A Monasterace il 28 luglio per costruire “l’unico ponte che vogliamo”
Vent’anni da quel 26 luglio 1992 quando
Rita Atria, lasciata sola da tutti (famiglia, concittadini, società
"civile" e Istituzioni) ha deciso di non farsi uccidere da quello che
sarebbe accaduto dopo la morte del suo giudice, Paolo Borsellino,
gettandosi dal 7° piano di viale Amelia a Roma.
L’idea che abbiamo noi di Memoria è quella scritta dal nostro Mario Ciancarella:
"ricordare non basta. Memoria è un ricordo "attivo" che vuole
comprendere i meccanismi, le cause e dunque le ragioni che
determinarono una storia, e sa rileggerle nel presente per capirne le
"mutazioni" e le mimetizzazioni nelle forme nuove in cui quella stessa
violenza torna e tornerà ad esercitarsi. Forme diverse sempre più
evolute e sofisticate. E’ dunque solo la Memoria a dare senso al proprio impegno per costruire
un futuro in cui si possa sperare che quella violenza non torni a
mostrarsi, con volti diversi ma la con medesime atrocità, per il nostro
passivo ed ignaro consenso.
Perdere
"la Memoria storica" ci rende estranei a noi stessi, incapaci di
riconoscere le nostre radici, di capire il nostro presente, di costruire
un qualsiasi futuro."
Fare Memoria di Rita Atria dunque
significa innanzitutto ricordare le cause che l’hanno portata a
togliersi la vita e non solo esaltarne il gesto forte della
Testimonianza e della rottura con la propria famiglia. Sarebbe facile,
rientrerebbe nella solita prassi ormai consueta che si limita al
necrologio" da strumentalizzare, e tanti ne vediamo purtroppo di questi
"eventi".
La Testimonianza, in ogni tipo di settore e nella sua accezione reale,
di prassi, dovrebbe essere supportata dalla presenza sia politica che
civile: un Paese dove chi testimonia entra in un programma di protezione
non può di certo definirsi "normale".
Bisogna partire dal riconquistare il
senso della "normalità" e abbandonare la comoda e deviante definizione
di "eroe". Borsellino, Falcone, La Torre, Peppino Impastato, Pippo Fava,
Rita Atria e tanti come loro non sono eroi, ma persone normali che
hanno fatto della coerenza e dell’integrità etica e morale del proprio
lavoro e del proprio impegno l’unica linea guida della loro esistenza.
Per troppi anni, chi è stato minacciato
dalle mafie o chi ha subito attentati è stato portato agli onori della
cronaca solo con lo scopo di fare audience. Per troppi anni abbiamo
visto andare via dal territorio i nostri riferimenti che presi dallo
sconforto e dalla solitudine hanno creduto che in Parlamento sarebbero
stati più utili. La politica non ha avuto il coraggio di rinnovarsi e
spesso i politici italiani si sono comportano come coloro che prima ti
inquinano causando tumori e poi ti pagano il letto all’ospedale
dicendoti che ti stanno curando. Non possiamo permettere più tutto
questo e quindi non è più rinviabile il momento dell’analisi.
Abbiamo pensato che non si può
fare Memoria da soli perché la Memoria è un processo collettivo che non
può prescindere da chi nei territori si spende ogni giorno per studiare
le dinamiche di aggressione del potere.
Così il 28 luglio sera, a Monasterace
(RC), ricorderemo Rita Atria cercando di capire come fare rete tra
realtà che hanno deciso di essere forza di opposizione alle mafie e di
controllo politico e sociale.
Ma non basta opporsi occorre anche
dimostrare che l’antimafia e le scelte antimafiose creano sviluppo e
maggiori possibilità occupazionali e di qualità della vita.
Ogni associazione, movimento, singolo
cittadino non può prescindere, soprattutto nei nostri territori da
questa analisi, sappiamo bene che le infiltrazioni mafiose sono dovunque
e ci riguardano tutti.
Le scelte della politica nazionale tanto
sulla Calabria che sulla Sicilia necessitano l’unione delle forze sane e
determinate di queste regioni al fine di dare delle letture più ampie
nella consapevolezza che ‘ndrangheta e mafia si alimentano dallo stessa
fonte di energia e che solo facendo fronte comune e supportandoci a
vicenda possiamo ottenere dei risultati.
L’iniziativa del 28 luglio crediamo
possa rappresentare un punto di partenza e speriamo un punto di non
ritorno per l’antimafia movimentista e sociale calabrese e siciliana.
Ai sindaci che lottano in terre di mafie chiediamo
di avere come unico partito di riferimento il Territorio; che si
chiami Monasterace, piuttosto che Rosarno, piuttosto che Isola Capo
Rizzuto, piuttosto che Barcellona P.G., piuttosto che Palermo.
Alla stampa chiediamo
di seguire quello che Pippo Fava definiva il concetto etico di
giornalismo e cioè "Un giornalismo fatto di verità, impedisce molte
corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere
pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali,
sollecita la costante attuazione della giustizia, impone ai politici il
buon governo[…]"
Agli abitanti dei Territori chiediamo di essere Cittadini e cioè di partecipare attivamente alla vita politica e sociale senza delegare.
Alle Associazioni chiediamo
di essere strumento di coesione e punti di riferimento sociali e
soprattutto chiediamo indipendenza dai partiti e dalle istituzioni.
Questo è "L’unico ponte che vogliamo",
quello della forza delle idee, della forza della Resistenza sociale e di
una antimafia antifascista e antimilitarista.
Documento nato dal confronto durante l’anno con: Associazione Peppino
Impastato e Associazione radio Aut nell’ambito del Forum Sociale
Antimafia Felicia e Peppino Impastato, Casablanca (Graziella Proto), "I
Siciliani" giovani (Riccardo Orioles), Stopndrangheta.it, Telejato.






