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La Calabria delle zolle vuote

Nella Piana di Gioia Tauro rispettano la logica inattaccabile della domanda e dell’offerta. Se ad Abu Dhabi chiedono ulivi secolari per scopi ornamentali, perché non spedirglieli dalla Calabria dove sono ritenuti, evidentemente, noiosi alla vista e inutili alle tasche? Basta sradicarli con delicatezza, chiuderli in un container, facendo attenzione a ricoprire di torba le radici, e poi spedirli ad ombreggiare finte cascate e serate sontuose in una villa di emiri. Rimaste smosse e vuote, le zolle calabresi saranno presto spianate. Come si fa con la memoria delle vittime innocenti. Come se per secoli, in quel punto esatto, a beccarsi il caldo, il freddo, gli schiaffoni dei terremoti, il sudore e le bestemmie dei proprietari, le reti attorno, il canto delle raccoglitrici di olive, i cori di protesta dei braccianti, il rumore delle macchine agricole, qualche sparo in lontananza, il silenzio, non ci fosse mai stato nessuno. Il business, a quanto pare, sarebbe in costante crescita.

Nella Piana di Gioia Tauro, qualche volta, le zolle le svuotano anche per questioni di autorità. Quella che bisogna dimostrare sulla roba, fottendosene dei vincoli, delle sentenze e della legge. Per ribadire che la geografia disegnata dai tribunali, con i confini e le particelle dei terreni sequestrati, non corrisponde alla geografia delle cose. Che la storia scritta dalle inchieste della magistratura, non corrisponde alla storia che tutti conoscono a memoria, fissata nella mente a colpi di omicidi, danneggiamenti e furti. Per riaffermare, infine, che tra gli ulivi della Piana di Gioia Tauro la geografia e la storia continua a determinarle la ‘ndrangheta.

I 600 alberi secolari abbattuti a Castellace di Oppido Mamertina, su ordine del vecchio boss e collaboratore di giustizia Saro Mammoliti e su terreni confiscati, sono stati sacrificati per questo. Tagliati per ricordare a chi non vuole sentire, gente ostinata come i ragazzi della cooperativa "Valle del Marro" o come le cugine Teresa Cordopatri e Angelica Rago, di chi è la terra che calpestano. E con la terra, di chi sono gli alberi, le fiumare, il mare e le montagne. Le spiagge sabbiose dello Jonio, i boschi delle Serre, i contrafforti dell’Aspromonte.

Nella Piana di Gioia Tauro, nel nero delle zolle svuotate degli ulivi, si specchia la Calabria. E somiglia a certe donne di antica miseria, con il fazzoletto in testa per coprire il deserto dei capelli venduti per povertà. Trasformati in parrucche per signore residenti dentro latitudini e destini più felici. Si specchia, e abbassa lo sguardo per vergogna.