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Anche un baby-killer sparò al brigadiere

LOCRI – Per azioni tanto eclatanti neanche la ‘ndrangheta calabrese aveva fatto mai ricorso a killer così giovani come nell’agguato mortale al brigadiere Carmine Tripodi, 24 anni, comandante la stazione dei carabinieri di San Luca, avvenuto il 6 febbraio scorso. Ad uccidere il sottufficiale, infatti, secondo i risultati delle indagini sarebbe stato un commando di tre uomini che con lucida freddezza ha atteso sulla provinciale San Luca-Bovalino l’auto del brigadiere, l’ha bloccata e ha eliminato a colpi di lupara colui che era diventato una vera e propria bestia nera per le nuove cosche della zona.

Nel commando c’era, a quanto risulta, anche Domenico Strangio, 18 anni a dicembre, figlio di Francesco Strangio, noto come "Ciccio Barritta" condannato a 25 anni nel processo d’appello per il sequestro del "re delle pellicce", Giuliano Ravizza di Pavia. Gli altri due che avrebbero sparato contro il brigadiere Tripodi sono pure in carcere. Ecco i loro nomi: Rocco Marrapodi, 28 anni, disoccupato e Salvatore Romeo, 27 anni, bracciante, entrambi di San Luca come il giovane Strangio.

Come mai un baby-killer nel commando della morte? Chi s’intende di fatti e rituali mafiosi assicura che anche questa presenza, specialmente in una zona dove i rituali della mafia contadina sono ancora vivi e significativi, è una dimostrazione tangibile che le nuove leve mafiose non tengono in alcun conto le vecchie usanze e che le cosche della zona sono ormai alle corde. Carmine Tripodi, che il mese prossimo avrebbe dovuto sposare una maestrina di Bovalino, è stato ucciso – dicono in base alle risultanze delle indagini i sostituti procuratori Ezio Arcadi e Carlo Macrì – perchè aveva scombussolato piani e organigrammi di alcune cosche dedite ai sequestri.

In modo particolare di quelle cosche che hanno effettuato i rapimenti di Giuliano Ravizza e dell’ingegnere napoletano Carlo De Feo che avevano fruttato all’anonima la bellezza di oltre 8 miliardi di lire. Per il sequestro De Feo, Tripodi aveva fatto arrestare 29 persone del luogo e sei camorristi napoletani. Nel caso Ravizza, con le sue indagini ha consentito al giudice istruttore di Pavia, Cesare Beretta, di aprire un procedimento-bis contro altre cinque persone, tra cui figura anche don Giovanni Stilo, il sacerdote di Africo già finito in galera e ora agli arresti domiciliari perchè accusato di associazione a delinquere di tipo mafioso. Le indagini per l’assassinio del brigadiere Tripodi non sono comunque ancora terminate. Assieme ai presunti assassini in galera si trovano da diversi giorni ben otto persone accusate di favoreggiamento.