La ‘ndrangheta, l’antindrangheta e la “terra di mezzo”
REGGIO CALABRIA – Dai primi vagiti alla decadenza senza essere passata dall’età adulta. Se messi ordinatamente in fila, e letti superando il ristretto cortile del proprio "particulare", gli ultimi mesi di cronache politiche e giudiziarie ci consegnano un’immagine dell’antindrangheta appannata da polemiche, battibecchi, dichiarazioni che, nel prendere di mira il bersaglio piccolo e personale, finiscono per abbattersi su un mondo intero. Sorvolare o addirittura alimentare l’individualismo calabrese, in nome della propria superiorità morale, significa sottovalutare quale sia il rischio, mortale, a cui è attualmente esposto – con tutte le sue specificità, i suoi limiti e i suoi percorsi personali – un mondo ancora in cerca di un immaginario, ma già in crisi di credibilità. Abbiamo deciso, per questo, di mettere a disposizione di una riflessione più ampia (regalandole così una qualche dignitosa utilità) la polemica "da manuale" che ci sta vedendo, inopinatamente, protagonisti (in fondo al pezzo i link alle varie "puntate").
I fatti: c’è un bando, all’interno del Fuc 2011, che ci convince e ci si confà. Si intende creare una sezione sulla ‘ndrangheta all’interno della Biblioteca del Consiglio regionale della Calabria e la cosa, anche solo a guardarla da lontano, ci sembra buona e giusta: il grosso della produzione saggistica e letteraria dedicata alla ‘ndrangheta è infatti degli anni Duemila e la Biblioteca ne è sfornita. Partecipiamo presentando un nostro progetto e vinciamo. Ci è già capitato. Anche il nostro archivio è nato così, vincendo nel 2008 un bando ministeriale (emanato dal centrosinistra e gestito poi dal centrodestra) per "Giovani idee che cambiano l’Italia". Siamo bravi? Più che altro siamo arditi. Ci vogliamo credere. Alla forza delle idee e al fatto che, se sono buone, si possano fare strada, anche in Calabria, e senza padrini e padroni. Sul numero 32 del Corriere della Calabria (26 gennaio 2012) "scopriamo" che la nostra vittoria di un bando pubblico si è trasformata – nell’ambito di un pezzo che prende posizione contro le politiche culturali dell’assessore regionale – in un "contributo" stanziato dall’assessorato all’archivio Stopndrangheta.it. Inezie? Non proprio. Anche a voler fingere ingenuità (ma ce lo impedisce, da giornalisti, la conoscenza di tutte le armi improprie a disposizione di chi, davanti a una tastiera, ha un mandato da compiere) il titolo allusivo nella forma e diffamante nei sottintesi con cui il Corriere della Calabria ha titolato la sua controreplica leva ogni dubbio: "Quell’archivio antindrangheta nel Palazzo dei consiglieri arrestati". Ecco qua. Operazione conclusa. La realizzazione di una sezione della Biblioteca del Consiglio regionale, vinta attraverso un bando pubblico, è diventata altro: è diventato un archivio che prende un contributo dall’assessorato (e il venticello, lo si sente, già "incomincia a sussurrar": sulla base di quali accordi sottobanco? facendosi sponsorizzare da quale burattinaio? a chi rispondono? a cu appartenunu?).
In realtà Stopndrangheta.it non entra proprio da nessuna parte. Ci rendiamo conto che meccanismi inconsci di proiezione portino a pensare che tutti si muovano in base allo schema consueto dell’ "appartenenza". Ci rendiamo conto che l’insolito fatto di non appartenere è incomprensibile in questa terra, che l’anomalia debba essere ricondotta alla normalità. E cioè: allinearsi. Sia chiaro, non lo faremo mai! Fin qui il nostro "particulare". Non ci crediamo il sale della terra e non crediamo che polemizzare con Stopndrangheta.it equivalga a polemizzare con l’antindrangheta tout court. Crediamo, anzi, che alle contestazioni si debba rispondere, sempre e comunque, nel merito e in prima persona, non nascondendosi sotto le sottane ideali delle grandi categorie di spirito. Lo abbiamo sempre fatto e continueremo a farlo, convinti che l’antindrangheta non debba essere intoccabile per principio, ma debba dimostrarsi intoccabile, giorno dopo giorno. Lasciamo stare il merito, quindi, e parliamo di metodo, dei ragionamenti che lo sottendono e dei danni incalcolabili che produce sull’immaginario collettivo.
Fango a parte, evidenziamo la vera novità degli ultimi quattro anni: finalmente a Reggio c’è chi ha indagato su politici e area grigia, arrestato consiglieri, sindaci, toghe e professionisti oltre che, cosa purtroppo non scontata, ‘ndranghetisti e storici latitanti. Lo hanno fatto senza fare sponda con lobby palesi o occulte. Lo hanno fatto violando, finalmente, il sacrario della procura. Lo hanno fatto sancendo, si spera una volta per tutte, che la ‘ndrangheta ha una struttura verticistica unitaria. Lo hanno fatto smentendo i pessimi oracoli che per un decennio (da Olimpia in poi) hanno annunziato la profezia autoavverantesi del "nel dna della ‘ndrangheta non c’è il pentitismo". I "siciliani" sono, molto più di noi umili scrivani, il bersaglio degli sguazzanti fabbricatori di schizzi. Perché sono l’elemento di rottura in un sistema consolidato. Che la missione non sarebbe stata semplice lo si è capito subito, quando al Cedir sono saltate fuori le microspie: un porto delle nebbie di palermitana memoria, coi magistrati l’un contro l’altro armati, quasi in parallelo a quella guerra fredda che negli ultimi anni vede le cosche fronteggiarsi dalla Piana alla Locride passando per Reggio.
Ebbene, allo sport reggitano per eccellenza degli ultimi quattro anni, e cioè il toto-indagine sul chiacchierato governatore Scopelliti, partecipiamo volentieri ribaltando il ragionamento e segnalando alcuni dati di fatto: sullo Stretto c’è una commissione d’accesso in seguito alle indagini dell’era Pignatone, finalmente s’indaga sull’annoso debito milionario al Comune, uno spaccato dell’area grigia della città è stato definitivamente svelato e, a prescindere dal profilo giudiziario, è davvero impossibile smentire il significato di intercettazioni e tabulati telefonici. A raccogliere i frutti di questa stagione, che volge purtroppo al termine, dovrebbe essere la classe dirigente locale. E qui siamo alle note dolenti: che sia all’altezza, che sia o meno "altro" rispetto al "modello Reggio" è decisamente da dimostrare. In ogni caso, delle due l’una: o davvero si pensa che tutto "il marcio" è iniziato nel 2008 oppure c’è chi nel dopo Falcomatà (o magari anche prima) ha decisamente dormito, salvo svegliarsi forse per un qualche interesse "particulare". I fatti sono ostinati e la coerenza dovrebbe essere insensibile alla contingenza politica. Dov’era ieri chi oggi invoca manette ad orologeria?
"Le manifestazioni antimafia fanno figo", disse il giudice Giglio al consigliere regionale Morelli. Noi, per la verità, eravamo stati anche più chiari. "La ‘ndrangheta è viva e marcia insieme a noi", avevamo scritto sullo striscione con cui il 25 settembre 2010 abbiamo sfilato sul corso di Reggio Calabria nella manifestazione organizzata su impulso del Quotidiano della Calabria. Sapevamo che avremmo marciato anche accanto a ‘ndranghetisti, collusi e tipi in cerca di una smacchiata all’immagine. Ma abbiamo marciato lo stesso, perché le battaglie si vincono in mezzo al fango, sporcandosi le mani, strappando centimetri di spazio, infiltrandosi, piantando bandiere oltre la linea del nemico. Sul pulito di una collina solitaria ci stanno solo quelli che tengono più al candore della propria armatura che alle sorti della battaglia. Detto ciò, noi in mezzo al fango non ci sguazziamo, proviamo un deciso disagio non essendo il nostro habitat naturale e per questo tolleriamo ben poco gli schizzi chirurgici di certi professionisti. Perché, proprio perché ci si trova in mezzo al fango, bisogna essere ancora più riconoscibili e credibili, per non sembrare fango anche noi. Non per amore di sé. Ma per la maggioranza delle donne e degli uomini di Calabria che in battaglia non ci sono scesi, e a cui si sta dicendo, da mesi, che in fondo mafia e antimafia mangiano allo stesso tavolo, bivaccando nella "terra di mezzo".
Ecco il rischio mortale che sta correndo l’antindrangheta calabrese. Ecco il danno più grave che le recenti polemiche, spesso ispirate da modeste beghe di bottega, stanno producendo. Ecco il guasto più serio prodotto dall’allegra pratica della delegittimazione, un fine esercizio intellettuale particolarmente in voga in Calabria nei confronti di qualunque cosa, in terra di indolente paralisi, ostinatamente si muova e senza fili che la dirigano. Non è la sorte o la faccia delle singole associazioni, è la credibilità di un mondo che, superando i suoi personalismi, può e deve riflettere su contromisure e strategie. Deve essere chiaro un concetto: non si tratta dell’esercizio della critica, che è l’unica sacra garanzia della libertà, ma della cattedra da cui bacchetta il censore. Una cosa è criticare l’antindrangheta dal pantano della politica sguazzante, una cosa è farlo dai pulpiti scomunicati su cui salgono spesso e volentieri certi quotidiani e settimanali calabresi, ben altra cosa è farlo dall’alto di trent’anni di irreprensibile carriera in prima linea, come è toccato a Ilda Boccassini.
Al termine di questa lunga riflessione dal particolare al generale segnaliamo con forza due o tre fattori di certo determinanti per il futuro dell’antindrangheta. Primo: il vecchio paradigma Stato-Antistato è una comoda scusa. La lotta alle cosche non è unitaria, nel senso che dire che istituzioni e società civile debbano per definizione stare insieme nel fronte antindrangheta è una bestemmia. Vuol dire non aver capito o non voler capire cosa sono le mafie, qual è il loro grado di penetrazione nelle istituzioni, quale il modello di gestione del potere che condivide con l’area grigia e che questa ha mutuato sperimentando adesso, come dice l’Aggiunto della Dda Michele Prestipino, nuovi e più pericolosi modelli criminali. Non serve l’unità, servono prese di posizione determinate che siano d’esempio, anche a costo di incappare in imbarazzanti incidenti diplomatici. Secondo: la diversità è ricchezza da valorizzare e non debolezza da superare. L’era dei coordinamenti è finita e nessuna organizzazione, grande o piccola, è capace di rappresentare il tutto: o si capisce che occorre cambiare paradigma, ben sapendo che nessuno ha in tasca soluzioni e ricette miracolose, oppure si concede un vantaggio alle cosche, volenti o nolenti. Terzo e ultimo: la retorica dei convegni è un linguaggio comprensibile solo agli addetti ai lavori, mentre l’immaginario dell’antindrangheta ha bisogno di ben altri percorsi. Ognuno faccia il suo come sa e come può.
IL CARTEGGIO: TUTTI I LINK
La Biblioteca del Consiglio regionale: il carteggio Stopndrangheta.it-Correire della Calabria 1/4
La Biblioteca del Consiglio regionale: il carteggio Stopndrangheta.it-Corriere della Calabria 2/4
La Biblioteca del Consiglio regionale: il carteggio Stopndrangheta.it – Corriere della Calabria 3/4
La Biblioteca del Consiglio regionale: il carteggio di Stopndrangheta.it-Corriere della Calabria 4/4






