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Don Mico e le “udienze” in un agrumeto di Rosarno

REGGIO CALABRIA – Fino al 13 luglio 2010 per i più è un anonimo vecchietto che vende i prodotti della terra a Rosarno. Quella mattina, però, quando i carabinieri eseguono la maxioperazione "Crimine", Domenico Oppedisano si svela protagonista principale dell’inchiesta, l’uomo che sarebbe stato investito, in virtù della propria età e del proprio carisma, di un ruolo altissimo all’interno delle gerarchie della criminalità organizzata calabrese. Don Mico Oppedisano, classe 1930, viene indicato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, dai procuratori aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri e dai sostituti Maria Luisa Miranda, Giovanni Musarò e Antonio De Bernardo, che firmano il decreto di fermo, il "Capo Crimine" della ‘ndrangheta, "con compiti di decisione, pianificazione e individuazione delle azioni e delle strategie e, altresì impartendo le direttive agli associati". L’indagine "Crimine", infatti, assume, fin da subito, connotati storici, non solo per la mole di accertamenti effettuati e, di conseguenza, di parole messe nero su bianco, ma anche perché, dopo anni, la magistratura tenta di sostenere l’idea di una ‘ndrangheta unitaria, strutturata con un organo superiore, la Provincia, che ha compiti, funzioni e cariche proprie.

A svelare agli inquirenti la figura di Oppedisano sono le immagini immortalate dai militari dell’Arma nei primi giorni di settembre 2009 presso il Santuario di Polsi, frazione aspromontana ricadente nel territorio di San Luca, vera e propria "culla" della ‘ndrangheta. Sotto la statua della Madonna della Montagna, i maggiori esponenti delle cosche, riunitisi in circolo secondo un antico rituale mafioso, intorno al nuovo Capo Crimine, Domenico Oppedisano, sanciscono e ratificano l’investitura delle cariche apicali e i relativi assetti all’interno dell’organizzazione mafiosa. E le telecamere dei carabinieri riescono proprio a catturare quei momenti: "Quei fotogrammi – dirà il procuratore aggiunto Michele Prestipino – hanno dato una visibile materialità a un evento, di cui tutti in Calabria sapevano e qualcuno parlava, ma che mai prima di allora era stato documentato, in modo così chiaro e riconoscibile". Lì, in quei fotogrammi, è racchiusa l’essenza della ‘ndrangheta: arcaicità dei riti, talvolta persino ancestrali, ma grande modernità negli argomenti trattati, nei discorsi, negli interessi. Lì, in quei fotogrammi, si materializza la figura del "Capo Crimine": Oppedisano, infatti, sarebbe l’anziano carismatico con dovrebbero relazionarsi, di volta in volta, le varie "cellule" della ‘ndrangheta disseminate per tutto il territorio italiano, ma anche in giro per il mondo. Una sorta di "presidente della Repubblica" di ‘ndrangheta, senza particolari compiti di governo, ma con il fondamentale ruolo di garante dell’unitarietà dell’organizzazione criminale. A proporre la sua "nomina" è un elemento di spicco della ‘ndrangheta, Francesco "Ciccillo" Gattuso, che riuscirà a far passare la propria "mozione" nonostante il parere sfavorevole di un pezzo da novanta come Giuseppe Pelle, capo dell’omonima famiglia di San Luca nota come "Gambazza". E don Mico riuscirà a ripagare la fiducia. Dopo la nomina avvenuta a Polsi, infatti, Oppedisano diventerà uno dei personaggi più presenti all’interno delle dinamiche mafiose della provincia reggina: nel suo agrumeto, a Rosarno, riceverà, in udienza, decine di presunti boss e affiliati.

In un’intervista, il procuratore aggiunto Gratteri rimarcherà l’importanza della microspia piazzata all’interno dell’agrumento di Oppedisano, al pari di quella posizionata presso la lavanderia Ape Green, della famiglia Commisso di Siderno, e all’interno dell’abitazione del boss Pelle, a Bovalino, dove transitavano, con disinvoltura, politici e spioni dei servizi segreti deviati. Monitorando Oppedisano, dunque, la Dda reggina scopre alcune delle parti più nascoste della ‘ndrangheta. Sarebbe stato proprio lui, infatti, a dettare le linee guida anche rispetto a fatti eclatanti come l’omicidio, avvenuto in Lombardia, del boss scissionista Carmelo Novella, dimostrandosi capace, di volta in volta, di ascoltare le lamentele, di dirimere le controversie e di dispensare utili consigli. "Ci vuole un responsabile che deve tenere praticamente…ogni cosa che si fa… si fa con l’accordo di tutti quanti … quando si fa una proposta si ascolta gli altri per vedere come la pensano in maggioranza tutto passa…" dice in una conversazione intercettata. Sì, perché la ‘ndrangheta è unitaria e a tenere in pugno il cordone ombelicale tra la "casa madre" Calabria e le altre strutture sarà don Mico dal suo agrumeto.