Mazzette, alibi e quel permesso di esistere
REGGIO CALABRIA – In un’intervista televisiva del 1976, il mugnaio di Gioiosa Jonica Rocco Gatto fu perentorio: "Non pagherò mai la mazzetta: lotterò fino alla morte". Nel 2009, trentatrè anni dopo, in un’aula del Tribunale di Lamezia Terme l’imprenditore Rocco Mangiardi non ha lasciato spazio a dubbi: «Io non voglio pagare gente che non lavora per me, e che so che userà i miei soldi per comprare proiettili, bombe e benzina". Qualunque ragionamento su racket e antiracket in Calabria deve cominciare da qui. Dai nomi e dalle storie dei calabresi che non hanno voluto pagare il permesso di esistere, lavorare e vivere da cittadini liberi. Sono tanti e troppe volte dimenticati nelle analisi frettolose di chi, per amnesia, faciloneria o cattiva fede, alimenta l’immagine di una terra ineluttabilmente silenziosa e sottomessa. "Un gruppo di commercianti ed artigiani del paese si è presentato in Commissariato una sera: le denunce vennero fatte per iscritto. Non riuscivo a credere ai miei occhi". Succedeva a Cittanova nel 1991. Le denunce furono confermate in Tribunale, fecero fioccare condanne contro la cosca dei Facchineri e gettarono le basi per la nascita dell’Acipac, con quella di Capo d’Orlando la prima associazione antiracket d’Italia. Insomma, c’è anche una Calabria che ha detto e dice "no" alla mazzetta: ha i suoi martiri non abbastanza rispettati nell’esempio di dignità (ricordiamo, tra gli altri, Rocco Gatto, Cecè Grasso, Nicodemo Panetta, Antonino Polifroni), ha i suoi testimoni ostinati e anche i suoi faticosi tentativi di fare rete (citiamo, tra tutti, la campagna "ReggioliberaReggio. La libertà non ha pizzo"). Una premessa obbligatoria, la nostra, per ragionare del presente, e delle sollecitazioni offerte dalla cronaca di questi giorni, su basi più stabili di quelle garantite dalle mistificazioni e mezze verità che accompagnano sempre le storie di Calabria.
Il presente è contrassegnato, sul piano giudiziario, dalle inchieste della Dda di Reggio Calabria che chilometro dopo chilometro, cosca dopo cosca, competenza territoriale dopo competenza territoriale, hanno liberato in questi mesi i cantieri della Sa-Rc (operazioni "Cosa Mia" e "Alba di Scilla"), della statale 18 e della statale 106 (operazione "Affari di famiglia") dalle pressioni estorsive della ‘ndrangheta, legate ad una rigida suddivisione del territorio e delle sue attività economiche. "Dal km 6 fino a semaforo di Pellaro è di competenza mia, dal semaforo di Pellaro fino al km 22 la competenza è divisa a metà tra la mia famiglia e un’altra famiglia, dal km 22 fino al km 31 la competenza è delle persone che hai concontrato la scorsa volta", spiegava ad un geometra siciliano un emissario dei clan di Reggio. La bonifica metodica ed efficace eseguita dai magistrati, però, solo in rarissimi casi (la Cogip di Tremestieri e la Consolidamenti speciali srl di Catania) ha potuto contare sulla denuncia e la collaborazione delle imprese intimidite a colpi di mezzi bruciati e raid sui cantieri. Da qui l’invito lanciato, nel giorno degli arresti dell’operazione "Alba di Scilla", dal procuratore aggiunto Michele Prestipino. In sintesi, noi magistrati e forze dell’ordine abbiamo fatto la nostra parte, ora tocca a voi imprenditori. Un appello, che qui riprendiamo, a spazzare via tutti gli alibi, a partire da quelli dettati da mere ragioni di convenienza.
"Ho inserito una nuova riga, cioè…in cui ho messo un costo fittizio di stima di un 3% sui ricavi e l’ho chiamato costo sicurezza Condotte-Impregilo", annunciava nel 2004 al telefono il capo area per la Calabria di Condotte, general contractor con Impregilo dei lavori di ammodernamento della Sa-Rc: la mazzetta imposta della ‘ndrangheta, e fissata nel 3% del capitolato, era stata incorporata nelle pieghe del bilancio come tassa ambientale. Alzando le spalle e abbassando la testa si evitavano così disguidi sul piano dell’andamento dei lavori e dei costi, ma si producevano guasti profondi su quello della democrazia e dei diritti. La comoda convivenza con la richiesta di mazzette, scelta troppo spesso in Calabria soprattutto dalle grandi imprese, ha infatti foraggiato in questi decenni, anche sul piano del consenso e dell’immaginario mafioso, la "signoria territoriale" ‘ndranghetista, facendo sentire e sembrare ancora più soli i piccoli imprenditori e commercianti che invece sui territori delle cosche avevano scelto di denunciare. Un approccio irresponsabile che ha goduto per troppi anni del complice silenzio delle associazioni imprenditoriali. Un approccio irresponsabile che oggi, dopo la nuova stagione avviata dalla Confindustria siciliana, le risposte credibili di magistratura e forze dell’ordine e i fermenti che provengono dal territorio, riteniamo non debba più avere diritto di cittadinanza. Anche nel nome dei calabresi che per il loro "no" hanno pagato il prezzo più caro.






