Gli orfani del muratore Alviano e “u Zi Peppi”. Dalla strage di Genova all’ascesa di Pino “u Rospu”
ROSARNO – "Pino rospo", quando il padre volò dall’impalcatura,
aveva tre anni. L’asse di legno si era spezzata sotto il suo peso e l’uomo, un
muratore di Rosarno, era venuto giù di schianto lungo il ponteggio, morendo di
fronte alla casa in costruzione. In paese ci fu dolore per la sua brutta sorte
e commozione per la giovane e bella vedova, Maria Teresa Gallucci in Alviano,
rimasta a crescere, da sola, Francesco (5 anni), Giuseppe (3 anni) e Vincenzo
Alviano (1 anno). Dubbi che la sfortunata famiglia potesse restare senza
sostegno, però, a Rosarno non ne ebbe mai nessuno. Alviano era stramazzato al
suolo mentre lavorava ad un appalto importante: stava costruendo la nuova casa
di Peppe Pesce, il capobastone del paese. Su quei tre maschi, un po’ per il senso
di colpa, un po’ per il dispiacere, avrebbe vegliato lui.
Arriva da lontano, e ha origini da melodramma, la presenza di Giuseppe
Alviano (36 anni), alias "Pino Rospo", tra i sei
"fedelissimi" ai quali Francesco Pesce "Testuni" intendeva affidare,
attraverso il pizzino sequestrato nel carcere di Palmi, la protezione e
promozione a reggente del fratello minore Giuseppe. Destinatario di un decreto
di fermo emesso dalla Dda di Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione
"Califfo", non c’è solo quel pizzino a dire che Giuseppe Alviano è
uomo dei Pesce. Anche il pentito Salvatore Facchinetti ricostruisce, parlando
con i magistrati il 26 giugno 2007, la storia di un legame saldato
dall’infortunio mortale del capofamiglia. "Il padre di Alviano è morto
nella casa di Giuseppe Pesce, quando la stavano costruendo allora, ha avuto un
incidente sul lavoro questo qua, e lo ha sempre accudito Peppe Pesce, perché
sono tre fratelli questi Alviano". Sotto le ali protettive del vecchio
capobastone, dunque. Che cosa significasse "accudire", nel
vocabolario dei Pesce, lo raccontano le vicende tragiche e i trascorsi
giudiziari che negli anni hanno investito i tre fratelli rimasti orfani, il 18
marzo 1994, anche della madre. Per Maria Teresa Gallucci non è stato, come per
il marito, un sfortunato incidente. Le hanno dato la caccia fino a Genova e
l’hanno ammazzata a colpi di pistola, insieme con l’anziana madre e con una
giovane nipote, studentessa universitaria. Una strage di donne, rimasta senza
colpevoli. Una strage che ha visto indagato il figlio maggiore, Francesco
Alviano, all’epoca ventenne. Il capitolo, tragico, lo riapre sempre Salvatore
Facchinetti nel decreto di fermo dell’inchiesta Califfo: "Ad Arcuri
Francesco lo ha ucciso Alviano Francesco… perché era l’amante di sua
madre…".
"Un uomo, Francesco Arcuri, di 33 anni, è stato ferito gravemente a colpi
di pistola in un agguato, questa sera, a Rosarno, mentre si trovava nella
boutique del cognato. Arcuri, colpito dai proiettili all’addome, è stato
portato nell’ospedale di Polistena, dove è stato giudicato con riserva della
prognosi" (Ansa, 5 novembre 1993, ore 20:45). Morirà undici giorni dopo,
Francesco Arcuri, raggiunto da nove colpi di pistola spalmati tra testa e genitali.
Messaggio chiaro: questione di donne. Di donne che non bisognava neppure
guardare. Per molti, a Rosarno, quel messaggio è anche una firma: Francesco
Arcuri aveva una relazione con Maria Teresa Gallucci, vedova a 25 anni, madre
premurosa e attenta dei tre fratelli Alviano e, a quasi vent’anni dalla morte
del marito, donna che aveva riscoperto l’amore. E’ per questo che di Francesco
Alviano, figlio maggiore della donna, e protetto di "zi Peppi" Pesce,
sospettano subito tutti: i carabinieri che lo interrogano, ma senza cavare
elementi sufficienti ad incriminarlo, e i parenti di Arcuri che giurano
vendetta sulla sua tomba. Facchinetti racconta i retroscena: "Hanno
chiesto l’autorizzazione di ammazzare uno degli
Alviano ma non hanno ricevuto il benestare dei Pesce dato lo strettissimo rapporto
esistente tra questa famiglia e gli Alviano". I ragazzi non si toccano.
Per il sangue del padre muratore volato giù davanti a casa Pesce. E anche
perché sono ormai di "famiglia". Francesco, il maggiore, è cresciuto
al fianco di Angelo Tutino, il nipote preferito di don Peppino, e di sapersi assumere
responsabilità da adulto lo dimostrerà nel febbraio 1994 patteggiando otto mesi
per favoreggiamento personale: l’avevano arrestato per aver nascosto alcune
pistole del boss latitante Antonino Pesce. E’ in quei giorni che Maria Teresa
Gallucci scappa da Rosarno con l’anziana madre, rifugiandosi a Genova presso
parenti. Ha paura. Teme che dopo l’amato possa toccare a lei, ma da quale
fronte possa spuntare la pistola forse non lo sa: da una parte ci sono i parenti
dell’Arcuri in cerca di vendetta, e dall’altra la legge rosarnese
dell’"onore" che per le donne non prevede pietà e comprensione. Se
quello di Arcuri era stato un delitto d’onore ora, al killer, chiunque fosse,
toccava andare fino in fondo.
Sussurrano anzi in paese che proprio quello era stato il patto con cui i Pesce
avevano salvato dalla vendetta i fratelli Alviano (la storia della strage di Genova è raccontata nel libro Dimenticati). Ipotesi. Di certo c’è solo
che la mattina del 18 marzo 1994 a Pegli, nel ponente genovese, una calibro 22
e una calibro 38 firmano una strage di donne: nella casa popolare di via Scarpanto dove
Maria Teresa è ospite della sorella, vengono ammazzate la donna, la madre
settantenne Nicolina Celano, accorsa al rumore degli spari, e la 22enne
Marilena Bracaglia, nipote delle due, freddata mentre si trova ancora sotto le
coperte del divano letto. A distanza di 10 ore dal triplice omicidio di Genova
Francesco Alviano si presenta alla tenenza dei carabinieri di Rosarno per il
consueto appuntamento con l’obbligo di firma. E lì lo ammanettano. Anche questa
volta è lui il primo e unico indiziato. Anche questa volta sarà scarcerato dopo
pochi giorni. Stessa fine per le indagini, archiviate di lì a qualche mese.
Cresciuti senza padre, rimasti senza madre, ai fratelli Alviano ora non sono
rimasti che i Pesce. Vincenzo, il più piccolo, sposerà Marina Pesce, sorella
della collaboratrice di giustizia Giuseppina, e figlia di Salvatore Pesce,
insieme al quale finirà in carcere per reati legati al traffico di stupefacenti.
Giuseppe, "Pino il rospo", diventerà inseparabile di Francesco Pesce
"Testuni", tanto da essere menzionato nel suo pizzino e finire, anche
per questo, in galera per associazione mafiosa. Secondo il pentito Facchinetti,
poi, "…sono tutti e tre i fratelli che sono… che gestiscono sul ruolo
delle arance pure. Uno fa i veci di Turi u babbu (Salvatore Pesce, ndr), il
genero, gli altri due fratelli sono, per dire, uno CU TESTUNI, i ‘sti Alvianu,
e uno cu Angelo Tutino che gestiscono ‘sti cooperative….". Gli orfani del
muratore sono diventati grandi.






