“Io killer, pentito per amore”
ROMA – "Un millesimo, vorrei arrivare a risarcire anche solo un millesimo del male fatto". Giovanni Riggio, collaboratore di giustizia, misura così il suo senso di colpa. Ha 26 anni, i capelli neri ricci, gli occhi scuri e profondi, è alto e longilineo. Un bel tipo, potrebbe essere un attore. Ha commesso quattro omicidi e dice di avere sempre impresso nel fondo degli occhi l’ ultimo sguardo delle sue vittime. Di notte spesso lo rivede. Fino al 1991 era un picciotto della onorata società di Croce Valanidi, Reggio Calabria. Adesso è un condannato a morte. A dicembre, in Spagna, è stato arrestato un gruppo di ‘ndranghetisti che aveva progettato di sequestrare suo fratello per obbligarlo a dire dove si nasconde. Ma se anche il piano fosse riuscito non sarebbe servito a nulla: Giovanni Riggio per i suoi è morto da tempo. Vide il primo cadavere il 28 dicembre del 1981, a undici anni. Era quello di un altro dei fratelli, Nicola, che aveva sei anni e quel giorno gli camminava accanto. Fu un attimo: lo sbraitare del megafono di un ambulante – "Tre scope mille lire" – una frenata, l’ urto del parafango sul piccolo corpo. Nicola morì dieci minuti dopo con gli occhi sbarrati e la bocca piena di schiuma, il furgone bianco non si fermò nemmeno. "Non sei stato attento a tuo fratello, è colpa tua", gli dissero. La nonna morì di crepacuore.
Vive in una località del Nord. Ha una moglie, due figlie di nove mesi e due anni. Lo Stato gli dà un milione e novecentomila lire al mese, che gli sembra moltissimo: non veniva pagato per uccidere. Spende parte dei suoi soldi per un gruppo di volontari che aiuta sotto falso nome. L’avvocato Giovanni Conti, difensore di buona parte dei pentiti della ‘ndrangheta, dice d’essere certo che Riggio sarà tra quelli che riusciranno a rifarsi una vita. Era uno dei primi della classe nell’istituto commerciale per il turismo di Reggio Calabria.
Gli bastava stare attento alle lezioni, non doveva studiare. Il pomeriggio andava al bar. Pasquale Latella, capo della cosca di Croce Valanidi, rimase colpito da quel ragazzino sveglio. Faceva le commissioni senza fiatare. "Accompagnavo Pasquale Latella anche a caccia. Recuperavo la selvaggina. Latella non usava cani da riporto". Allo Stato della morte di Nicola Riggio non gliene era importato niente. "Mio padre era andato dal maresciallo dei carabinieri per chiedergli cosa intendeva fare per individuare l’ investitore. Quello gli aveva risposto che c’era ben poco da fare, di rivolgersi al boss della zona. Ce lo raccontò in lacrime". Da Pasquale Latella, Giovanni imparò a distinguere i buoni dai cattivi. Il maresciallo, le istituzioni dello Stato, quelli delle altre cosche, erano i cattivi. Lo stesso Latella e i suoi erano i buoni. "Fui arruolato, ‘rimpiazzato’ , si dice nella ‘ndrangheta, a 17 anni. C’erano tutti gli uomini d’onore. Una quarantina, disposti in cerchio. Il più vecchio, che era la memoria, pronunciò le parole dell’iniziazione, in dialetto e in spagnolo. Poi mi baciò e mi strinse la mano. Uno dopo l’altro fecero lo stesso tutti gli altri. Mi sentivo importante, un uomo di rispetto, e toccavo il cielo con un dito".
"Tre scope cinquemila lire". L’inflazione, i sei anni trascorsi, non avevano mutato la voce. E la verniciatura di rosso non aveva cambiato la forma di quel furgone né il rumore del motore, che gli era entrato nella testa come il respiro d’un orco. "Scesi nel garage. Presi la pistola e salii sulla vespa. Il furgone andava fuori dalla città. Lo seguii per qualche centinaio di metri. Dal verbale dell’interrogatorio di Giovanni Riggio: "Gli sparai da circa 30 centimetri di distanza mentre si girava verso di me. Lo colpii al capo e al torace… Dopo l’omicidio mi recai da Giovanni Punturieri per raccontargli l’accaduto ricevendo la sua approvazione". La cosca in quel momento ebbe un nuovo killer. Ma anche i nemici avevano i loro.
Quando Pasquale Latella fu ucciso in un regolamento di conti, Giovanni provò il dolore d’un soldato in guerra e andò al fronte col cuore leggero e gonfio d’odio assieme. "Ma il primo omicidio lo fallimmo. Fui rimproverato. La seconda volta andò bene, anche la terza e la quarta. Ai giudici ho raccontato più di trecento fatti delittuosi avvenuti dall’autunno del 1988 e l’estate del 1991. Sì, meno di tre anni, una media di due reati alla settimana. Era un lavoro". Doveva fare la sua figura quel ventiduenne moro sulle spiagge dell’Adriatico. L’avevano mandato per incontrare un boss latitante. Incontrò la sua compagna. Era agosto, faceva un caldo terribile e quei gelati mangiati assieme avevano un sapore speciale. "Ho capito che era possibile un’altra vita. Non ho commesso più reati. Quelli della cosca mi chiamavano, io cercavo scuse. Una volta sparii per un mese, ero dalla mia donna. Si insospettirono, andarono a casa, minacciarono i miei. Fui costretto a tornare. Ma riuscii a evitare di essere coinvolto in altri delitti. All’inizio del 1993 fui arrestato per un residuo di pena. Quando uscii sperai che fosse finita. Ma non era così. Uno dei nostri aveva cominciato a parlare. Giovanni Punturieri, che aveva preso il posto di Pasquale Latella, mi convocò in campagna. Pensai che mi avrebbe ucciso. Invece mi disse che stavano per metterci dentro tutti, dovevo darmi alla latitanza. Risposi che l’avrei fatto. Invece sono fuggito al Nord, dalla famiglia della mia donna. Ho trovato lavoro". La ragazza sapeva di qualche guaio con la giustizia del suo compagno. Storie vecchie e superate, credeva. "Il 18 settembre del 1993 arrivarono i carabinieri e mi dissero di seguirli. E’ stata una liberazione. Ho detto subito che volevo parlare. Sono diventato il collaboratore Gamma. Dopo alcuni giorni ho avuto il permesso di parlare con la mia ragazza. Le ho confessato tutto. E’ scoppiata in lacrime". Giovanni Riggio apre un taccuino: "Voglio dire una cosa ai giovani calabresi: tornate indietro finché siete in tempo…". Sorride come intimidito dal ruolo che si è assunto. "Certo, è una vita difficile. So che al minimo errore ci rimetterò la pelle. So che avrò difficoltà a trovare un lavoro, ma ho avuto una buona offerta… non voglio avere per sempre i soldi dello Stato. E continuerei a collaborare anche se non me li dessero più. Ma questi sono fatti miei, non giudico gli altri collaboratori. E penso che sarebbe un errore dimenticarsi il contributo che hanno dato. Io però sono pentito veramente. Mi sono sposato in chiesa, mi sono cresimato. Credo in Dio".






