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L’unità della ‘ndrangheta da Montalto a Crimine, 40 anni di tentativi

REGGIO CALABRIA – "Qui non c’è ‘ndrangheta di Mico Tripodo, non c’è ‘ndrangheta di ‘Ntoni Macrì, non c’è ‘ndrangheta di Peppe Nirta! Si dev’essere tutti uniti, chi vuole stare sta e chi non vuole se ne va" (Summit di Montalto, Peppe Zappia, 26 ottobre 1969).

"Con l’avvento della Cupola si poteva tenere a stretto contatto tutte le famiglie e avere il pieno controllo del territorio e di tutte le attività illecite (…) della ‘ndrangheta nell’intera provincia e neanche…non solo in Italia, ma anche all’estero" (inchiesta "Olimpia", Filippo Barreca, 10 ottobre 1997).

"Siamo tutti uomini dello stesso modo…siamo tutti del crimine…criminali" (inchiesta "Armonia", intercettazione 28 maggio 1998).

"Nessuna persona può agire per dire…che non c’è il discorso unitario" (inchiesta Crimine, telefonata di Domenico Oppedisano, 3 luglio 2009).

Come un fiume carsico che nessuna sentenza ha portato in superficie, ipotizzata a più riprese e regolarmente bocciata nelle aule di Tribunale, l’unitarietà della ‘ndrangheta ha attraversato 40 anni di storia criminale calabrese e di maxi-processi contro le cosche. Definita, tutt’al più, come un’aspirazione strategica, un provvisorio momento di raccordo o una tendenza embrionale, l’organizzazione unitaria della ‘ndrangheta è finora sfuggita al riconoscimento più importante, quello del giudice. Non un semplice cavillo, o un astratto esercizio giuridico: certificare processualmente l’esistenza della ‘ndrangheta, e non doversi più accontentare, com’è avvenuto finora, di quella delle singole organizzazioni criminali "di tipo ndranghetistico" rappresenterebbe un passaggio dalle pesanti conseguenze. Permetterebbe, come rilevato dal procuratore aggiunto Michele Prestipino nella requisitoria al processo Crimine, "di evitare il grave rischio di una visione parcellizzata, frammentaria e localistica della ‘ndrangheta, una visione che non ne ha fatto apprezzare la reale forza complessiva in termini di legami e connessioni con il mondo "altro", sia che si tratti di pezzi delle istituzioni, sia che si tratti di settori dell’imprenditoria, sia infine che si tratti di appartenenti al mondo della pubblica amministrazione o della politica". Ma sarebbe anche il traguardo di 40 anni di tentativi.

I primi processi – Al summit di Montalto, il 26 ottobre 1969, di unitario ci sono sicuramente lo spirito e l’invito del vecchio boss di San Martino di Taurianova, Peppe Zappia: "Si deve essere tutti uniti". I presenti arrivano da tutta la provincia. In settantadue, dopo il blitz delle forze dell’ordine guidato dal commissario Alberto Sabatino, finiranno accusati di associazione a delinquere di fronte al Tribunale di Locri. "La riunione tenutasi la mattina di domenica 26 ottobre 1969 in loc. Serro Juncari di Montalto, nel cuore dell’Aspromonte, fu certamente l’assemblea della malavita della provincia di Reggio Calabria, manifestazione tutt’altro che solitaria dell’attività illecita multiforme, tipica di quell’associazione articolata ed efficiente che è la malavita stessa" (sentenza del Tribunale di Locri del 2.10.70, pg.85). Una vecchia tradizione, quella degli incontri "plenari", utile a gettare le basi per quel "consorzio" o "federazione" delle cosche che il Tribunale di Reggio Calabria dà come elemento processualmente acquisito il 4 gennaio 1979. La sentenza è quella del processo ai "Sessanta" e i cognomi degli imputati – dai Piromalli ai Pesce, dai De Stefano ai Mammoliti – comprendono l’intera geografia criminale del Reggino. "Non è azzardato affermare – si legge nella sentenza – che esiste proprio una superassociazione per delinquere (società delle società) di cui proprio l’attuale processo ha registrato la presenza". Dunque, fatta salva l’autonomia e la sovranità territoriale delle singole cosche, e in risposta ai mastodontici flussi finanziari in arrivo verso la Calabria, negli anni Settanta la ‘ndrangheta getta le basi di stabili "sinergie criminali".

"Come i carabinieri" – Ascoltato nel dicembre 1984 dal sostituto procuratore Salvatore Boemi, il pentito o "meglio collaboratore della giustizia umana" Pino Scriva lamenta una certa difficoltà di comprendonio da parte dei magistrati. Gli ‘ndranghetisti? Come i carabinieri. Ci sono le stazioni, le compagnie, i comandi ma l’Arma resta sempre una. "Intendo a questo punto sottolineare un concetto da me più volte espresso e non ben recepito dai magistrati che hanno della ‘ndrangheta un’immagine non rispondente del tutto a quella reale – bacchetta il pentito rosarnese – Voi giudici parlate spesso di cosche (cosca Pesce, cosca D’Agostino…) divise e separate con riferimento agli ‘ndranghetisti. Questo è sbagliato. Io, al contrario, ho cercato di farvi comprendere che i mafiosi di uno stesso paese fanno parte di una stessa famiglia (…) come due o più carabinieri della stessa compagnia possono non andare d’accordo, ma non per questo fanno parte di due diverse associazioni divise e separate…".Ma Pino Scriva (le sue dichiarazioni sono alla base del maxiprocesso Giuseppe Piromalli più 138 noto come il processo alla "Mafia delle Tre Province" partito nel 1983 e arrivato a sentenza definitiva nel 1997), anche su questo, non sarà creduto.

Il maxiprocesso Olimpia – Sarà sempre attraverso le dichiarazioni di altri pentiti – Giacomo Ubaldo Lauro e Filippo Barreca – che la Dda di Reggio Calabria cercherà di superare la lettura "federalista" della ‘ndrangheta, ipotizzando in sede processuale un’organizzazione verticistica dell’organizzazione criminale calabrese. Tra i capi d’imputazione contestati nell’inchiesta Olimpia ai boss del Reggino c’è anche quello di aver "promosso, costituito e composto, tra loro associandosi, un organismo decisionale verticistico all’interno della associazione mafiosa denominata "COSA NUOVA", avente il compito di assumere le decisioni più importanti nell’ambito della attività criminale di "COSA NUOVA", di risolvere le più gravi controversie insorte tra le varie cosche facenti parte della predetta, di tenere i rapporti con le altre organizzazioni criminali nazionali ed internazionali (…)". Ma "Cosa nuova" naufraga in aula: la Corte d’Assise (1999) e la Corte d’Appello (2001) non riterranno l’esistenza del superorganismo supportata da prove. Ci riproverà, la Dda di Reggio Calabria, con l’inchiesta "Armonia" concentrata sulle cosche della Locride e partita dalle indagini dedicate alla cattura del boss di Africo Peppe Morabito "Tiradrittu". Non avrà più fortuna. Anche questa volta l’ipotesi dell’esistenza di una cupola mafiosa (la Provincia) che sovrintende e dirige l’attività delle cosche non viene ritenuta sufficientemente provata. Nella loro sentenza del 2002, però, i magistrati della Corte d’Appello di Reggio Calabria offrono alcuni spiragli, "aprono" alla possibilità: "Quel "fenomeno evolutivo di tipo piramidale" di cui si parla negli atti giudiziari non consiste in un’elegante esercitazione dialettica, ma tratteggia invece, in maniera incisiva, un’allarmante realtà mafiosa in continuo divenire". Dunque un processo embrionale, ma non ancora realizzato.

CRIMINE – "Gli elementi acquisiti nel corso della presente attività di indagine – si legge nel decreto di fermo dell’inchiesta "Crimine" firmato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, dai procuratori aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri e dai sostituti procuratori Maria Luisa Miranda, Giovanni Musarò e Antonio De Bernardoconsentono di approfondire in maniera esaustiva "la questione fondamentale dell’unitarietà dell’organizzazione" e di affermare con certezza quello che già si era intuito nelle sentenze e nelle indagini finora analizzate: la ‘Ndrangheta è un’organizzazione unitaria governata da un organismo di vertice, la Provincia". Rischia di essere la volta buona.