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La pentita della ‘ndrangheta: “Mio fratello dovrà uccidermi”

REGGIO CALABRIA – Stava in carcere da sei mesi, e prima di chiamare i magistrati della Procura antimafia di Reggio ha tentato due volte il suicidio. Poi ha scelto un’altra strada, consegnandosi nelle mani delle istituzioni. L’ha detto chiaro e tondo ai pubblici ministeri: «Finché mio fratello sarà vivo io resterò condannata a morte, perché è lui che deve eseguire la sentenza per il mio tradimento. Solo lo Stato può salvarmi». Ma la consapevolezza di mettersi contro l’intera famiglia non è bastata a fermarla: «Lo faccio per i miei figli. Se io non cambio strada e non li porto con me, quando uscirò il bambino potrebbe già essere in un carcere minorile, e comunque gli metteranno al più presto una pistola in mano; le due figlie invece dovranno sposare due uomini di ‘ndrangheta, e saranno costrette a seguirli. Io voglio provare a costruire un futuro diverso per loro». Così ha parlato Giuseppina Pesce, 31 anni, figlia, sorella e moglie di affiliati alla cosca di ‘ndrangheta che porta il suo cognome, la prima pentita di una clan importante, che ha avuto un ruolo di rilievo all’interno del gruppo criminale. Un segnale dirompente in una terra dove l’omertà dei boss e dei loro adepti è strettamente connessa ai legami di sangue che quasi sempre si sovrappongono a quelli delinquenziali. In Calabria due donne hanno preceduto la giovane Pesce sulla strada della collaborazione coi giudici; una, Lea Garofalo, rapita e uccisa a Milano dopo aver svelato i segreti di una ‘ndrina in provincia di Crotone (su decisione del padre di sua figlia, secondo le ultime indagini); l’altra si chiama Rosa Ferraro, viene da una famiglia collegata e imparentata coi Pesce, ma aveva un ruolo inferiore. Ed è già sfuggita a un tentativo di omicidio. I Pesce sono la famiglia che «governa» a Rosarno, la cittadina della piana dove un anno fa esplose la rivolta degli extracomunitari reclutati nella raccolta degli agrumi. Un clan che ha esteso i suoi affari dalla provincia di Reggio a Milano, dove ad aprile erano state fermate la madre e la sorella di Giuseppina. Donne di ‘ndrangheta pure loro, il giudice milanese le ha scarcerate, il Tribunale del riesame ha ordinato un nuovo arresto e ora sono in attesa del verdetto della Cassazione. In galera si trovano anche il padre di Giuseppina, Salvatore Pesce, il fratello Francesco di 26 anni, il marito Rocco, lo zio Antonino considerato il capoclan e una sfilza di altri parenti attivi nella cosca. Suo cugino Francesco, detto ‘u testuni, è riuscito a sfuggire alla retata di primavera e da allora è latitante; la cugina Maria Grazia, sorella di Francesco che la considera il «vero uomo» di casa, è tornata in carcere ieri. Giuseppina, da libera, aveva il ruolo (come le altre donne) di prendere e portare messaggi tra i familiari detenuti, ma anche di prestarsi al riciclaggio del denaro. Attività che le sono valse l’accusa di associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni, e dunque l’arresto. «Io potrei anche cavarmela con qualche anno di carcere, ma nessuno libererebbe i miei figli da un destino già segnato – ha detto ai magistrati nel primo interrogatorio -. Quando il mio bambino, una volta, ha detto che da grande gli sarebbe piaciuto fare il carabiniere, suo zio l’ha preso a botte, poi gli ha promesso che una pistola gliel’avrebbe regalata lui». Per questo la giovane madre ha deciso di confessare i propri delitti e di accusare i parenti. «Dalla sua posizione privilegiata ha ricostruito l’intero organigramma della potente famiglia mafiosa, descrivendo il ruolo di ciascun componente, compresi i suoi stretti congiunti, ha riferito sulle vicende relative alla successione al vertice della cosca, ha descritto l’ascesa al potere del pericoloso cugino Francesco, ha dettagliatamente indicato attività economiche riconducibili alla cosca mafiosa», hanno scritto i pubblici ministeri nel provvedimento con cui ieri hanno fermato dieci persone, anche sulla base delle dichiarazioni di Giuseppina Pesce. Ha fatto anche ritrovare tre bunker di cui uno dentro la casa di Francesco ‘u testuni. E ha raccontato una storia che coinvolge un altro cugino arrestato ieri, Antonio Pesce. Il marito le ha svelato che aveva partecipato all’omicidio di sua sorella Annunziata, vittima di «lupara bianca» per aver intrecciato una relazione sentimentale con un carabiniere. Gli investigatori del Ros dell’Arma hanno già trovato i primi riscontri alla ricostruzione della pentita. Che conferma la regola: l’onta di ritrovarsi in casa qualcuno che passa dalla parte degli sbirri va lavata col sangue per mano di un congiunto. Giuseppina l’ha sentito dire con le sue orecchie a proposito di Rosa Ferraro. Per questo ha paura dei suoi familiari, a cominciare dal fratello. Ma la speranza di un futuro diverso per i suoi figli le ha dato il coraggio di abbandonare definitivamente il passato e guardare avanti.