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“Al Valentain” chiude per racket

REGGIO CALABRIA – Il ristorante "Al Valentain" è chiuso da otto giorni. Non si cucina più, non si prendono ordinazioni. E’ tutto fermo da quando, il 23 ottobre, la giovane proprietaria ha trovato nel magazzino una bottiglia incendiaria. L’ennesimo atto intimidatorio di chi li vuole costringere a pagare, li vuole costringere a piegare la testa. Valentina e Giovanni sono due fratelli, due ventenni reggini che hanno scelto di fare impresa in questa terra del Sud dove non c’è lavoro e dove avere coraggio è difficile.
Eppure loro hanno scelto di provare. Hanno trovato un vecchio locale da ristrutturare in riva allo Stretto, a Santa Trada di Villa San Giovanni, e lo hanno rimesso a nuovo. Non sono soli Valentina e Giovanni hanno con loro la famiglia: il papà Francesco Mazza, la mamma Vittoria Siviglia e gli altri due fratelli.
"Abbiamo investito tutto in questa sfida, – dice papà Francesco – abbiamo speso più di 100mila euro solo per la ristrutturazione e ogni mese paghiamo duemila euro di affitto. La nostra è una piccola azienda familiare e adesso ci vogliono togliere tutto, ci vogliono lasciare "poveri e pazzi", così ci hanno scritto in una delle tante lettere intimidatorie ricevute. Sono undici mesi che non viviamo più. Abbiamo paura".
Eppure Vittoria e Francesco con coraggio, con determinazione, hanno scelto di rompere il silenzio e di gridare la triste realtà di questo Sud.
"Il nostro non è coraggio – dicono – è disperazione perché siamo convinti che non si muore di solo piombo. E’ uno stillicidio, ci vogliono annientare"
Sguardo schietto e fiero Vittoria parla e la sua voce trema, gli occhi si inumidiscono ma non piange. "Sono qui solo per testimoniare cosa accade a due giovani che iniziano con sacrificio a fare impresa. Sono i miei figli, ma sono i figli dello Stato, uno Stato che li deve proteggere. Ed invece, oggi, i miei figli hanno le ali spezzate. Non dormono più, non vivono più"
Prende fiato mamma Vittoria e aggiunge: "Prima pensavo quanto fosse bella questa città, quanto fosse bello vivere qui, oggi vorrei scappare. Siamo soli in questa sfida, certo abbiamo avuto le forze dell’ordine vicine, ma non basta. Dico ai politici, alla società civile: dovete prestare orecchio a queste storie e aiutare i giovani perché qui dietro l’angolo non c’è nulla, non c’è lavoro, non c’è niente e la risposta non può essere la malavita. Noi dobbiamo rivolgerci alle istituzioni".
Reagire, dunque, e rompere il silenzio, spezzare quel cerchio che li lega ai taglieggiatori per farli vittime. E adesso nel giorno della denuncia la famiglia Mazza non è sola. Nel salone della Camera di commercio ci sono anche il sindaco di Villa San Giovanni Rocco Cassone e il presidente del Cids (il Comitato interprovinciale per la sicurezza) Demetrio Costantino.
"Nei 97 Comuni della provincia reggina – dice Costantino – ci sono 112 cosche mafiose e questo vuol dire, secondo dati certi, che il 27% della popolazione è collusa. Bisogna agire subito per cambiare la realtà di questa Calabria".
Ora la famiglia non sa se arrendersi o continuare a combattere. "Aspettiamo che arrivi mia figlia Anna, – sostiene Francesco Mazza – lei lavora su, al Nord, in un fast-food appena sarà qui ci guarderemo negli occhi tutta la famiglia e decideremo cosa fare. Abbiamo investito tutti i nostri soldi in questa impresa. Io dirigevo un albergo lontano dalla Calabria, poi due anni e mezzo fa ho deciso di tornare. Abbiamo lavorato sodo per mettere su "Al Valentain", ci credevamo davvero! Quando hanno iniziato a chiedere soldi non pensavamo fosse una cosa così seria. Ci è arrivata una lettera, era fine ottobre 2004, e la richiesta era di cinquecento euro. Non gli abbiamo dato peso. Poi ne è arrivata un’altra, più alta: 5 mila euro e l’imperativo di consegnarli personalmente. Io sono andato all’appuntamento, con i Carabinieri ovviamente, ma non si è presentato nessuno. Era una lettera scritta a mano, in dialetto stretto tanto che i carabinieri hanno dovuto chiamare un maresciallo in pensione per tradurla".
Ma non finisce qui. "Hanno spedito una busta con tre pallottole esplose e un biglietto: "Queste sono per te, le prossime, quelle piene, saranno per gli occhi belli di tua figlia". Quel giorno però la busta non la presi io ma proprio Valentina e fu un duro colpo per lei. Credetemi è difficile vivere con questa paura anche perché penso che non vogliono solo i nostri soldi, vogliono sottometerci".