C’è un tesoro nelle viscere del Tribunale di Catanzaro
C’è un tesoro in fondo al nuovo palazzo di giustizia di Catanzaro, e non è costituito solo dal lavoro di una delle procure più impegnate nel versante del contrasto alla criminalità nel nostro Sud, ma è la documentazione completa di tutti i processi istruiti e svoltisi a riguardo della strage di "Piazza Fontana".
I documenti sono conservati in un centinaio di faldoni suddivisi in quattro archivi: nel nostro capoluogo sono confluiti gli atti di tutto il calvario giudiziario partito dal 1970 per scoprire gli esecutori ed i mandanti della più grande strage che la nostra giovane democrazia ricordi, quel 12 dicembre del 1969, il giorno dell’innocenza perduta, l’inizio della strategia della tensione, una stagione di attentati, innocenti vittime civili e molte zone d’ombra che ancora sono da chiarire.
Sono presenti infatti le istruttorie di Milano, Treviso, Roma, nonché gli atti dei vari spostamenti del processo che col tempo è stato sempre più decentrato ed allontanato dalle piazze calde dell’epoca per motivi di sicurezza, fino ad arrivare nella nostra terra.
Maria Itri una giovane neolaureata di Padova è scesa fino a Catanzaro per studiare questi atti per la sua tesi: "Tutta questa imponente mole di fascicoli giace nei sotterranei del tribunale in un caos primordiale: i faldoni sono confusi tra di loro, solo un volenteroso li ha segnati fuori con un pezzettino di scotch isolante colorato per distinguere le diverse provenienze (Milano azzurro…Roma rosa…), forse può sembrare banale ricordarlo, ma cercare un foglio fuori posto in quattro archivi significa quasi sicuramente averlo perso per sempre".
In effetti oltre alla difficoltà di catalogazione esiste anche un problema di conservazione.
Molti degli atti sono sbiaditi, i reperti fotografici, come ad esempio la famosa controversa foto del riconoscimento di Valpreda, con la quale si cominciò a creare il "mostro", i negativi originali vengono conservati dentro buste inadeguate a proteggere questi beni storici dall’usura del tempo e dell’umidità.
Il problema più grande poi è la completa mancanza di indicizzazione: le relazioni dei servizi sono mescolate alla rinfusa agli atti delle commissioni parlamentari, alle istruttorie, ai reperti.
Inoltre di tutto questo materiale non esiste alcuna copia, solo alcune parti sono state fotocopiate dal giudice Salvini nell’ultimo processo. E gli originali? E gli atti non fotocopiati dalla procura di Milano?
I responsabili della gestione dei processi penali del tribunale di Catanzaro, la dottoressa Allevato ed il dottor Vatrella, hanno a cuore questa documentazione, quel centinaio di faldoni, custodiscono uno spaccato della storia del nostro paese non ancora chiuso: "Abbiamo molte richieste da tutta Italia per visionare e studiare questo materiale, sia da storici, giornalisti, sia da inquirenti e magistrati, e ogni volta è un’impresa, proprio martedì aspettiamo da Brescia un ispettore di polizia giudiziaria per una ricerca."
Basterebbero poche decine di migliaia di euro per archiviare con metodo scientifico e digitalizzare i documenti, in modo tale da poterli tranquillamente consultare senza deteriorarli, garantendo così la conservazione per la memoria e per le future generazioni.
Forse è retorico, ma visto che finora per la strage non c’è nessun colpevole, l’appello infatti ha cancellato la sentenza di condanna per quattro neofascisti in primo grado, sarebbe bello che dopo la magistratura, intenta nella sua ricerca di verità giudiziaria, su questi documenti potessero lavorarci gli storici almeno per una verità storica che restituisca dignità alle vittime, spesso dimenticate, e consolazione ai loro familiari; serve solo un pizzico di interesse e qualche fondo da iscrivere nel bilancio del ministero di grazia e giustizia, pochi soldi per un patrimonio che per la storia contemporanea non ha stima.
Sappiamo che più dei soldi, è indispensabile per un progetto del genere, una precisa volontà politica, da abbinare ad una chiara scelta di civiltà, quella di non dimenticare.
Un’altra occasione per i nostri rappresentanti delle istituzioni per dimostrare uno slancio verso il bene comune, per non costringerci, come gli uomini-libro di Fareneith 451, ad apprendere tutto a memoria per poi narrarlo ai figli, per non rassegnarci all’oblio della memoria.






