A San Luca una rivoluzione rosa
Bassa e tinteggiata di fresco, la casa rosa è protetta da una statuetta della Madonna di Polsi. E dalla dirimpettaia caserma dei carabinieri. Con la sua porta sempre aperta, però, suggerisce di non aver bisogno di tutela, anche se piazzata nel cuore di San Luca, tra i vicoli della capitale morale della ‘ndrangheta, ad un angolo del piccolo slargo dedicato al brigadiere Carmine Tripodi, ucciso dalle cosche.
Nella culla della faida che l’agosto scorso ha fatto strage a Duisburg, in Germania, la sede del movimento delle "Donne di San Luca" prova a raccontare da qualche mese l’altro paese, quello che all’ombra dell’Aspromonte non veste di nero e non grida vendetta. Quello che rifiuta il marchio di inevitabile devianza impresso sulla carta d’identità dei suoi 4mila abitanti.
"Questo è il luogo di un’accoglienza che non fa distinzioni e domande: ci siamo per tutte le donne che hanno grandi drammi sulle spalle o che, semplicemente, non hanno nessuno con cui sfogarsi. Le invitiamo ad uscire di casa e sedersi con noi per ragionare di presente e futuro". Sulla scrivania di Rosa Canale, la 36enne reggina promotrice e presidente del movimento, non c’è solo l’elenco dei tanti dolori da lenire, spalmati prevalentemente tra isolamento e disoccupazione, carcere e cimitero. "Le belle parole non servono, soprattutto tra questa gente che negli anni ne ha sentite pronunciare troppe e non ha mai visto fatti. Bisogna darsi da fare". E infatti, in fuga da Reggio Calabria dopo i calci e i pugni incassati per avere chiuso le porte del suo locale allo spaccio di droga, l’ex imprenditrice ha deciso di ripartire da San Luca soprattutto con progetti da realizzare: una ludoteca per sviluppare i talenti dei più piccoli, strappandoli ai vicoli, una sartoria per mettere a frutto i talenti dei più grandi, strappandoli alla rassegnazione. "Perché è facile dire che qui è tutto ‘ndrangheta mentre non si alza un dito per spiegare, insegnare o mostrare che cos’è lo Stato, tranne che nella sua versione armata. I bambini, spesso traumatizzati dai blitz delle forze dell’ordine, sono trattati come selvaggi perfino a scuola e continueranno ad essere isolati e discriminati nel corso di tutta la loro esistenza".
Animata da una "forestiera", la pink revolution di San Luca, però, non arriva da fuori. Non è sbarcata in paese risalendo la provinciale che cronisti e inviati battono al seguito di maxi-operazioni o stragi, lasciando nei pressi di Bovalino la statale jonica per inoltrarsi lungo la vallata del Bonamico e tra i rami intricati di cognomi, soprannomi, parentele, clan e alleanze. È maturata tra le vecchie case che il sanluchese Corrado Alvaro ricordava "raccolte come una mandria" e i nuovi fabbricati, poveri fuori ma ricchi dentro. Qualche volta poveri fuori e dentro. E’ montata nella stanchezza e nella diffidenza nei confronti di chi, ad intervalli cadenzati da colpi di kalashnikov, riscopre la lombrosiana condanna di San Luca.
"Vengono a rubare il nostro dolore e a sbatterlo in televisione, ma qui il cuore non lo ha mai davvero portato nessuno", ragiona a voce bassa Maria Romeo, mamma di due bambini, un padre ammazzato quand’era piccola, nel movimento dalla prima ora. Sono state proprio alcune madri ad individuare in Rosa Canale, in paese per la realizzazione di un progetto scolastico, l’alleata perfetta con cui tentare la "rivoluzione", ufficialmente dichiarata a gennaio nel corso di un’assemblea aperta a tutte le donne di San Luca. "Lei ci mette l’esperienza, noi la voglia di fare e di dimostrare che qui c’è anche qualcosa di buono, un lato positivo che nessuno ha mai voluto vedere perché qui cercano solo sangue e criminalità". Antimafia da parata compresa. "Arrivano con i cortei e gli striscioni preparati altrove, sfilano per le strade e dopo i soliti appelli spariscono e non li rivediamo più". Semi sprecati in una terra – mai davvero coltivata – che sembra poter dare solo gramigna.
Sarà per questo che quando gli si affibbia l’etichetta di "movimento antimafia" nella casa rosa storcono il naso. "A fare antimafia saranno il lavoro e le occasioni di crescita sociale che saremo capaci di costruire con le nostre mani", puntualizza, infatti, la presidente che nella piccola sede di piazza "Carmine Tripodi", lontano dall’enfasi di microfoni e riflettori, è riuscita in un silenzioso miracolo: raccogliere dalla stessa parte madri, mogli e figlie dei Pelle-Vottari e dei Nirta-Strangio, dei due fronti, cioè, della lunga faida che il 15 agosto 2007, con i sei morti ammazzati davanti al ristorante "Da Bruno’s" di Duisburg, ha sconvolto la Germania e ricordato la ‘ndrangheta all’Italia.
A dirigere la ludoteca che aprirà i battenti nei locali messi a disposizione dall’amministrazione comunale sarà, in particolare, Teresa Strangio, madre del sedicenne Francesco Giorgi, falcidiato nella città renana con Sebastiano Strangio (lo zio materno), Marco Marmo, Tommaso Venturi, Francesco e Marco Pergola. "Lei è la nostra bandiera".
Forte della convinzione che "chi uccide si danna, chi muore va in paradiso", Teresa Strangio ha infatti affrontato i funerali del figlio vestita di bianco, brandendo un inedito perdono e legittimando "emotivamente" la scelta della tregua tra i clan, imboccata soprattutto per ragioni di business dopo gli arresti e il clamore seguiti all’eccidio di Duisburg. In terra di faida, fa notare l’antropologo Vito Teti, "le donne fanno più fatica a perdonare perché questo carico è stato loro imposto da logiche secolari che difficilmente hanno potuto mettere in discussione". Ma Teresa Strangio non ha avuto tentennamenti. "Per i morti non c’era più nulla da fare ma si poteva impedire ai vivi di continuare a insanguinare il paese. Ho pianto in silenzio e alle donne che urlavano ho messo la mano sulla bocca", rievoca pacatamente la donna, significativamente insignita del premio internazionale "Rita da Cascia", la santa delle cose impossibili. Il movimento delle donne di San Luca intende ora tramutare in "lezione" quotidiana la sua scelta, fissarla in esempio da offrire come modello alternativo ai più piccoli. "Perché – ammette Rosa Canale – la vera rivoluzione può partire davvero solo da loro".






