Rosarno, la violenza oscura e vanifica il lavoro dei volontari
ROSARNO (Rc) – Le violenze a Rosarno, prima e dopo la rivolta degli immigrati africani schiavi, rischiano di oscurare il lavoro fatto dalle associazioni negli ultimi anni e il cambiamento culturale che si era già messo in atto attorno al dramma dei dormitori lager. “Un movimento trasversale rispetto alla politica, in cui le idee stavano diventando tante e in rete”, sottolinea Filippo Andreacchio presidente di Mammalucco onlus di Taurianova. “L’anno scorso avevamo partecipato a delle assemblee sul libro “Gli africani salveranno Rosarno” (a cura di Antonello Mangano con contributi, tra gli altri, di Gabriele Del Grande, ndr.) fatte proprio a Rosarno con interventi di giornalisti – ricorda Andreacchio – pensavamo servissero azioni sui diritti e la legalità”.
In prima linea sulle iniziative culturali c’erano i volontari dell’Osservatorio Migranti Africalabria che nasceva con la vocazione di monitorare il fenomeno, oltre a distribuire acqua e coperte e a tenere contatti quotidiani con le bidonville della Piana di Gioia Tauro. Per fare circolare le informazioni sulle condizioni disumane in cui vivevano migliaia di braccianti agricoli extracomunitari, era nato anche un gruppo su facebook, che porta lo stesso nome del libro e ha ricevuto negli ultimi giorni migliaia di contatti. Piccole realtà che si stavano unendo in una rete di giovani sparsi in tutti i comuni della Piana di Gioia Tauro, interessati alle storie di ragazzi africani di pari-età. L’ultima mobilitazione in ordine di tempo era quella di arrivare a trasmettere le partite della Coppa d’Africa con generatori elettrici, tv e parabole dentro agli alloggi nelle ex fabbriche senza luce. Ma era stata preceduta da una grande attività solidale durante le feste natalizie. Dalla distribuzione di mille “zuppe Calafrica” alla donazione di qualche jembee. Coinvolte l’associazione “Il mio amico Jonathan” di Gioia Tauro, Mammalucco onlus di Taurianova, Il Samaritano di Polistena, gli scout di Rosarno, i ragazzi di Nicotera, Lauretana di Borrello e Palmi.
L’esperienza più riuscita era la colazione portata alle 4,30 del mattino sulla strada davanti l’ex Opera Sila, dove dormivano quasi 1000 braccianti. Tè, latte caldo e biscotti. In pochi giorni i volontari erano diventati tanti, persino un’intera squadra di basket con il suo allenatore “Eravamo molto visibili con il gazebo per la colazione sul ciglio della strada alle 5 del mattino. – spiega il presidente di Mammalucco Onlus- Era un modo per presidiare il territorio in modo diverso, alla stessa ora in cui arrivavano i caporali”. Gli africani delle clementine, fantasmi della statale 18, stavano diventando ogni giorni meno invisibili. “L’abbiamo fatto sapendo di avere molti occhi locali puntati addosso, per stimolare attenzione sui migranti, sfruttando le risorse della Caritas diocesana”. Tante le parrocchie che portavano aiuti alimentari e facevano raccolte di cibo. “Ma la reazione della diocesi ai problemi è stata lenta”, sostiene Andreacchio. E sul clima in questi giorni a Rosarno dice: “C’è seria difficoltà a dialogare per paura di etichette come razzismo e mafia. Il problema riguarda tutta la Piana. Vedo troppa reverenza verso mammasantissima la ‘ndrangheta”.
Un altro volontario, Walter Tripodi, della parrochhia di don Pino Demasi di Libera a Polistena, sottolinea l’operazione culturale attorno ai diritti degli sfruttati che stava dietro alle iniziative di solidarietà. “E’ drammatico pensare che si andasse lì solo per portare cibi – continua Tripodi – il senso delle attività come la colazione era di conoscere i ragazzi, entrare in contatto, fare mediazione”. Per questo, l’analisi dei fatti di Rosarno è che “quando dopo i primi ferimenti si è diffusa tra gli africani la voce che ne fossero morti 4, nessuno ha fatto mediazione e questo ha causato la rivolta pesante da parte loro. La controreazione del popolo è stata di un’inciviltà orrenda”. Tutto è precipitato proprio quando iniziavano a instaurarsi forme di collaborazione più stabile. “Avevamo portato attrezzi con cui gli africani avevano iniziato a ripulire la fabbrica. – continua Tripodi- La cooperativa Valle del Marro di LiberaTerra si era offerta di darci delle ruspe per fare una bonifica, in seguito”. Tripodi è rimasto colpito dall’assenza di bagni nell’ex oleificio: “Solo qualche bagno chimico inutilizzabile, da buttare”. Il fatto che gli africani andassero a fare bisogni per la strade sarebbe stato il pretesto per sparare ai genitali di uno dei tre migranti feriti, episodio da cui è partita la rivolta. I volontari raccontano l’ultimo pomeriggio, il 6 gennaio, il giorno prima degli spari. Avevano regalato ai ragazzi africani alcuni jembee. “Hanno ballato ininterrottamente dalle tre del pomeriggio alle sette, quando abbiamo staccato il generatore elettrico, poi abbiamo dovuto lasciarli al buio”. (rc)






