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Calcio e sangue a Locri

LOCRI – Nel 2007, quando annuncia la sua intenzione di riprendere le redini del "Locri calcio", Pasquale D’Ettore non fa riferimento solo a ragioni di cuore e di rivalsa personale. Ragiona in termini di business: "Non si può in una realtà come questa prescindere da un evento coinvolgente e catalizzatore d’interessi anche economici come il calcio" (La Riviera, 4 febbraio 2007, p.6). E’ una questione di affari, insomma, poco importa se D’Ettore è un consulente fiscale specializzato nel settore farmaceutico (amministratore Depositi farmaceutici srl) e poco importa se dieci anni prima la sua avventura da presidente della storica società amaranto si era interrotta in malo modo, con un arresto per associazione a delinquere e truffa ai danni dell’Asl 9 di Locri. La stessa in cui lavoravano Franco Fortugno e il caposala Alessandro Marcianò, condannato all’ergastolo come mandante del suo omicidio. La stessa che sarà sciolta per infiltrazioni mafiose nell’aprile 2006. Incassata l’assoluzione da tutte le accuse e finalmente libero da impedimenti giudiziari, l’imprenditore di origini napoletane ma residente a Locri nel 2007 non vede l’ora di ritornare da padrone nello stadio comunale di via Cusmano, autentico orgoglio cittadino, 4.500 posti a sedere e un terreno in erba che è l’invidia di tutte le squadre della Locride. Detto fatto: gli ci vuole solo un anno per conquistare con la sua cordata il vertice della società calcistica cittadina. La forma dice che D’Ettore è vicepresidente ma nessuno, in paese, ignora la sostanza, anche perché, a scanso di equivoci, ci pensa di persona a fugare ogni dubbio su chi comandi davvero (Stadioradio.it, 21 agosto 2008): "Amici dovete capire…bene: la squadra ha una firma in lega…mia. L’organigramma è chiaro: direttore sportivo spadaro fortunato, presidente minniti, proprietà mia. Spero di essere stato chiaro". Si è dimesso da una settimana, ufficialmente per gli scarsi risultati ottenuti dalla società, quando il 3 febbraio 2010 lo arrestano per associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nell’ordinanza di custodia cautelare della Dda di Reggio Calabria (inchiesta "Leone") il suo nome compare accanto a quello dell’operaio forestale Guido Brusaferri. Una frequentazione abituale e di lunga data, si fa notare nella carte giudiziarie. Peccato che per gli inquirenti, e per tutti i locresi, il nome di Brusaferri significhi chiaramente cosca Cordì. Nipote del capobastone Cosimo, già condannato per associazione mafiosa, accusato dal pentito Novella di essere il padrone assoluto degli appalti di Locri, l’uomo rappresenterebbe a pieno titolo gli interessi del clan. E D’Ettore, patron del Locri calcio, con interessi nel mondo della sanità, ci sarebbe andato a braccetto.

Sanità, calcio e Cordì – L’intreccio, nei cento anni di storia della società calcistica di Locri, non è affatto inedito. Tra i Cordì e il mondo del pallone, in particolare, il feeling è di lunga data e non ha avuto timore, o vergogna, di rivelarsi alla luce del sole. Come alle 15.00 del 19 ottobre 1997. Quella volta, poco prima dell’inizio della gara con lo Sciacca per il campionato nazionale dilettanti, due non meglio identificati dirigenti del Locri chiedono all’arbitro di far rispettare un minuto di silenzio per la morte dello zio di due giocatori. Nulla da eccepire per il direttore di gara – Soraggi di Lucca – che di ‘ndrangheta e Calabria capisce evidentemente ben poco e nulla sa della cruenta faida in atto tra i Cataldo e Cordì per il controllo della città (tre morti e due feriti nella sola settimana che precede la partita). Di fronte ai poliziotti sbalorditi che qualche minuto dopo gli chiedono conto dell’onore tributato al capobastone Cosimo Cordì – massacrato a pallettoni il 13 ottobre in una zona periferica di Locri – l’arbitro cade dalle nuvole. Fa appello ai valori della "famiglia", invece, l’allora presidente del Locri calcio Giorgio Barresi – primario di gastroenterologia sempre all’Asl n.9 e candidato del Polo alla carica di sindaco nelle amministrative del 1996 – che abbozza una giustificazione di fronte allo scandalo nazionale suscitato dall’episodio: "Bisogna smetterla di criminalizzare Locri. Abbiamo semplicemente manifestato solidarietà per il grave lutto che aveva colpito due nostri giocatori". Non fa differenza che i calciatori in questione – il difensore Livraghi e il centrocampista Romeo, effettivamente nipoti del boss – nell’occasione non figurassero neppure in panchina. In quanto a Barresi, in quegli stessi giorni è al centro di un’indagine della Dda di Reggio Calabria per voto di scambio con la ‘ndrangheta. L’accusa è quella di avere "come candidato alla carica di sindaco, promesso, offerto, assicurato direttamente e indirettamente alla cosca "Cordì", utilità consistenti nella possibilità di interloquire e condizionare le scelte della futura amministrazione comunale di Locri e quindi funzionali all’aumento del prestigio e del potere economico della cosca stessa. Ciò per ottenere a suo vantaggio i voti della cosca "Cordì", nonché altri voti dalla medesima cosca procurati attraverso minacce e coercizione mafiosa del voto altrui, in occasione delle elezioni amministrative per il rinnovo del consiglio comunale di Locri". La poltrona di prima cittadino alla fine gli era sfuggita per una trentina di voti (dalle urne uscì eletto Giuseppe Lombardo) ma della vicenda giudiziaria si ricorderà il commissario prefettizio Paola Basilone che non mancherà di menzionare i carichi pendenti del primario Barresi nella relazione (25 marzo 2006) della Commissione d’accesso presso l’Asl.9 voluta dal ministro dell’Interno Pisanu dopo l’omicidio Fortugno.
Nel corso del 1997, comunque, il Locri calcio aveva già attirato l’attenzione delle forze dell’ordine e della magistratura ordinaria. Se lo ricordano bene i calciatori D’Angelo, Giglio e Caridi ai quali, finito il campionato Dilettanti 1996/97, misteriosi "piromani" avevano incendiato le automobili. Le indagini sull’episodio si concentrarono immediatamente sulla partita Locri-Crotone che l’11 maggio 1997, concludendosi con un ecumenico 0-0, aveva promosso il Crotone in serie C2. L’ipotesi? Un pareggio combinato a tavolino, alla faccia dei tifosi del Locri che, come registrato puntualmente dalle cronache calcistiche della giornata, non avevano mancato di contestare dagli spalti lo scarso impegno dimostrato da alcuni giocatori di casa. Al contrario, agli occhi degli ignoti incendiari la "colpa" di D’Angelo, Giglio e Caridi sarebbe stata l’agonismo eccessivo: del Locri furono gli unici, nell’occasione, a giocare con convinzione. Alla fine del campionato, e dopo il rogo punitivo, furono tutti e tre ceduti ad altre società calcistiche.

Il direttore sportivo ucciso a Natale –
A Stefano Carnuccio, cinque anni prima, era andata molto peggio. La notte del 26 dicembre 1992, sotto una pioggia battente, qualcuno lo aspettò nei pressi della casa in cui viveva con i genitori, nella centralissima via Scaglione, ed avendolo a tiro cominciò a fare fuoco all’impazzata. Un autentico, rabbioso tiro al bersaglio, forse segno che a sparare, ragionarono dopo gli inquirenti, non era stato un professionista: il corpo di Carnuccio, colpito sedici volte, rimase a lungo riverso in una pozza di sangue, a pochi passi dalla piazza principale di Locri, senza che nessuno accorresse o lanciasse l’allarme. I colpi di pistola erano stati scambiati per botti delle feste. Rappresentante locale della più importanti case farmaceutiche italiane, osservatore di molte società professionistiche del Centro e Nord Italia, Carnuccio aveva 58 anni, una laurea in chimica, e il calcio come unica passione: era il direttore sportivo del Locri calcio, quell’anno impegnato nel campionato d’eccellenza, e tra le sue prerogative c’era naturalmente il compito di scegliere i giocatori per la squadra. Le ipotesi investigative, all’epoca, si sprecarono: si pensò all’assurda vendetta di un aspirante calciatore scartato in una selezione o deluso dalle scelte tecniche del professionista, ma non furono tralasciati anche possibili problemi legati all’attività di informatore farmaceutico. Forse Carnuccio aveva pronunciato un "no" di troppo in un ambiente, quello della sanità locrese, popolato da camici con la pistola. A diciott’anni di distanza restano solo le ipotesi e la tribuna dello Stadio comunale locrese che dal 2009 è intitolata a lui.

Il centravanti ammazzato a colpi di lupara – Contro Enzo Cotroneo, la notte del 19 marzo 2006, invece, spararono in due e sapevano perfettamente quel che facevano. Uno lo inchiodò al sedile della Golf con un fucile da caccia caricato a pallettoni, l’altro lo finì con una calibro 9. Il momento e il luogo dell’agguato erano stati studiato con attenzione. Lungo la strada secondaria di Bianco, paese della Locride, che Cotroneo percorreva ogni sera per tornare a casa, a quell’ora non transita nessuno. E infatti la voce del ragazzo che invoca aiuto riesce a sentirla solo la fidanzata con cui Enzo sta discutendo al cellulare. Tra una settimana li attende la "promessa" di matrimonio. Hanno deciso che il viaggio di nozze lo faranno in Australia. Non se lo spiega nessuno quel "trattamento" da boss per un imbianchino saltuario di 28 anni, con il vizio del gol, che nella conta dei morti ammazzati della Locride, diventa la ventottesima vittima in 18 mesi. Il Locri calcio è naturalmente sotto shock. Enzo è da due stagioni il centravanti della squadra, impegnata nel campionato calabrese di Promozione, il giorno prima dell’agguato era sceso in campo nel derby della Jonica contro il Roccella e a fine partita aveva brindato con i compagni alla vittoria in campo e al prossimo addio al celibato. Ma il calcio, giurano tutti, in quell’omicidio non c’entra. Non può c’entrare. "Nel nostro settore non ci sono grandi interessi. Le nostre sono squadre dilettantistiche attorno alle quali il movimento di denaro è molto scarso. Anzi, in questi ambienti ci sono solamente debiti. Chi ci lavora lo fa solo per passione. Non credo proprio che il calcio c’entri qualcosa con quanto è accaduto", ragiona in quei giorni il presidente della società Giuseppe Pezzimenti, medico, ex sindaco di Gerace, ex consigliere regionale della Lista Sgarbi (2001-2005) e ricandidato ma non eletto nel 2005 con lista dell’Udeur. Sembrerebbe avere ragione. Si scopre che il 20 marzo – il giorno dopo l’omicidio – Enzo doveva essere ascoltato dagli inquirenti come testimone nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Franco Fortugno. La pistola (una 9×21 Luger con bossoli di marca serba) che aveva sparato contro il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, freddato il 16 ottobre 2005 al seggio delle Primarie dell’Unione, era la stessa utilizzata contro la saracinesca del circolo ricreativo che Enzo gestiva a Bianco con il padre. La ‘ndrangheta aveva ammazzato un testimone scomodo? Cotroneo conosceva i responsabili dell’intimidazione? La tesi non viene suffragata da riscontri e lentamente si stempera. Nel dubbio, si comincia a parlare di donne. Di questioni private. Dopo l’incredulità e il dolore, il Locri calcio ha segnato il suo nome accanto a quello di Stefano Carnuccio nella bacheca dei "caduti", e il 27 dicembre 2009 ha spento cento candeline, rievocando con ex dirigenti e giocatori, tifosi e allievi del vivaio le pagine migliori della propria storia. Con quelle peggiori – presidenti inquisiti, boss omaggiati in campo, dirigenti e giocatori ammazzati – il calcio non c’entra.