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Calabria, il racket e quel sondaggio shock

Un questionario per conoscere quanti sono gli imprenditori che in Calabria sono vittime di estorsioni e dell’usura. L’idea è di Confindustria Calabria che ha avviato un’indagine per analizzare i due fenomeni, sfruttando l’anonimato delle imprese. Due pagine di domande alle quali industriali, imprenditori, ma anche piccoli esercenti, potranno rispondere evidenziando il problema delle vessazioni cui sono costretti da parte della criminalità organizzata. L’esperimento è partito da Catanzaro lo scorso gennaio. Nei giorni scorsi il direttivo di Confindustria Calabria ha deliberato di espandere l’iniziativa a tutte le altre province calabresi. Il quadro che ne è venuto fuori dall’indagine avviata sul territorio catanzarese è piuttosto preoccupante. Le imprese sottoposte a estorsione nell’ultimo anno sono il 40% del totale che opera nell’intera provincia. Il 28% dei titolari ha ammesso di aver pagato il pizzo, mentre solo il 49% delle vittime ha sporto denuncia. Il questionario ha anche evidenziato le preoccupazioni degli imprenditori. Solo il 18% di coloro i quali hanno denunciato il racket ha, infatti, ottenuto l’aiuto dalle autorità competenti. Un dato che Umberto De Rose, presidente di Confindustria Calabria, cita per testimoniare la difficoltà degli imprenditori a intraprendere la strada della denuncia. «Se avessimo posto questo quesito agli imprenditori siciliani la percentuale del 18% si sarebbe capovolta» – spiega De Rose. Ivan Lo Bello presidente degli industriali della Sicilia e artefice della ribellione che ha portato gli imprenditori dell’isola a denunciare il pizzo, puntualizza : «La società meridionale non può rimanere paralizzata davanti all’ opinione che la vittima va capita, perché non si fa altro che guardare passivamente un problema in continuo aumento». Il presidente di Confindustria Sicilia ripete che l’unico rimedio per chi paga il pizzo è «l’espulsione» dall’associazione. Una soluzione che non piace a De Rose perché è una «strategia che porta solo all’emarginazione dell’imprenditore». L’atteggiamento di De Rose ha scatenato la reazione dei giovani industriali calabresi che in un documento contestano le posizioni del loro leader. «Pagare il pizzo significa non solo rafforzare le organizzazioni criminali sotto il profilo economico, ma peggio, riconoscere loro il potere di soggetto legittimato a garantire la sicurezza» sostengono i giovani di Confindustria Calabria. Da parte di Confindustria c’è però anche la consapevolezza che occorre fare ancor di più per conquistare autorevolezza e un’immagine più «decorosa», rispetto al passato. Nasce l’Albo Ecco dunque l’idea di istituire l’ «Albo di sicurezza dei fornitori» e, ancora, la necessità di disporre di un «piano finanziario» qualora l’imprenditore chieda una licenza o un’autorizzazione per costruire. Questo per impedire che i cosiddetti «prestanome» possano inserirsi nell’ appalto e riciclare soldi sporchi. Nei giorni scorsi Confindustria Calabria ha radiato 92 soci dalle varie associazioni territoriali perché collusi con organizzazioni criminali o condannati per reati di mafia. Provvedimenti presi in ritardo si lascia sfuggire un industriale calabrese con interessi nel nord Italia. Il riferimento è chiaramente rivolto a Raffaele Vrenna, il vice presidente vicario di Confindustria Calabria che lo scorso giugno è stato condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa e coinvolto in altre indagini da parte della Dda di Catanzaro, ha messo a fuoco i problemi di una categoria che ha sempre cercato di ridimensionare il coinvolgimento dei propri iscritti in indagini di mafia. Lo stesso presidente De Rose ha tentato di sminuire le accuse a Raffaele Vrenna, prendendo tempo sulla decisione di sospendere il suo vice ed evitando, anche la costituzione di parte civile di Confindustria nel processo Puma, dove Raffaele Vrenna era imputato. Le dimissioni, spontanee, dell’industriale di Crotone, sono servite a togliere dall’imbarazzo i vertici di Confindustria Calabria.