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Sciolto per “contiguità con la mafia” il Comune di Reggio Calabria

REGGIO CALABRIA – Il Consiglio dei ministri ha deciso lo scioglimento del Consiglio comunale di Reggio Calabria. Lo ha annunciato il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi.

LE PAROLE DEL MINISTRO – La
titolare del Viminale ha parlato di "decisione sofferta" perchè "è la
prima volta che viene sciolto il consiglio comunale di un capoluogo di
provincia". "Noi – ha aggiunto il ministro – vogliamo che Reggio Calabria possa
trovare la serenità". Alla guida della citta dello Stretto si insediera
una commissione, presieduta dal prefetto di Crotone Vincenzo Panico e da altri esperti
nella gestione economica anche perchè "c’è una gravissima situazione
debitoria – ha spiegato Cancellieri – e il comune è in una posizione
altamente delicata per quanto riguarda il dissesto". "All’interno del Cdm c’è stata decisione unanime" sullo scioglimento,
ha precisato il ministro, sottolineando che la decisione di sciogliere
il consiglio comunale di palazzo San Giorgio "è avvenuta non per
dissesto ma per contiguita e non per infiltrazioni criminali". "Siamo assolutamente consapevoli" della scelta fatta, che è stata
"valutata con molta sofferenza". Ma "abbiamo la volontà di restituire il
paese alla legalità: senza legalità non c’è sviluppo". Così il ministro
dell’Interno Annamaria Cancellieri ha spiegato la decisione di
sciogliere il comune di Reggio Calabria. "Dobbiamo aiutare – ha aggiunto
– le regioni più compromesse".

LE MOTIVAZIONI – Le vicende che hanno portato allo scioglimento del comune, ha spiegato
il ministro, riguardano "diversi episodi che toccano gli amministratori o
atti che non sono stati posti in essere, come i controlli preventivi
per gli appalti
, la gestione dei beni confiscati alla mafia, la gestione
dei mercati e delle case popolari".

LA COMMISSIONE – La Commissione d’accesso al Comune di Reggio Calabria, la cui relazione
sta alla base dello scioglimento, è stata nominata il 20 gennaio scorso
dall’allora prefetto di Reggio Luigi Varratta, e si è
insediata il 24 gennaio. Il 13 luglio ha concluso i suoi lavori e nelle
settimane successive è stata inviata al Viminale una relazione dal nuovo prefetto Luigi Piscitelli.
La Commissione ha avuto mandato a "indagare" su due ambiti: le
inchieste della Direzione distrettuale antimafia sulla società
partecipata Multiservizi e su quella che ha portato
all’arresto del consigliere comunale Giuseppe Plutino, per stabilire se
potessero esserci stati condizionamenti dell’attuale amministrazione
guidata da Demetrio Arena, eletto nel maggio del 2011.

LE INCHIESTE/ La multiservizi – La Multiservizi è finita nell’occhio del ciclone dopo
l’arresto, nel 2011, dell’allora direttore operativo Giuseppe Rechichi,
accusato di associazione mafiosa e ritenuto il prestanome della cosca
Tegano nella società. A Rechichi, condannato nel luglio scorso a 16 anni
di reclusione, il 31 luglio è stata poi notificata un’altra ordinanza
di custodia cautelare nell’ambito di un’operazione nel corso della quale
è stato arrestato un ex consigliere comunale di centrodestra, Dominique
Suraci
, al quale avrebbe garantito un apporto elettorale proprio in
virtù del suo ruolo all’interno della Multiservizi. La società è stata
sciolta dal Comune nel luglio scorso dopo che la Prefettura ha negato la
certificazione antimafia al socio privato per avere accertato tentativi
di infiltrazioni della criminalità organizzata.

L’affaire Plutino – Referente politico della cosca Caridi all’interno del Comune: con questa accusa il consigliere Giuseppe Plutino
(poi sospeso), prima dell’Udc e poi del Pdl, in carica da tre
legislature, viene arrestato nel dicembre 2011 per concorso esterno in
associazione mafiosa.
Plutino avrebbe garantito la copertura politica alla
cosca venendo gratificato con i consensi elettorali. Il consigliere
comunale avrebbe fornito alla cosca un "concreto, specifico, consapevole
e volontario contributo come referente politico". Tra i favori che
Plutino avrebbe
assicurato alla cosca Caridi, secondo l’accusa, anche il tentativo di
costringere un consigliere regionale ad assumere come collaboratore
temporaneo delle struttura del gruppo Pdl alla Regione Calabria la
nipote di un presunto campo cosca, Eugenio Borghetto. Dopo il suo
rifiuto, il consigliere trovò una tanica con liquido infiammabile sul
cofano della propria autovettura.