>

Polsi e Crimine, la “chiaroveggenza” degli scrittori calabresi

REGGIO CALABRIA – Sessant’anni. Tra il romanzo "Città delle Corti" dello scrittore reggino Natalino Lanucara e il video che ha "catturato", il 2 settembre 2009, il summit di ‘ndrangheta a Polsi ne passano tanti. Troppi. Più di mezzo secolo di racconti, informazioni e soffiate, ma anche di indignate chiusure e alzate di spalle: "Il summit a Polsi? Leggenda popolare, folklore". Eppure nel 1949 l’insegnante, poeta e filologo Lanucara (1916-1967) non aveva lesinato dettagli. "Durante la matura notte, mentre si levava il suono delle zampogne e nei bivacchi guizzavano arditamente le fiamme, lontano dagli occhi indiscreti, in una breve radura circondata da alti alberi di castagno la mafia aveva inaugurato la grande Assise. Guidava i lavori Archileù del Jonio il quale vantava la più ricca corona di capi d’accusa. Tutti gli intervenuti sedevano su tronchi d’albero disposti in più file e a ferro di cavallo. I lavori della prima notte furono dedicati a varie discussioni e fu rimandata alla notte seguente la cerimonia che serviva a rialzare i nuovi picciotti". Creatività letteraria? Non proprio. Vent’anni dopo il commissario di Polizia Alberto Sabatino confermava, nel suo rapporto sul summit di Montalto (26 ottobre 1969), che "per antica tradizione la malavita della provincia di Reggio Calabria -denominata anche "onorata società" o "’ndrangheta"- teneva ogni anno in Aspromonte un’assemblea di esponenti e delegati di tutti i nuclei, in occasione dei festeggiamenti che si svolgono a Settembre in onore della Madonna nel santuario di Polsi, sito nel territorio di San Luca", ma era anche costretto ad ammettere che "mai la Polizia aveva avuto modo di cogliere utili informazioni preventive sulle modalità e circostanze specifiche, di tempo e di luogo, con cui si organizzavano e si svolgevano tali assemblee". La mancanza di conferme "giudiziarie" non frena, nel 1977, lo scrittore di Sant’Agata del Bianco, Saverio Strati che sul legame tra Polsi e ‘ndrangheta, nel romanzo "Il Selvaggio di Santa Venere", non è meno chiaro."Io quest’anno vado a Polsi". "Ah!", esclamò don Mico, e lo fissò. Dopo una pausa tesa giacchè abbe la tentazione di prendere un palo e di spezzarglielo sulle corne, ma si frenò stringendo i denti: "Andiamo a dimostrare quanto siamo bravi?" fece. Il suo discorso era chiaro di sottintesi (…). Sapeva che lo scopo del viaggio a Polsi non era la Madonna, ma la presentazione della famiglia, la presentazione tra quella maniata di ladri rozzi che non avevano nessuna spinta a civilizzarsi". Nel luglio 2010 – ormai pubblico il video dei carabinieri nell’ambito dell’inchiesta Crimine – il vescovo della diocesi di Locri-Gerace, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini indirizzerà un’accorata lettera "a coloro i quali hanno fatto del santuario di Polsi il centro di incontri e raduni illegali": "Pensavamo – si rammarica il presule – che questi incontri tenuti a Polsi appartenessero ormai al folklore del passato".

Non meno informati gli scrittori calabresi hanno dimostrato di esserlo sulla struttura della ‘ndrangheta "al cui vertice – si legge nel decreto di fermo dell’inchiesta "Crimine" della Dda di Reggio Calabria – si colloca la cd. "provincia" (detta anche Crimine), sovraordinata a quelli che vengono indicati come "mandamenti", che insistono sulle tre macroaree geograficamente individuabili nella "ionica", "tirrenica" e "centro"". Come rilevato dal giornalista Arcangelo Badolati su Gazzetta del Sud (21 novembre 2011), nel 1945 il veterinario di San Nicola d’Ardore Francesco Barillaro (1898-1977), autore con lo pseudonimo di Saverio Montalto del romanzo "La famiglia Montalbano", era stato altrettanto sicuro: "Gianni della zoppa (…) aveva indetto per l’una dopo mezzanotte la riunione del "crimine" di prima istanza, che era una specie di tribunale in seno alla "famiglia Montalbano" composto dai capibastone più meritevoli del circondario. Dopo il "crimine" di prima istanza veniva il "crimine" provinciale o vertice che era a sua volta una specie di corte suprema composta dai tre capi trini che detenevano il comando dei tre circondari della provincia e degli altri capi di uguali meriti anche senza comando". Insomma, un vero organigramma confermato 65 anni dopo dalla Dda di Reggio Calabria. A conferma di una "chiaroveggenza" lungamente trascurata.