Donne di ‘ndrangheta sospese tra onore e libertÃ
Il cerchio si è rotto. Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola e Lea Garofalo adesso, grazie all’iniziativa del Quotidiano della Calabria e al suo direttore Matteo Cosenza, sono diventate l’immagine di una Calabria combattiva, che ha la forza di scegliere la legalità. L’8 marzo sarà, dunque, per la Calabria onesta non un traguardo da raggiungere, ma un punto da cui partire.
Occorre allora capire cosa sta accadendo tra le donne di ‘ndrangheta, sospese tra onore e libertà. Alle donne di ‘ndrangheta sempre di più è concesso svolgere attività criminiali, gestire affari e sostituire temporaneamente i loro uomini, come testomoniano molte inchieste giudiziarie. Ma ciò che fornisce la basa all’emancipazione – vale a dire la possibilità di poter dire io e di poter dire no- è rigidamente vietato dall’ordinamento mafioso. Chi si oppone è contro. Lo sanno bene Giuseppina, Maria Concetta e Lea, così come Bruna Morobito che ha osato andare contro il clan e ha cambiato il suo destino di donna di ‘ndrangheta. Ha pagato la sua scelta, con il sangue. Suo fratello Giovanni le ha sparato. Lo chiamano “Ringo”, ha alcuni precedenti penali e vive ad Africo, il paese dove domina la cosca dei Morabito. Suo padre e “Tiradritto” sono fratelli, negli equilibri di ‘ndrangheta la sua è una famiglia che comanda. Ventiquattro anni appena, ma sufficienti a pensare di dover lavare con il sangue l’onore della famiglia. E già, perchè chi vive nel segno della violenza, della sopraffazione e della morte è persona onorata. Chi, come Bruna, si ribella, diventa nemico. Bruna si era separata dal marito, aveva scelto di emanciparsi dalla tribù scegliendo la strada della legalità, tanto da lavorare come praticante presso l’Avvocatura dello Stato a Messina, era rimasta incinta del nuovo compagno e aveva dato alla luce un bambino. Secondo i codici di quel pezzo di mondo impigliato nel passato stava lì il disonore, in quel bambino.
Angela Donato, invece, è madre di Santino Panzarella, amante e mogli di due boss di ‘ndrangheta; rompe il codice del silenzio e dell’omertà quando ormai non ha più niente da perdere: il suo unico figlio maschio, Santo, è vittima di lupara bianca, ucciso dalla ‘ndrangheta per aver avuto una relazione con la moglie del boss di Filadelfia, Rocco Anello.
Dopo la sua sparizione, la madre Angela tira fuori gli artigli per mettere con le spalle al muro gli assassini del figlio. Al termine di quattro anni di estenuanti ricerche, la donna chiede aiuto alla polizia, decidendo di svelare molti dei segreti della mafia locale.
Le regole mafiose non ammettono trasgressioni all’obbedienza. Chi è dentro è dentro, chi è contro è contro. E chi si chiama fuori? Chi si chiama fuori è contro.
Ma le donne di ‘ndrangheta spesso, troppo spesso, hanno accettato in silenzio la cultura dell’odio e della morte, perchè rompere il cerchio vuol dire tradire padri, fratelli, mariti. Ed ecco allora che diventano importanti mediatrici tra il “mondo a parte” mafioso e la routine quotidiana “normale”; la loro presenza, – così come ci ha insegnato la sociologa Renate Siebert – oltre a contribuire al controllo territoriale, garantisce la continuità: i figli che vanno a scuola, i riti laici e soprattutto religiosi che vanno pubblicamente “rispettati”, gli affari che vanno mandati avanti, specie se gli uomini sono in prigione o latitanti. Tuttavia le donne sono temute dagli uomini, perchè non sono disposte a rinunciare ai sentimenti. E anche come madri che possono trasmettere ai propri figli l’amore e il piacere per la vita e per la società al di là dello stretto ambito familiare: un’apertura verso gli altri e una fiducia in se stessi che di per sé sono in contrasto con il clima di violenza, di paranoia e di incomunicabilità che l’attività mafiosa produce e che si sedimenta e perpetua nella mentalità dei suoi affiliati.
Le donne di ‘ndrangheta stanno, dunque, trovando la “libertà della paura”, la libertà di rompere il cerchio e di essere madri portatrici di vita e non di morte.
Da qui, dunque, dovremmo ripartire, tutti, come società. Dovremmo saper tessere le trame della vita che in un territorio devastato ed ostile come quello calabrese, o del Sud forse, vuol dire riappropriarsi dei luoghi e della memoria, vuol dire saper educare i “nostri figli” anche là dove la famiglia ha fallito. Per combattere la mafia serve educare le coscienze, non solo dal punto di vista della chiesa ma anche con l’esempio dei gesti. Ed allora la scuola, da sola, non può bastare soprattutto in quei piccoli paesi dell’entroterra, dove domina la mafia. Chiusa la scuola, ammesso che i ragazzi la frequentino, non c’è nulla. Un tempo, vuoto, dove pensare solo al denaro facile e al potere.
Per una rinascita della Calabria, non si può non partire da qui. Il nostro impegno deve andare in questa direzione. Ricordava il collega Filippo Veltri le parole di don Luigi Ciotti: “non abbiamo bisogno di solidarietà vacue, ma di condivisioni vere”. L’impegno antimafia, allora, deve occupare i territori più marginali, e non (o almeno non solo) le piazze per i facili cortei, deve ripartire dai più indifesi per renderli liberi e coraggiosi. In questa lotta, ovviamente, anche chi governa deve fare la sua parte, perchè senza risorse finanziare è difficile il cambiamento.
Se libereremo le coscienze dei giovani, daremo giustizia anche a Giuseppina, Maria Concetta e Lea.






