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Don Stilo: 50 anni tra polvere e altare

REGGIO CALABRIA – La Storia si presta sempre ad una doppia lettura. Dipende dai punti di vista, dall’interpretazione degli elementi. In Calabria, soprattutto, i fatti vanno saputi leggere non soltanto dal dritto, ma anche dal rovescio. Don Giovanni Stilo, per cinquant’anni sacerdote di Africo, nella diocesi di Locri, incarna alla perfezione questa ambivalenza. Padre benefattore degli africoti da un lato, prete-padrone dall’altro. E sulla bilancia i pesi e i contrappesi si equilibrano: i detrattori sono tanti quanti coloro che lo hanno esaltato da vivo e da morto.

Durante il suo sacerdozio, Africo divenne il suo feudo, la roccaforte dei suoi interessi, dei suoi intrecci e delle sue frequentazioni. Il suo piccolo ufficio di collocamento privato e base logistica delle sue aspirazioni. Compra e vende terreni, costruisce cooperative agricole (come quella lattiero-casaria "la Cooperazione"), non si ferma mai. Si attira indiscusse simpatie con la sua aria ed il suo impegno umanitario e sociale. Alcuni lo vorrebbero santo: ha portato "il treno, la scuola, i posti della Forestale", a lui pare che gli africoti debbano tutto. Altri vi leggono una spregiudicata scalata al potere condita da frequentazioni sordide. Gli danno del massone, dello ‘ndranghetista, dell’intrallazzatore, frequentatore delle peggiori corruttele e sodale della criminalità organizzata. I comunisti di "Servire il popolo" ripetevano che "quello di sistemare i propri parenti è stato il pallino numero uno di Stilo". Ed in effetti l’elenco di quelli "sistemati" è lungo e articolato, per quanto più volte egli abbia allontanato da sé l’accusa di essersi costruito una fitta ed efficace rete clientelare, una solida corazza all’interno della quale agire indisturbato dispensando favori e ricevendone altri. Nel 1956 tra i candidati della Dc c’è il fratello Salvatore che verrà poi eletto sindaco; il fratello Leo, da muratore diventa imprenditore edile, godendo della concessione di facili licenze e di numerosi appalti edilizi; la sorella Maria, invece, diventa concessionaria di una pompa di benzina Mecal gestita dal marito, l’ex maresciallo Antonio Fedele; un nipote, appena laureatosi in medicina, diventa medico condotto di Africo scalzando un collega più anziano e di maggiore esperienza, mentre un altro fratello di don Stilo da dentista che era, diventa pediatra per le scuole. A prima vista però don Stilo non si ferma solo ai parenti: sono vecchie quanto il suo sacerdozio le voci che lo vogliono un massone, un mafioso affiliato alle ‘ndrine locali, uno che addirittura fa l’occhiolino a cosa nostra. Antonino Salomone, il boss di San Giuseppe Jato, quando deve fuggire ad una condanna a morte emessa da Totò Riina, si rifiugia ad Africo, da don Stilo, e si costituisce poco dopo.

Tuttavia, il suo mondo resta quello della scuola. Ad Africo ne ha fondata una, "Serena Juventus", un complesso scolastico parificato, meglio conosciuto come "la fabbrica dei diplomi" che domina tutto l’iter scolastico dall’asilo al liceo. Non si può mai sapere quanto peso politico possa avere la distribuzione dei diplomi di scuola secondaria (raccontano che ognuno costasse 200.000 lire). In un paese affamato non si scherza coi titoli di studio, anche se comprati, perché servono a coprire una drammatica ignoranza che condanna all’esclusione, alla disoccupazione. "Dio sa quanto bisogno di diplomi esista oggi in questa infelice terra calabrese, ex contadina e promessa industriale" (Nicola Zitara, La stola e il serramanico, 1975). Quante cose si possono ottenere con un diploma; figurarsi una laurea. E quindi a don Stilo Serena Juventus pare non bastare più. In tempi di decadenza e libertinismo è necessario puntellare i valori, quelli morali, la santità della famiglia, l’importanza della Chiesa, il senso della Patria. Ed è su questa prospettiva che poggia l’ambizione di voler fondare una vera e propria università, che sia una sede distaccata della Cattolica di Milano o un pezzo di un qualsiasi magistero religioso purché riconosciuto da Roma. Nell’attesa è corteggiato dai fascisti del Fuam che lo vogliono a capo dell’Opera universitaria a Messina, un centro che gestisce una cospicua fetta di potere, controlla le borse di studio e l’assistenza, gestisce le mense degli studenti. Per don Stilo si fanno pressioni di ogni tipo; per don Stilo si occupano gli uffici del rettorato e si devastano la mensa e le aule della facoltà di legge. Per don Stilo, dichiaratamente anticomunista, "un prete di Africo, vicino a Reggio Calabria, un prete che mi dicono cammini con la postola sotto la tonaca e che […] rappresenta questi gruppi fascisti che hanno sempre tormentato l’Università di Messina" (Pancrazio De Pasquale, replica all’interpellanza al Parlamento regionale siciliano, 1971).
La destra estrema da un lato, la ‘ndrangheta e cosa nostra dall’altro, don Stilo sulla sua agenda vanta appuntati nomi di un certo spessore. Nel suo "diplomificio" prende l’abilitazione magistrale tale Agostino Coppola, nipote di Frank "tre dita". Da prete, poi, sposerà Totò Riina, che ad Africo pare fosse di casa, e Ninetta Bagarella.

A metà degli anni Ottanta è indagato per associazione a delinquere di tipo mafioso. Intercettazioni e testimonianze avrebbero individuato in lui un elemento di spicco della cosca Ruga-Musitano-Aquilino. Lo arrestano a Montecatini, mentre faceva le terme. Dopo tre gradi di giudizio, tuttavia, è sollevato da ogni accusa: la Suprema Corte di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale, detto anche l’ammazzasentenze, pone definitivamente fine alla faccenda. In cambio il prete chiede 100 miliardi (di lire) di danni da destinare ad opere di pubblica utilità. Ovviamente. Eppure il dubbio rimane. Racconta Adolfo Pappalardo: "Alla fine degli anni Settanta, don Stilo si recò a Monza, con molti altri africesi, a confermare l’alibi di un esponente della cosca Morabito-Bruzzaniti, accusata di aver sequestrato e ucciso un ragazzo di Meda di 16 anni, figlio di un industriale del mobile. Il sacerdote sostenne, inverosimilmente, che l’imputato, nel giorno del sequestro, era volato da Milano alla Calabria ed era accanto a lui in processione, scatenando l’ira di un compassato giudice, che gli scagliò contro il libro dei codici" (Adolfo Pappalardo, "Il cattivo prete", in Diario, febbraio 2000).

Alla fine però Don Stilo ebbe la totale libertà di gestire le sue attività godendo di entrambi gli occhi serrati della Chiesa, della diocesi di Locri e del sostegno della Democrazia Cristiana. Non furono mai presi provvedimenti nei suoi confronti nemmeno quando fu condannato, circostanza nella quale, piuttosto, la chiesa si trincerò in un imbarazzato e imbarazzante silenzio. Non tacque, però quando si trattò di espellere coloro che intralciavano le attività del prete-padrone e ne macchiavano il "buon nome". Come don Natale Bianchi che a don Stilo si oppose aspramente. Quando lo criticò ad un incontro tra preti nel palazzo del vescovo fu apostrofato con uno sprezzante: "Vedi, tu che non sei del posto devi imparare alcune regole. Certe cose noi le sappiamo meglio di te, ma non si possono dire. Vedi che don Stilo è capace di farti la pelle". E del resto Don Stilo non venne meno alla sua fama di "uomo d’ordine", di "montanaro forte" quando durante un altro incontro si sarebbe avvicinato a don Bianchi minacciandolo: "Tu non sai chi sono io; anche le pietre mi conoscono. Se io voglio posso schiacciarti come una formica". (Corrado Stajano, Africo, 1979; Isaia Sales, I preti e i mafiosi, 2010).

Quando morì, il 9 dicembre del 2000, gli dedicarono una giornata di lutto cittadino. Pioveva a dirotto sulle teste di quei tremila africoti che avevano sfidato il cielo per rendere omaggio al loro "Padre benefattore", insieme ad un nutrito numero di notabili del circondario, la diocesi al completo con in testa il Vescovo ed una pletora di carabinieri a vigilare sull’ordine pubblico. Nella sua omelia il vescovo di Locri, Giancarlo Maria Bregantini, ne elogiò la caratura e lo spessore come di un pastore che "diresse il cammino di questo popolo in esodo", riferendosi con ogni probabilità alla centralità di don Stilo nei fatti del 1951, quando un alluvione devastante costrinse gli africoti a lasciare il loro vecchio paese, per spostarsi 16 kilometri più giù "nelle più progredite marine" (Rocco Palamara). Da allora, con quel fango colato giù dalla montagna, iniziò ad impastarsi la fama di don Stilo. "Chi opera fa fatica, deve scegliere, commette errori. La strada del pellegrinaggio nella vita è sempre polverosa, la fronte di chi lavora è sempre sudata. E non sempre gli amici che ti trovi accanto sono affidabili" – disse Bregantini quel giorno durante i funerali. Parole forti, che hanno quasi il sapore di una mezza assoluzione.