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Due carabinieri scoprono “vertice” mafioso: uccisi

Taurianova, 2 aprile. Due carabinieri (Stefano Condello e Vincenzo Caruso) sono morti nel pomeriggio di ieri in uno scontro a fuoco con un gruppo di mafiosi sorpresi in un cascinale lungo la strada tra Taurianova e Molochio. Sono riusciti ad uccidere due degli assassini (Rocco e Vincenzo Avignone), ma sono stati finiti con un colpo di pistola alla nuca. La caccia ai mafiosi (che lo siano non esistono dubbi) è cominciata subito: gigantesca. Con elicotteri e cani da pastore. Trecento uomini stanno frugando da ore ed ore nelle forre dell’Aspromonte e nei casolari della piana di Palmi alla ricerca degli assassini che sono fuggiti lasciando sull’aia della cascina dove s’erano riuniti due cadaveri (Rocco e Vincenzo Avignone) e trascinandosi dietro un ferito. I primi risultati sono costituiti dall’arresto di cinque persone: il proprietario della cascina, Francesco Pedullà, 79 anni; Domenico Caridi, 27 anni; Giuseppe Bruzzese, 45 anni; Girolamo Albanese, 29 anni, proprietario di un bar a Taurianova e Vincenzo Zinnato, 37 anni, impresario edile. A questi ultimi due si contesta il concorso in omicidio; agli altri il reato di favoreggiamento. Tutta la dinamica dell’episodio è da ricostruire: gli elementi a disposizione dei carabinieri e dei magistrati sono pochi ed incerti. La zona è stata setacciata casa per casa, podere per podere, metro per metro. Gli uomini sono tornati questa notte in caserma stanchi e nervosi: piove, fa freddo e spesso le ricerche sono ostacolate dalla nebbia. Venerdì: ore 14,30. Un’auto del nuoleo radiomobile della compagnia dei carabi nieri di Taurianova (il paese è piccolo, ma è al centro di una zona pericolosa) esce in perlustrazione. E’ al volante l’appuntato Stefano Condello: sposato, due figlie (Antonietta, 16 anni e Rossana 12 anni), calabrese di Palmi, esperto di cose e di personaggi mafiosi. Con Condello sono i carabinieri Vincenzo Caruso, 27 anni, di Biscemi provincia di Caltanissetta, sposato da sei mesi, tra quattro sarebbe diventato padre, e Pasquale Giacoppo, 24 anni, di Messina. Da una curva della strada, Condello avvista un’auto (una Fiat 127) e si rende subito conto che è quella di un pregiudicato, Giuseppe Avignone, che è scappato dall’isola dell’Asinara dove stava scontando il soggiorno obbligato. I carabinieri decidono di raggiungerla ed arrivano nella contrada Razza di Molochio. Dall’alto notano un gruppo di auto (quattro o cinque) ferme davanti ad un casolare. L’appuntato Condello ed il carabiniere Caruso scendono dalla « Gazzella »: Giacoppo, invece, rimane al volante. «Dieci minuti dopo — racconta Giacoppo — ho sentito degli spari. Sono accorso ed ho visto un gruppo di uomini, una quindicina, fuggire: a terra, c’erano Condello e Caruso da una parte, i due Avignone dall’altra. Ho sparato anch’io: forse ne ho ferito uno di quelli che scappava». E’ vero: sono state trovate tracce di sangue. Che cosa sia avvenuto in quei dieci minuti, dal momento in cui l’appuntato ed il carabiniere sono scesi dall’auto a quello in cui è arrivato Giacoppo, non è facile ricostruire. Si presume (ma è soltanto un’ipotesi) che Condello sia entrato nella cascina e sia stato subito aggredito: dalla sua divisa sono state strappate stellette e bottoni. Poi é uscito e con il suo compagno ha cominciato a sparare. E’ certo un dettaglio macabro: i due carabinieri sono stati finiti con un colpo di pistola alla nuca. Pasquale Giacoppo è corso alla sua auto, ha messo in azione la radio, ha chiamato aiuto. Venti minuti dopo sono arrivati i primi carabinieri da Taurianova: i mafiosi avevano preso il largo da tempo. Le ricerche sono partite dalle auto che gli assassini hanno lasciato sull’aia. Questa notte è stato fermato Girolamo Albanese che è il proprietario di una Fiat 126; la Fiat 127 che ha attirato l’attenzione di Condello è di Giuseppe Avignone, il quale si era preoccupato di attrezzarla in modo particolare sostituendo i vetri normali con quelli antiproiettile. Poi è stato fermato Vincenzo Zinnato proprietario di un’altra auto trovata vicino alla cascina e con lui è stato fermato anche Francesco Pedullà al quale appartiene il podere. Per quale motivo i quindici mafiosi erano riuniti? Ufficialmente stavano pranzando ed infatti sono stati trovati i resti di un pasto notevole: vino, pastasciutta, carne arrosto, formaggio. Nella realtà tutti ritengono che stessero progettando un sequestro o discutendo sul sistema con cui dividersi le zone di influenza: la costruzione del centro siderurgico a Gioia Tauro, con i suoi appalti, è sempre al centro di discussioni e di polemiche. Per quale motivo i quindici mafiosi hanno sparato? Innanzi tutto per non essere riconosciuti, ma soprattutto — si suppone — per proteggere uno di loro che aveva il ruolo di boss. Gigi Malafarina, un collega calabrese espertissimo di questioni mafiose, esclude che questo boss possa essere stato Mammoliti il quale è latitante, ma non uscirebbe mai dalla sua zona di Castellacela dove si sente molto protetto dai suoi uomini. Ed allora? Giuseppe Avignone che è fuggito potrebbe essere un boss importante. Lo era senz’altro, comunque, Rocco Avignone che è stato ucciso con suo nipote Vincenzo. Rocco era un impresario edile che ha fatto la sua fortuna in poco tempo a Gioia Tauro: incriminato per un duplice omicidio venne assolto per insufficienza di prove nel giugno scorso. Suo nipote Vincenzo è stato anche lui incriminato per omicidio, ma anche lui è stato assolto. Entrambi erano sorvegliati speciali e destinati al soggiorno obbligato.