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Quando la politica scoprì la ‘ndrangheta

C‘è stato un momento, una data, un evento in cui la politica scoprì la ‘ndrangheta? E’ difficile stabilirlo perché la scoperta è avvenuta per gradi e per strappi successivi. Sicuramente è arrivata tardi, dopo la mafia e la camorra, sebbene le origini abbiano analogie temporali, per lo più di stampo spagnolesco. Quando si fa riferimento alla politica bisogna intenderla come politica legata ai mass media, perché i due termini vivono in simbiosi nel senso che la politica ha notorietà in quanto considerata dall’informazione. Quest’ultima ha una sua autonomia, tant’è che, quando scopre la ‘ndrangheta, fa fatica, o meglio s’attarda a collegarla alla politica come, invece, è accaduto con la mafia siciliana i cui collegamenti si mostrarono evidenti alla grande stampa nazionale, già dai tempi del separatismo.

Il fenomeno mafioso calabrese è stato, per lungo tempo, considerato una sorta di appendice folcloristica e lombrosiana della criminalità, chiusa nelle gole e negli anfratti aspromontani. Una delinquenza rozza, arretrata, familistica e famelica, legata al sangue parentale, alle roccheforti impenetrabili dei paesi e dei rioni. Circoscritta nella provincia di Reggio Calabria con penetrazioni ed enclavi nella provincia di Catanzaro che assorbiva il Crotonese e il Vibonese. Una mafia che faceva vendere copie di giornali per i quotidiani mattinali di polizia che registravano fatti di sangue in continuazione. Sicché, sulla scia di questa monotona cronologia di efferati delitti, che per lo più rimanevano impuniti, si era andata sviluppando un’assuefazione, una tolleranza e un giustificazionismo che confinava talvolta col negazionismo, che portava a registrare i fatti di sangue con una contabilità da far west, laddove si tifava di volta in volta per lo sceriffo o per il bandito.

Un primo spartiacque di notorietà lo dà il summit del gotha mafioso della montagna di Polsi. E poi il delitto di "u zu ‘Ntoni Macrì", capo riconosciuto della ‘ndrangheta e rispettato come gerarchicamente anche in America da parte di Cosa Nostra. A quel tempo la politica sembra vivere in un vuoto pneumatico. D’altra parte molti mafiosi sono organicamente dentro i partiti, come militanti e come dirigenti. Citiamo due casi emblematici. Antonio Cordì, "u ragiuneri", è consigliere comunale socialista di Locri, e Nicola D’Agostino è sindaco comunista di Canolo. I democristiani e gli altri partiti più piccoli non facevano notizia perché l’inquinamento era già ad uno stadio avanzato. Il voto mafioso e di scambio, oggi divenuto, ahinoi, prassi consolidata, diventava di giorno in giorno, di paese in paese, di provincia in provincia, di partito in partito, dilagante, una piovra silenziosa e invisibile. Mentre la Sicilia saliva agli onori della cronaca nazionale e internazionale per i crimini mafiosi, il malessere calabrese restava ignorato. Dallo Stato e dall’Antistato. Il primo ne ha sottovalutato la portata. Il secondo era felice per questa sottovalutazione. Camminavano inversamente proporzionali. Neppure la stagione dei sequestri di persona smuove qualcosa, tranne il ridicolo invio di reparti speciali che fanno la faccia feroce ai fantasmi. Solo quando per il rapito di turno si mobilita l’indignazione del Nord, lo Stato si muove, sempre goffamente, sino a pagare ingenti e misteriosi riscatti.

Il primo partito politico a sollevare il coperchio è, con qualche ambiguità, il Partito comunista italiano che, però, non affonda i colpi. Il primo uomo politico calabrese a cominciare a parlare di antimafia con una certa assiduità è il deputato socialista Salvatore Frasca. Il quale, però, venendo da Cassano allo Ionio, a quel tempo non ancora inquinata dalla mafia, parlava con trasporto ma con poco competenza e conoscenza. Tipica dell’antimafia del giorno dopo. Non che non ci fossero altri singoli e solitari interventi, ma non c’era una forza che batteva il chiodo con la potenza necessaria. Ed intanto, silenziosamente, al riparo dei riflettori le nostre ‘ndrine crescevano e si moltiplicavano, fiorendo anche in quei luoghi che erano considerati isole felici. Come Catanzaro e Cosenza. A dire il vero il Consiglio regionale si pose questo problema, senza ottenere alcun risultato pratico. Istituì anche una Commissione regionale antimafia, presieduta dal democristiano di Locri Pasquale Barbaro. Ma a quell’organismo non si poté muovere alcun appunto giacché, nel frattempo, la sorella maggiore, la Commissione parlamentare antimafia, ritenuta da molti la cosa più inutile esistente sulla faccia della terra, produceva aria fritta.

Ma il Consiglio regionale della Calabria, pur in presenza della questione ancora calda della "Rivolta di Reggio", cercò di studiare il fenomeno mafioso e di porvi rimedio. Il 10 aprile 1976 si aprì a Reggio Calabria la prima Conferenza promossa e organizzata dal Consiglio regionale della Calabria chiamata "Mafia Stato Società". Presidente della giunta regionale era il democristiano Pasquale Perugini (padre dell’attuale sindaco di Cosenza), mentre il padrone di casa era il presidente dell’Assemblea, il socialista Consalvo Aragona, gentiluomo e medico di Cosenza. La Conferenza durò tre giorni e gli atti furono pubblicati dalla Lerici, una casa editrice vicina all’onorevole Giacomo Mancini. Il parterre degli oratori fu di tutto rispetto, sia per qualità sia per rappresentatività. Tra i giornalisti e scrittori, i cosiddetti "mafiologi", ci furono Orazio Barrese, Luigi Malafarina, Michele Pantaleone; gli avvocati Luigi Gullo, Mario Casalinuovo, Francesco Martorelli, Alberto Panuccio, Fausto Tarsitano, Aldo Verduci. Il giudice della Corte costituzionale Alcide Malagugini. I magistrati Romano De Grazia, Giuseppe Gambino, Giovanni Montera, Giovanni Pileggi, Silvia Pomodoro, Giuseppe Tuccio. Il sindaco di Milano Aldo Aniasi, il consigliere regionale della Lombardia Mario Capanna. I professori Gaetano Cingari, Pasquino Crupi, Giuseppe La Cute, Gilbero Lozzi, Roberto Martucci. Ci fu anche una contestazione clamorosa attraverso una lettera di rifiuto da parte di quattro magistrati della Procura generale di Catanzaro, che era allora unica in Calabria. Questo il testo della lettera:

Ill.mo Sig. Presidente

Dr. Consalvo Aragona

Consiglio regionale della Calabria

I sottoscritti Dr. Bruno Sgromo, dr. Francesco Belmonte, Dr. Paolo Scopelliti e Dr. Guido Neri, Magistrati in atto presso questa Procura Generale della Repubblica di Catanzaro, ringraziamo la S.V. del cortese invito di partecipazione alla Conferenza in oggetto che si terrà il 10, 11 e 12 aprile veniente, ma restituiscono gli stessi inviti spiacenti di non poter intervenire dato che il qualificato esponente della sua parte conduce attualmente una campagna denigratoria contro la Magistratura Calabrese ed in particolare contro questa Procura Generale.

Saluti,

Il "qualificato esponente" era Giacomo Mancini che in vita sua, nel bene e nel male, non ebbe mai peli sulla lingua. Mancini inviò una lettera alla Conferenza nella quale rispose ai magistrati aventiniani. Ad un certo punto la comunicazione recita:

«Con l’occasione non posso però non esprimere la mia valutazione negativa e critica nei confronti dell’iniziativa del procuratore generale di Catanzaro nell’imminenza del convegno avente chiaro proposito di inserire motivi gravi di tensione e di lacerazione nel dibattito democratico, evitando così gli approfondimenti reclamati e ritenuti necessari dall’opinione pubblica calabrese nei confronti degli organi dello Stato e il proficuo confronto tra le diverse impostazioni e valutazioni provenienti da diversi settori».

La Conferenza "Mafia Stato Società"si tenne altre due volte, il 1983 e il 1989. In tono minore finché l’interesse scemò sino ad esaurirsi completamente. Il buio tornò ad avviluppare la Calabria.

Considerazione finale dal versante della comunicazione. Ancora una volta la teoria di Marshall McLuhan secondo cui "il mezzo è il messaggio" ha trovato applicazione in un ambito ancora poco esplorato. Per esempio, quello del contrasto ai fenomeni sociali legati alla criminalità organizzata. Ad osservare il nuovo lessico etico dell’antimafia c’ha pensato il giornalista Mariano Maugeri de "Il Sole 24 Ore" che è intervenuto tempo fa per annotare come in Sicilia si stiano verificando mutamenti significativi nella comunicazione istituzionale. L’autore, partendo da una dichiarazione del presidente degli industriali siciliani, Ivan Lo Bello: «Lo Stato c’è. E sta facendo un lavoro favoloso. Niente più alibi per chi non si ribella», ha visto in questa dichiarazione apparentemente generica una svolta nella lotta alla mafia. E, nei limiti della sua applicabilità, ha fatto bene a farla. C’è anche da ricordare come nell’isola siano accaduti di recente fatti di ribellione anti-racket da parte di alcuni imprenditori, una circostanza questa colta subito dal presidente Montezemolo che ha preso le distanze da quegli industriali felloni, persino addintandoli pubblicamente, che, o per paura o per collusione o per indolenza, si siano resi complici degli ambienti malavitosi.

Maugeri è intervenuto per comparare il linguaggio "nuovo" usato dall’imprenditore che, invece di fare la lagna contro lo Stato assenteista, si è affiancato ad esso riconoscendone gli sforzi e i meriti, con quello sfuggente della tradizione omertosa. Comparazione che si è anche estesa nel confronto con il lessico ancora tartufesco della politica. E qui Maugeri ha citato l’esempio del governatore Cuffaro che, forse non creduto da nessuno, ha detto tempo fa: «La mafia fa schifo». Sembra di trovarsi di fronte ad una rivoluzione semantica perché, ha fatto notare l’articolista del Sole, Lo Bello, agli occhi dell’opinione pubblica, diventa credibile nel momento in cui rompe l’archetipo. E a differenza dei politici che stancamente parlano una lingua convenzionale, fatta di luoghi comuni, retorica e quant’altro. Da qui il riferimento a MacLuhan per l’efficacia del medium su ogni altra cosa.

E qui il discorso si allarga e si esporta, solo che se ne voglia cogliere la portata di novità. Qualunque cosa si dica sul tema mafia/antimafia può aver presa sulla gente comune se possiede in sé una percezione di credibilità, e per essere credibile il messaggio deve giungere inatteso, non deve essere sospetto, non drogato da eventuali riserve mentali e non esplicitato dai soliti noti. E poi, naturalmente, occorrono comportamenti consequenziali, segnali precisi, verificabili.

Conosciamo l’obiezione: nessuno vuole fare il pifferaio o, peggio, l’eroe, anche perché ci sono esempi dolorosi vissuti da imprenditori coraggiosi come Pino Masciari. E tuttavia si potrebbe ipotizzare, tanto per iniziare, una linea di condotta di questo tipo: tutti quelli che parlano ogni giorno di anti-‘ndrangheta, a meno di non riferire informazioni importanti e misurabili, dovrebbero astenersi per un lungo periodo dall’esternare le solite giaculatorie. Insomma, una bella moratoria per disintossicare l’ambiente, togliendo il cerume mediatico dalle orecchie dei cittadini. Un silenzio programmato, ovviamente sui commenti superflui e non sulle notizie che sono sacre e doverose, che dovrebbe essere colmato da chi, come l’imprenditore Lo Bello, introduca elementi di novità nel lessico etico dell’antimafia.

Stiamo babbiando? Può darsi. Ma un anno sabbatico per i professionisti dello sproloquio – e solo per essi s’intende – non sarebbe male.