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Gioia Tauro 1975 – Cannitello 2010

25 aprile 1975, Gioia Tauro – 23 dicembre 2009, Cannitello. Giorni distanti trentacinque anni, accomunati dall’avvio dei lavori per la realizzazione di progetti faraonici di sviluppo che avrebbero dovuto regalare benessere alla Calabria. Tante, troppe le analogie tra il fallimentare investimento per il V centro siderurgico della Piana e il monumentale Ponte sullo Stretto. Prima fra tutte la consistenza degli investimenti. Entrambi appalti da record. Per il porto di Gioia si partiva da una base d’asta di cento miliardi di lire. Per il Ponte la cifra è pari a oltre 4 miliardi di euro. Cifre soggette a continue fluttuazioni che incrementano di anno in anno il costo dell’opera. E’ stato così per la Salerno – Reggio Calabria, per la Liquichimica di Saline Joniche, per l’Officina Grandi Riparazioni, per il V Centro Siderurgico, per il Porto di Gioia. E per il Ponte sullo Stretto non sembra diverso.

Il V Centro siderurgico
Quella mattina del 25 aprile 1975 a Gioia Tauro una folta platea di gente si era recata alla cerimonia della posa della prima pietra del porto. Tra le numerose personalità politiche presenti spiccavano Giulio Andreotti, ministro delle finanze e della Cassa del Mezzogiorno del tempo, Giacomo Mancini, uno dei sostenitori del Pacchetto Colombo, e il presidente della Regione Calabria Aldo Ferrara. Quello che doveva essere l’inizio dello sviluppo calabrese, il primo passo verso il superamento del gap strutturale ed economico tra Nord e Sud, si tramutò in un ghiotto affare fallimentare dal quale a ricavarci furono soprattutto le ‘ndrine non solo della Piana. Non si andò oltre quella prima pietra: il porto venne costruito, il quinto centro siderurgico non vide mai la luce, passeranno diversi anni prima di cavare qualcosa da quello scempio ambientale che distrusse chilometri di aranceti e cancellato per sempre un intero paese, Eranova. Il sistema delle tangenti, quello sì, funzionò a dovere, facendo lievitare il prezzo in maniera esponenziale. I Piromalli intascarono il 55% del totale, lasciando alle altre cosche reggine la restante parte. Una mossa intelligente, architettata dall’astuto patriarca don Mommo, che già nel ’73 aveva convocato tutti i capobastone per concordare la spartizione. Ce n’era per tutti: quell’otto per cento del costo drenato dalle casse pubbliche ha finanziato la nascita della nuova ‘ndrangheta.

Quasi a battezzare la "cosa nuova" reggina, Andreotti fu protagonista di uno dei più discussi episodi della recente storia calabrese, un altro caffè dal sapore di mafia. Proprio quel 25 aprile di 35 anni fa, il Giulio nazionale fu invitato ad un cooffee break in un albergo di Gioia, e ci andò sedendo allo stesso tavolo di Gioacchino Piromalli, solerte nel fare gli onori di casa. Possibile che non sapesse?

Eppure a livello governativo ben si conosceva il destino del quarto centro siderurgico, quello di Taranto, già sulla via del declino. Eppure già si intuivano gli appetiti delle ‘ndrine.Un errore, c’è da dire, dell’intera classe politica calabrese, di maggioranza e d’opposizione. Perché alla Regione fu unanime il sì al Pacchetto Colombo. L’unità politica fomentò ancor più le illusioni dei calabresi che si convinsero della bontà dell’intervento industriale, dipinto come volano per il tanto agognato sviluppo. Pochi anni dopo nel Pci e nel movimento bracciantile ci si accorse dell’abbaglio procurato da quei 7500 posti di lavoro promessi e mai creati. Iniziarono le proteste contro il Governo, già forti quel 25 aprile del ’75. E ancora più forti qualche anno dopo, quando il dissenso arrivò fino a Roma con il gesto simbolico della restituzione della prima pietra dell’illusione.

Le solite note
A vincere gli appalti per le grandi opere calabresi, oggi come trent’anni fa, sono sempre le stesse grandi imprese. Le solite note. La Cogitau per il V Centro siderurgico, Impregilo e Condotte per il Ponte. Gruppi che in Calabria lavorano da anni. Nell’inchiesta del 2008 "Bellu lavuru", nella quale sono state coinvolte le ‘ndrine di Africo per una galleria della 106 crollata, si parla approfonditamente della società Condotte spa. Il consorzio Astaldi e Lodigiani si aggiudicò l’appalto di Gioia con un insostenibile ribasso del 25 per cento.

La storia si ripete
La gestione del territorio in Calabria è vittima degli interessi privati, un cambiamento di rotta non sembra alle porte. Tant’è vero che nei prossimi giorni il Governo dovrebbe dare il via anche al centrale a carbone che sorgerà al posto della l’abbandonata Liquichimica di Saline Joniche. Proprio nei giorni in cui a Copenaghen si discute delle sorti ambientali del pianeta e si cercano soluzioni concrete, in Italia si opta per una centrale elettrica a forte impatto ambientale e dall’alto costo. A rimetterci è ancora una volta la Calabria e probabilmente ad arricchirsi saranno gli stessi che avevano riempito le proprie casse con l’appalto della Liquichimica. Sono tanti i motivi per i quali si era contrari al Centro di Gioia e sono altrettanti quelli che fanno dire no alla realizzazione del Ponte. E sarebbe alquanto grottesco per i calabresi ritrovarsi nuovamente, dopo trentacinque, davanti a Palazzo Chigi per riconsegnare la prima pietra del Ponte. L’appuntamento del 23 dicembre è slittato, per il forfait del convalescente Berlusconi. Forse c’è ancora tempo per bloccare l’idea di sviluppo faraonico imposto dall’alto e iniziare dalle piccole, ma necessarie, infrastrutture interne che, allo stato attuale, in Calabria sono ridotte a brandelli. Un nuovo modello, quello della messa in sicurezza e della riqualificazione del territorio, che il movimento No Ponte ha lanciato, trasformandosi in un autorevole movimento dei molti sì e di un solo no. Un no assoluto: quella prima pietra non la vogliamo.