L’Espresso e Alvaro
«La Calabria fa parte di una geografia romantica. Eppure non vi è regione più misteriosa e più inesplorata di questa». Parole di Corrado Alvaro che aggiungeva: «Il calabrese vuole essere parlato». Ed egli infatti parlava seriemente facendo, approfondendo con riflessioni le tematiche che dovevano contribuire ad accrescere la consapevolezza critica. La ‘ndrangheta, nota come l’organizzazione criminale più ricca e profondamente ramificata, è un male dalle radici profonde, pericolose e difficili da estirpare.
Il 2 ottobre 1955, Corrado Alvaro scriveva sul n°1 dell’Espresso diretto da Arrigo Benedetti, in terza pagina, una lunga analisi sull’operazione Aspromonte ed in particolare sulla "psicologia della Macchia".
Un’intera pagina dedicata alla Calabria, nella quale oltre all’intervento di Alvaro, è presente la lunga analisi politica di un grande giornalista dimenticato, Luigi Locatelli, il tutto arricchito con due fotografie le cui didascalie sono di per sé delle sentenze.
Gli articoli ripercorrono in parte gli anni del travagliato passaggio dal fascismo alla Repubblica, durante i quali la ‘ndrangheta continuava a funzionare. Certo, la guerra non fu indolore anche per essa; i giovani, che erano partiti per il fronte, avevano ridotto la base di sostegno dell’organizzazione ed il ricambio e il reclutamento subirono un rallentamento, creando un periodo di crisi e di difficoltà.
Pur tuttavia tutto ciò fu bilanciato dal rinnovato prestigio e peso politico che riacquistò quando, come scrive Arlacchi, «tra il 1943 e il 1945 i mafiosi furono nominati, dal governo militare alleato, sindaci di buona parte dei comuni della Sicilia Occidentale e della provincia di Reggio Calabria». In questo scenario irrompe la famiglia di Antonio Macrì, da tutti ritenuto "il capo della malavita di Siderno" cioè un personaggio di tutto rispetto.
Era Macrì ad assegnare i guardiani ai proprietari e questi corrispondevano i compensi per essere certi di non subire danni alle loro proprietà. Non venne meno, in quel periodo, la funzione della ‘ndrangheta come soggetto politico, sia come direttamente impegnata nell’amministrazione pubblica, sia come interlocutrice privilegiata nell’assegnazione di lavori e servizi, ma anche come strumento utilizzato per risolvere le lotte per il potere che imperversarono in diversi partiti.
L’8 settembre 1955, il prefetto di Reggio Calabria insisterà, in un suo rapporto, sulle pressioni che le ‘ndrine operano sulle amministrazioni comunali, nei paesi «per lo più fra i meno progrediti e soprattutto in quelli prossimi alla fascia aspromontana» condizionandone l’azione amministrativa, «attraverso le acquiescenti tolleranze di amministratori e l’arrendevolezza supina degli esponenti delle categorie sociali più elevate, in affitti, appalti, concessioni di servizi, riscossioni di diritti d’uso civico e via dicendo, dai quali ritraggono, sotto forme di percentuali, illeciti profitti». Nello stesso documento si soffermerà sui «partiti di centro destra, alcuni esponenti dei quali in passato non avevano saputo sottrarsi ai compromessi con la malavita». Concetto ripreso da Luigi Locatelli sull’Espresso del 1955.
Ma i rapporti con la ‘ndrangheta non riguardavano solo i partiti del centro destra ma anche i partiti come il PSI, il PCI e la DC. A contrastare la destra di partito scesero in campo i fanfaniani. Infatti, si sospettò, ben presto, che l’arrivo a Reggio, in piena estate del 1955, del giovane questore Marzano, in sostituzione inaspettata e improvvisa del questore Pietro Sciabica, fosse stato provocato da questa corrente democristiana. La vecchia guardia non poteva non capitolare sotto i colpi dell’operazione Marzano. Il giovane questore colpì uomini legati a esponenti democristiani che rappresentavano il vecchio notabilato cittadino e la destra conservatrice del partito. Fu sostituita dai giovani che presero il potere nel partito.
Scrive Alvaro: «Con uno spiegamento d’inviati speciali, la stampa italiana si è buttata sull’"operazione Aspromonte" secondo i termine cinematografico adottato per l’occasione. In verità visi gira un filmetto mediocre che non vale tanta pubblicità….Una normale operazione di polizia, poiché i nomi degli affiliati li conoscono persino i ragazzi della provincia di Reggio Calabria, sarebbe bastata a ripulire l’ambiente, a evitare le reviviscenze e a scongiurare le dicerie dei reggini».
Alvaro conduce per mano ad una riflessione che ancora oggi, dopo oltre 50 anni è amara: «I calabresi sono, con tutta la loro scontrosità, gente di umore, e scoprono facilmente l’ironia delle cose, specie nelle faccende ufficiali», e ricordando due eventi accaduti nel 1924 e successivamente la visita di De Gasperi a Reggio quando «il treno presidenziale, alle fermate prossime alla città si riempì di gente, e fece il suo ingresso alla stazione di Reggio echeggiante di inni fascisti..
Non che i calabresi siano tali. Possono esserlo, per polemica, per un complesso di inferiorità… e perché non potendo fare la prosperità della propria regione, fantasticano sulla grandezza di cartone della nazione intera». Una pagina di storia che seppure si dimentica, viene rinnovata nella quotidianità.






