Omicidio Musolino, la Procura riapre le indagini
REGGIO CALABRIA – "La sete di giustizia riguarda non solo noi, ma tutta la Locride, anzi tutta la Calabria, meglio l’Italia intera. Si, perché la prospettiva di rinascita del Sud Italia in generale, e della provincia di Reggio Calabria in particolare, non può che passare dal corretto e civile funzionamento delle istituzioni e del potere giudiziario soprattutto". Qualche tempo fa Domenico Musolino commentava con queste parole lapidarie il torpore giudiziario attorno all’omicidio irrisolto del fratello Antonio, ucciso il 31 ottobre del 1999 a Benestare. Un caso irrisolto. Uno dei tanti. Archiviato perché il gip di Locri non aveva riscontrato un quadro indiziario tale da dimostrare la responsabilità degli indagati. Totò, come lo chiamavano in paese, era un imprenditore di razza, amante del suo lavoro e della sua terra. Era instancabile e con la schiena dritta: aveva denunciato e fatto arrestare chi gli aveva chiesto il pizzo.
L’omicidio e le indagini – Quella sera si trovava all’interno del suo frantoio quando, intorno alle ore 21.00, un "uomo tozzo, testa grossa e squadrata, di carnagione scura e brutto come un diavolo" a bordo di una Fiat Uno di colore grigio, guidata da un complice, lo freddò a colpi di lupara. A quasi tredici anni dall’omicidio, e ad un anno esatto dall’accorato appello del fratello, il velo di fitto mistero sul caso Musolino potrebbe finalmente cadere. Il sostituto procuratore di Locri, Rosanna Sgueglia, ha infatti chiesto la riapertura delle indagini al fine di eseguire ulteriori accertamenti e verifiche nei confronti dei tre ex indagati: Francesco Ietto, Domenico Strangio e Francesco Perre. Tante, troppe, infatti, le circostanze "anomale" ancora da chiarire. A partire da quanto avvenne la sera dell’agguato. Era domenica e a Benestare tutti si erano accorti di una Fiat Punto con a bordo due individui con il volto seminascosto da cappelli con lunga visiera. Una presenza sospetta segnalata alle forze dell’ordine già intorno alle 17.00. Pochi secondi dopo l’assassinio, spostandosi ad alta velocità dal centro cittadino verso il cimitero, l’auto avrebbe incrociato una volante della Polizia che incredibilmente avrebbe fatto sfilare via i killer. Nonostante i colpi di fucile, le segnalazioni, il diritto di precedenza in un tratto a senso unico alternato, la velocità con cui procedeva la vettura, e il passamontagna indossato dagli occupanti. La Fiat punto sparirà, imboccando la strada verso il cimitero. Gli agenti sarebbero andati a cercarla, alcuni minuti dopo e nella direzione opposta.
Le domande senza risposta – "Perché tutto questo?", si chiede da 13 anni la famiglia Musolino. Tanti gli interrogativi che accompagnano anche la riapertura delle indagini cui potrebbe aver dato impulso l’arresto, dopo 12 anni di latitanza, di Francesco Perre, condannato a 28 anni di carcere per il sequestro Sgarella. Una cosa è certa: il fascicolo è rimasto di competenza della Procura di Locri. Una circostanza, quella della mancata trasmissione degli atti alla Dda di Reggio nonostante le chiare modalità mafiose dell’omicidio e l’appartenenza dei tre indagati a contesti criminali, che ha suscitato negli anni la perplessità della famiglia Musolino, sconcertata anche dalla sparizione dal Tribunale di Locri di alcuni importanti reperti sequestrati dai carabinieri: il cappellino con visiera indossato da uno degli assassini e il telo da spiaggia utilizzato per occultare il fucile. "Com’è potuto accadere?", chiedono e si chiedono i familiari dell’imprenditore la cui ditta, ai tempi dell’omicidio, risultava impegnata in tre importanti commesse pubbliche: le Poste di Castrovillari, il Centro disabili di Condassondolo di Siderno e infine il recupero di edifici pubblici a Careri e Natile.






