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Il sistema Reggio e i manifesti tra le macerie

REGGIO CALABRIA – Intanto il linguaggio. I "nemici" di Reggio. La "guerra" dei manifesti. Impastato di retorica stantìa e metafore belliche, perfino il vocabolario del dibattito che in questi giorni sta imperversando a Reggio Calabria, in mezzo a non poca isteria, tradisce un malessere ben più grave e profondo dell’oggetto al centro del contendere.

Vogliamo proprio giocare ai soldatini? Giochiamo: la città è già caduta, è caduta da tempo, lentamente e in silenzio; dall’interno, e pezzo dopo pezzo, hanno fatto a brandelli il suo tessuto sociale, economico e culturale. Le sentinelle che oggi, non importa con quanto tasso di buona fede, gridano contro il "nemico" alle porte, sbagliando pure ad identificarlo, smettano di fissare l’orizzonte, come Drogo dalla fortezza Bastiani, e si guardino in giro con più attenzione: capiranno che stiamo affiggendo manifesti in mezzo alle macerie. Dove sarebbe più sensato parlare di ricostruzione, piuttosto che di "campagna di diffamazione". Dove sarebbe più onesto parlare di responsabilità, omissioni e distrazioni, piuttosto che consolarsi sotto la coperta calda delle "bellezze naturali" e delle "eccellenze".

Tra le pieghe delle inchieste che in questi ultimi anni hanno riguardato Reggio Calabria, c’è qualcosa di meno plateale ma, a nostro parere, forse più drammatico dei nomi dei consiglieri comunali arrestati o delle infiltrazioni della ‘ndrangheta all’interno delle società partecipate del Comune. Qualcosa che non basterà una decisione del Viminale a sanare, perché il marcio di Palazzo San Giorgio non è tutto il marcio che c’è in Danimarca. C’è la fotografia di una città un po’ complice, po’ cialtrona, amica dei propri interessi, e nemica della propria dignità. La città dei primari che falsificano i certificati medici per gli ‘ndranghetisti, degli architetti e geometri che "governano" l’urbanistica cittadina a colpi di mazzette, dei commercialisti e avvocati che ripuliscono e investono i soldi delle cosche, degli imprenditori che intrallazzano e falliscono, ma solo per risorgere altrove, e con fondi sempre freschi, dei docenti universitari che facilitano la carriera di studenti figli di boss, dei titolari di scuole private che garantiscono la promozione in cambio del voto. La città dei preti rinviati a giudizio per falsa testimonianza in favore degli ‘ndranghetisti. La città dei magistrati che, ridendo, dicono che nella vita gli ‘ndranghetisti avrebbero dovuto fare. No, Reggio non è una città normale. E, tranne poche eccezioni, non ha aiutato a renderla, o a farla sembrare tale, la silenziosa comprensione di ordini e associazioni di categorie, trincerati dietro l’immagine autoassolutoria delle poche mele marce, ché tanto, lo sappiamo, non bisogna mai generalizzare. No, Reggio non è una città normale. E a renderla, o a farla sembrare tale, non basteranno nuovi inquilini di un altro colore politico a Palazzo San Giorgio: per crederlo dovremmo fingere di non sapere cos’è davvero il sistema Reggio, il suo trasversalismo, il suo ecumenico mettere insieme, la sera, in certi salotti e allo stesso tavolo, tutto e il contrario di tutto, annullando presunti steccati ideologici nel nome di "interessi" superiori. E noi non fingiamo di non sapere.

Reggio, soprattutto, non è una città normale perché da Reggio il ventenne con il diploma, e senza santi o santini, che non è
già scappato via, pensa ogni giorno a come e quando farlo. O se possa avere un senso non farlo.

Abbiamo deciso di riproporre in home-page le carte giudiziarie di alcune delle inchieste che negli ultimi tre anni sono entrate a Palazzo San Giorgio, ma anche negli studi dei professionisti reggini, nelle sedi delle società partecipate, negli uffici che, con pochi scrupoli e molta fantasia, decidono nascita e morte di aziende, stipendio o disoccupazione per centinaia di lavoratori. Leggiamole con pazienza e attenzione. Sono il punto di partenza per qualunque ragionamento. Purchè non si preferisca spartirsi le macerie.

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