a realizzarne uno. Tra la folla in estasi, tra gli onesti e fedeli, la ‘ndrangheta discute all’ombra della santità. La "Provincia ", l’organo decisionale della ‘ndrangheta, a Polsi è di casa. E’ necessario "esserci" su quel cucuzzolo dell’Aspromonte, non presenziare equivale a nascondersi. E chi si nasconde, nella costellazione simbolica delle ‘ndrine, è un perdente. Quei boss che stanno nei bunker, sanno di essere finiti. Sono consapevoli dell’imminente e concordata fine. A loro non resta che scontare la pena, o collaborare con la giustizia. I capi ‘ndrangheta, i mammasantissima che detengono il bastone del comando pur se ricercati vivono alla luce del sole, non si nascondo. Questione di simboli. Senza simbologia la ‘ndrangheta muore e si dissolve, non avrebbe più il consenso dei più giovani. Quale adolescente vorrebbe imitare un topo, una talpa che vive sottoterra?
Decidere le doti, le cariche da assegnare, mostrarsi in cerchio, davanti agli occhi dei fedeli, delle telecamere, degli investigatori, dei vescovi, è un atto di forza che il vertice della ‘ndrangheta è obbligato a fare per non apparire debole o in difficoltà. Un anno difficile per la ‘ndrangheta, il 2010. E’ dovuta ricorrere più volte a gesti eclatanti, ad azioni che richiamassero l’attenzione dei media nazionali. Segni di squilibrio. Una destabilizzazione provocata dai duri colpi inferti dalla Dda di Reggio Calabria.

San Michele Arcangelo, simbolo arcaico e sacro della ‘ndrangheta, non è stato scelto a caso. L’immagine del santo è rappresentato con una spada e una bilancia mentre lotta contro le forze del male. Rappresenta la giustizia che i boss pretendono di assicurare al popolo. La storia della ‘ndrangheta è leggenda. La leggenda di uomini d’onore che nei secoli si sono venduti agli occhi della gente miserabile come tutori della pace, della giustizia in senso lato. Il boss nei secoli ha goduto della fama di conciliatore dei conflitti. La domanda di giustizia dei calabresi è stata per molti anni indirizzata ai boss, dello Stato in pochi si fidavano. Uno Stato assente, incapace di offrire opportunità, presente soltanto ad esercitare una repressione feroce contro la povera gente. Scriveva Lombroso: "Caduto il feudalesimo dei Borboni ne crearono un altro peggiore, come più ignobile in ogni villaggio città, nei loro favoriti capi urbani, mutati purtroppo poi in capi di guardia nazionale, ed ora in sindaci e deputati; sicchè agli abitanti delle vallate la politica non è già di principi ma di persone. Del resto il feudalesimo è ora risorto letteralmente: vi sono paesi in cui non si fa legna senza il permesso del Barone. (…) E se a questo stato di cose creato dalla violazione delle più divulgate leggi economiche, si aggiungono le soverchierie, le prepotenze, le violazioni esercitate dai ricchi, che tutto potevano,sui poveri impotenti a sostenere i loro diritti, dalle leggi riconosciuti ma non sorretti, s’intende il perché del brigantaggio rimasto leggendario per le sue gesta feroci e generose ad un tempo, che ora si ricordano dal popolo con accenti di paura e ammirazione, riconoscendo che tanti stragi, saccheggi ed infamie rispondevano ad altre ingiustizie, ad altre enormezze che l’autorità sociale non valeva a reprimere". In questo contesto, descritto da Cesare Lombroso nel libro "In Calabria", s’inserisce la giustizia offerta dai capobastone. Che dietro una facciata di tutori degli interessi del popolo nascondevano già una cupidigia diretta alla realizzazione dei propri interessi privati.

Caseggiati all’esterno asettici, grigi di cemento grezzo, privi, all’esterno, di simboli ostentativi del potere raggiunto con le attività mafiose. In questi palazzi del potere vivono i boss della ‘ndrangheta. A San Luca, il palazzotto della dinastia Pelle è volutamente sottoprofilo. A Bovalino il casermone grigio dei Romeo, gli "Stacchi", non mostra alcun eccesso architettonico che possa suscitare clamore e invidia tra la gente del luogo. All’interno dei palazzi il lusso è sprecato. Maniglie d’oro, marmo a perdere, ogni confort moderno, per godere dei frutti, accumulati illecitamente, del proprio sporco lavoro. Un doppio binario segna il comportamento dei boss. Da un lato ostentare il meno possibile, all’esterno, la ricchezza accumulata per prevenire invidie e malumori tra il popolino, costretto a barattare diritti con favori, dall’altra un binario interno, fatto di lusso e ostentazione. Da mostrare agli affiliati, ai picciotti, ai contrasti. Simboli di potere acquisito con la forza che indicano la via da seguire ai giovani arruolati. "Guarda quanto benessere, se vorrai ottenere tutto questo, devi eseguire gli ordini!", sembrano suggerire quei simboli dei boss ai giovani picciotti. Illusi che la strada indicata possa fornire i mezzi necessari per ottenere il fine ultimo, che la stessa società consumistica impone, molti giovani proseguono nell’ascesa che li porterà in carcere, sotto terra oppure vittime in eterno delle gerarchie imposte dall’alto. Dal Capo Crimine di turno. Una simbologia che attrae nella trappola tanti, troppi giovani del Sud e del Nord. Alla quale è necessario contrapporre simboli dell’anti ‘ndrangheta.

Mostrare la convenienza di dire no al ricatto mafioso è il primo simbolo imprescindibile di chi fa antimafia. Al corteggiamento, fatto di potere e denaro, offerto dai boss, rispondiamo con la proposta di avere dei diritti uguali per tutti. Diritti che si manifestano attraverso la libertà di ricordare in un Paese con la memoria corta. Il Murales che ogni anno daSud realizza è l’esempio di come sia possibile ricordare riappropriandosi di luoghi ostaggio delle cosche. Senza chiedere il permesso a nessun boss, "l’esercizio di memoria" che l’associazione porta avanti ormai da tre anni rappresenta un colpo all’egemonia decisionale dei baroni di quei territori. E i ragazzi indecisi possono ammirare, passando davanti a quei murales, che l’alternativa esiste, è possibile.
E’ convenienza il lavoro di Libera Terra. Recuperare i terreni confiscati ai boss e renderli produttivi rappresenta uno smacco a quel dominio incontrastato che la politica raramente ha saputo limitare. Su quei terreni tolti ai capobastone oggi si praticano i diritti. Il lavoro è tornato ad essere un diritto costituzionale. Non un favore concesso per grazia di "Crimine". Ai giovani è offerta la possibilità di lavorare nel proprio paese, nella propria contrada. Un simbolo forte, di cui l’antimafia deve farsi vanto e contrapporlo alla liturgia simbolica del boss-padrone dei diritti, dei doveri, dell’esistenza dei calabresi.
E’ un simbolo raccontare a fumetti le storie delle vittime che non hanno ceduto alle lusinghe delle mafie. E quei simboli portati nelle scuole, mostrati e spiegati ai ragazzi, scardinano l’idea secondo cui il mafioso è uomo d’onore. Il fumetto, come allegoria del sacrificio dei giusti e dissacrazione dei boss, rappresenta la chiave con la quale aprire le porte della coscienza degli adolescenti. Mostrare i mafiosi per quello che sono: portatori di lutti, disoccupazione, disperazione e miseria. E’ l’immagine simbolica dei fumetti pensati dall’associazione daSud e rientra nel progetto editoriale Libeccio, come il vento che soffia da Sud. Un vento, che diviene simbolo di forza della memoria contro la forza del piombo e della prepotenza mafiosa.
E tornando ai tornanti ruvidi e scoscesi che portano a Polsi e ai suoi simboli di cui la ‘ndrangheta si è appropriata. E’ positivo il messaggio simbolico che la Polizia ha voluto lanciare quest’anno, con la decisione di festeggiare la propria festa nel cuore dei riti arcaici della ‘ndrangheta, con cui condivide il protettore- San Michele Arcangelo-. Un simbolo conteso tra due espressioni e interpretazione della giustizia che non raramente si mescolano. Da una parte lo Stato dall’altra la ‘ndrangheta, che, attenzione! Non è antistato. Nel santuario di Polsi- il cui priore, in seguito alla mattanza di Diusburg, dalla chiesa di San Luca ha chiesto che la pace tornasse a regnare- e in Calabria le contraddizioni allegoriche si risolvono con gesti forti ed eclatanti. Come la ‘ndrangheta è solita fare. Così chi la combatte – dallo Stato alla società civile – deve utilizzare i suoi metodi, rovesciandone i presupposti.