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Locride, la storia senza i fatti – di Rocco Palamara

Mi capita quasi ogni sera di arrabbiarmi vedendo come nelle televisioni mandano in onda film con superuomini o addirittura alieni protagonisti di storie fuori della realtà. Storie fantasmagoriche che non apportano alcun insegnamento e che tuttavia piacciono ai giovani, indotti a quel gusto di cose perché a qualcuno interessa deviarli dalla concretezza. Mi è capitato però ultimamente di vedere anche nella esacratissima televisione pubblica due vicende che insegnano qualcosa ed inducono a pensare. Mi riferisco al film su Paolo Borsellino e al funerale di Placido Rizzotto.
Sulla storia di Borsellino: per il fatto che finalmente viene superata la retorica dello Stato benigno che combatte imperterrito il "Male", e dove invece si vedono carabinieri e giudici coesi con la mafia stessa, come è stato nella realtà (ricordiamoci come il "ricercatissimo" Totò Riina abitava tranquillo al centro di Palermo). Una verità caparbiamente taciuta ma che finalmente persino la televisione pubblica ha dovuto divulgare. Segno che con la storia bisogna fare i conti, prima o poi.
Dello stesso tenore l’altra specie di "mea culpa" dei governanti, con i funerali di Stato ai resti di Placido Rizzotto, assassinato dai mafiosi di Luciano Liggio e del medico Navarra nel dopoguerra; e della cui morte il governo dell’epoca ed i successivi sono stati oggettivi responsabili, garantendo in seguito anche impunità agli assassini. Dopo 65 anni da quei fatti le ossa di maro Placido sono stati recuperati dalla forra della Rocca Busanbra presso Corleone, dove tutti sapevano ma che nessuno si curava di andare a raccogliere.

Ma veniamo alla nostra Calabria, dove ultimamente ci sono stati due avvenimenti importanti. Il primo del 17 Maggio, con il convegno di Locri sul tema "Siamo tutti ‘ndranghetisti?", e il secondo per la commemorazione di Giovanni Falcone, con la manifestazione a Reggio il 22 dello stesso mese. Quest’ultima è stata talmente acclamata che nella lista dei soggetti promotori possiamo trovare persino quello intitolato a mons. Giovanni Ferro, il vescovo barricadiero e protettore di mafiosi negli anni ’50. La qualcosa ci introduce sul merito delle cose trattate nel convegno di Locri, rinforzando i sospetti sull’abuso dell’antimafia di maniera, giustamente criticata e oggetto stesso della discussione.

Si sa, succedono tante cose strane dopo ogni "8 settembre" o quando a difendere la Bastiglia ci sono solo 6 gendarmi sfigati. E allora, entrando nella questione, con una ‘ndrangheta alle corde (piegata dalla galera e dalla confisca dei beni) è anche il caso di guardare oltre e (memori di come dopo l’ Ancien Regime è in agguato la Palude e la Restaurazione) andare al di là delle mere polemiche e spenderci direttamente per un antimafia costruttiva, in cui noi calabresi siamo finalmente soggetti e non oggetto dell’analisi sulla questione. E se no, di che ci meravigliamo se a rappresentare l’antimafia per la Calabria c’è qualche utile ignorantello bramoso di pubblicità e dei magistrati?
Quindi cominciamo con una critica a noi stessi (gli "intellettuali" calabresi), se per la nostra inerzia siamo rimasti al traino delle altrui impostazioni: cercando di produrci, almeno per il futuro, in azioni appropriate alla realtà che noi (e solo noi) conosciamo molto bene. In ciò tenendo bene in vista lo scopo che è quello di trarre un utile e non un disutile per la nostra comunità. Perché, come è vero che non tutti noi calabresi siamo ‘ndranghetisti e che i gestori dell’antimafia ufficiale hanno le loro colpe, bisogna anche dimostrare di saper fare meglio di essi; a cui pur tuttavia non possiamo non riconoscere di averli lasciati soli in prima linea, coprendoci dietro di loro.

Rifuggendo dal nuovo conformismo e guardando in faccia i fatti, cominciamo col far valere come non è affatto vero che prima del ventennio d’oro ‘ndranghetista ci fosse legalità in Calabria: non c’è mai stata! L’Illegalità e l’abuso sono sempre stati esercitati come sistema di governo da forze affini allo stesso, nell’ordine: dai baroni con le loro sgherraglie; dai fascisti delle squadrette e, nei periodi di mezzo o in cogestione, dai "galantuomini" e dagli stessi funzionari dello Stato. Solo per ultimo su tutti loro è prevalsa la ‘ndrangheta, nel periodo in questione. Per cui non basta solo dare in testa agli ‘ndranghetisti in difficoltà per sradicare il malaffare dalla Calabria; che è in definitiva la cosa che ci deve interessare di più.

Se l’antindrangheta come è adesso produce vuota retorica e alimenta il razzismo contro tutti i calabresi è giusto prendere atto e fare qualcosa; solo che non credo sia faccenda, con tutto il rispetto, di Guru illuminati e illuminanti, come si vorrebbe dal convegno di Locri. Senza andare a sindacare sul perché taluni di questi hanno aspettato tanti anni prima di occuparsi del problema, non credo ai novelli San Michele Arcangelo che con la lama del loro genio riescono a dividere il giusto dall’ingiusto per dirci finalmente cosa fare.

Ma io credo anche nell’impegno delle persone e non voglio troppo diffidare per cui ben venga chiunque se vuole fare del nuovo e del meglio, veramente. Una tra le prime cose da fare (fondamentale) sarebbe di andare rilevare la storia dell’antimafia in Calabria; cosa che finora è, quando non del tutto ignorata, impostata sulla faziosità. E non è possibile costruire sul vuoto e sulle omissioni.
Vediamo dunque se anche per la Calabria si vanno a cercare nella sua Rocca Busanbra le ossa (in senso metaforico) dei morti dimenticati e le storie degli antimafiosi scomodi; coloro che primi fra tutti anno iniziato la lotta.

Poi passiamo veramente ai fatti concreti: andiamo, ad esempio, a sviscerare su due autentiche spine nel fianco della Locride di cui nessuno vuole andare a sindacare e che pur tuttavia sussistono in tutta la loro valenza mafiosa e criminale. Una di queste è la gestione stessa del Tribunale di Locri, oggettivamente responsabile dell’impunità mafiosa nei decenni passati; l’altra è quella delle nostre fiumare che a suo tempo, ormai 40 anni fa, lo Stato (come il Re ai baroni, suoi fedeli servitori) ha dato in gestione ai vari capondrina della costa Jonica, per il prelievo della sabbia e i loro impianti di betonaggio. Nel primo caso mi risulta che giudici squalificati siano ancora in attività e nel secondo caso che i parenti dei mafiosi, sebbene condannati, li gestiscano ancora controllando di fatto per intero il settore delle costruzioni. Se si è migliori degli altri bisogna cominciare da qua, poi ne possiamo ancora parlare.