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“La verità per Totò”

"Il senso della presente intervista è da ricercare nella sete di giustizia e, quindi, di libertà per me e per la mia famiglia, che ci siamo visti strappare la vita ed i sogni di Totò. In vero, la sete di giustizia riguarda non solo noi, ma tutta la Locride, anzi tutta la Calabria, meglio l’Italia intera. Si, perché la prospettiva di rinascita del Sud Italia in generale e della Provincia di Reggio Calabria in particolare, non può che passare dal corretto e civile funzionamento delle Istituzioni e del potere giudiziario soprattutto. Purtroppo non posso non evidenziare, con pessimismo, che se le condizioni sociali, politiche ed economiche del territorio interessato persistono nello stato attuale, le prospettive della popolazione locale sono senza futuro".

Introduce così, la nostra chiacchierata Domenico Musolino, ingegnere nato e cresciuto a Benestare, piccolo centro pre-aspromontano della Locride. Stimato professionista, che subito prima e immediatamente dopo la laurea ha ricevuto allettanti offerte di lavoro al Centro e al Nord Italia. Tutte respinte. Allora era un grande idealista, convinto della necessità del ritorno in Calabria della gioventù allontanatesi per motivi di studio e di lavoro. Soprattutto dei laureati. Ma a posteriori "posso dire, senza possibilità di rivalsa, che il rientro in questa regione dei giovani intelletti non serve a nulla se i poteri legali non innestano quei meccanismi di svolta nelle Istituzioni". Anche per le motivazioni che stanno alla base di questa conversazione, la sua residenza non è più a Benestare, ma in Toscana: "un altro mondo, distante anni luce dalla povera Calabria, dove si riesce a spendere meno del 20% dei finanziamenti ricevuti dalla Unione Europea. E non mi si dica che l’argomento è fuori tema. No, quello della mafia e quello dello scadente funzionamento delle Istituzioni sono due diversi aspetti della stessa medaglia".

Domenico, chi era Antonio Musolino?

"Antonio Musolino, detto Totò, era mio fratello, il secondogenito di quattro figli. Nato anche lui a Benestare nel marzo del 1945, subito dopo il servizio militare aveva avviato un’impresa di costruzioni. Era un imprenditore puro, che ha sempre amato il suo lavoro e la sua ‘Terra di Calabria’. Era simpatico e sempre disponibile ad ascoltare le opinioni di tutti. Senza però, mai accettare i ricatti più subdoli che la realtà sociale, ambientale esercitava (ed esercita, purtroppo, tuttora) sulla popolazione locale. Era un instancabile lavoratore, sempre pronto a dialogare con tutte le sue maestranze al solo fine di ottenere opere di alta qualità, con un elevato livello di garanzia per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Nonostante tutto e nonostante tutti. Si, perché era cosciente del fatto che tutti gli appetiti illeciti si sfogavano sulle imprese, considerate delle vacche da mungere. La sua, ai tempi, era una delle maggiori aziende presenti sul territorio ed era, regolarmente, per titoli e non per acquisizioni, abilitata per la costruzione di Lavori Pubblici (con antica iscrizione all’allora Albo Nazionale Costruttori tenuto presso il Ministero dei Lavori Pubblici). Ha realizzato importantissime opere, anche private: strade, acquedotti, fognature, edifici, scuole, strutture sanitarie, uffici postali, edifici commerciali e quant’altro. Nonostante le possibilità organizzative ed economiche ha, per libera scelta, evitato di comprare e gestire macchine per il movimento di terra, notoriamente, nelle mani della criminalità mafiosa della zona. Essendo un profondo conoscitore della legge sui lavori pubblici, ogni qualvolta riceveva richieste ‘irricevibili’ ricordava, con calma e serenità a tutti i suoi interlocutori, che"la legge non lo consente".
Nella sua vita si è sempre lamentato per la diffusa illegalità esistente nella zona e per l’assoluta mancanza di spirito anglosassone nella scoraggiata gente del posto, non abituata a guardare come proprie le cose pubbliche. Sfiducia derivante, secondo lui, dal mancato esempio da parte di coloro che, nel tempo, hanno rappresentato ai vari livelli la classe dirigente.

Tuo fratello è stato ucciso a colpi di pallettoni il 31 ottobre 1999. Cosa accadde esattamente quella sera?

"Era domenica. Le lancette dell’orologio segnavano le ore 21. Totò si trovava all’interno del frantoio oleario di sua proprietà. Era il primo giorno di apertura di quella stagione e mio fratello aveva appena finito di lavare i macchinari. D’un tratto, due killer a bordo di una Fiat Punto di colore grigio, risultata poi rubata giorni prima nella vicina città Bianco, hanno fatto irruzione e lo hanno colpito a morte con cinque colpi di fucile a canne mozze, la famosa ‘lupara’. Ricordo che durante quel pomeriggio, il frantoio era pieno di contadini che avevano portato per la molitura le olive appena raccolte. Verso le ore 19.45, passandoci davanti, mi sono fermato per scambiare qualche commento sulla futura campagna olearia con alcune persone che stavano lì ad aspettare. Subito dopo mi sono recato nell’abitazione dei miei genitori per stare in loro compagnia. Con loro ho ascoltato il Tg delle 20.00 e dopo una chiacchierata sono ritornato a casa. Durante il tragitto, in Piazza Matrice, che dista circa 50m dal frantoio, ho notato la presenza di tanta gente, incuriosita dal rinnovo delle cariche della Confraternita. Tutte queste persone, come me d’altronde, hanno notato la presenza di una Fiat Punto, condotta da due figuri molto brutti, con lo sguardo truce e violento, con il volto un po’ ‘travisato’ da cappellini muniti di lunga visiera calata sul viso. Questa inquietante presenza era stata avvertita e segnalata alle forze di polizia da alcuni cittadini già un paio di ore prima, intorno alle 17.00. Accanto al frantoio era parcheggiato, come di rito, un camioncino di Totò per la raccolta della sansa proveniente dal processo di lavorazione. Quindi, l’auto dei sicari ha dovuto procedere, dopo l’uccisione, con cautela stante le ridotte dimensioni della carreggiata disponibile. I killer muovendosi dal centro verso il cimitero ad elevata velocità, hanno incrociato, dopo pochi secondi dal delitto, a circa 100 m dal frantoio e poco prima della Piazza San Giuseppe, la pattuglia della Polizia di Bovalino, ‘allertata’ dalle precedenti telefonate. La volante, pur avendo il diritto di precedenza, pur avendo sentito i colpi di fucile, pur avendo notato l’elevata velocità dell’auto che sopraggiungeva, pur in presenza degli occupanti ancora travisati dal passamontagna, si sono scostati, facendoli passare indisturbati. Essendo quella l’unica strada accessibile per la fuga sarebbe bastato piantarsi sulla via per bloccare qualsiasi scappatoia, considerato inoltre che gli agenti erano a bordo di una macchina blindata.
Poi, il resto è diventato solo commento ironico. I killer sono andati verso il cimitero, la Polizia, dopo aver fatto inversione di marcia e dopo un po’ di tempo, è andata a cercarli in direzione di Careri. Quella opposta in pratica. Anche da un punto di vista logico. La strada verso il cimitero porta, senza alcun ostacolo, senza attraversare centri abitati verso Natile e Platì. Viceversa la direzione Careri, costringe ad attraversare tutto l’abitato di Benestare e va verso la Stazione dei Carabinieri di quel paese!
Tutti questi assurdi eventi mi hanno fatto scaturire una serie infinita di domande, di perché, rimasti sempre senza risposta. Per esempio, perché la Polizia è intervenuta con tanto ritardo? Perché scostandosi dalla posizione acquisita casualmente ha fatto passare la macchina dei killer? Perché al di la di ogni ragionevole ipotesi è andata verso Careri e non verso il cimitero secondo la strada seguita dagli assassini? Perché non sono stati istituiti immediatamente dei posti di blocco lungo le due strade carraie che si allontanano dal centro di Benestare verso la periferia Sud, Sud-Est? Perché gli agenti del commissariato, intervenuti in forze dopo il delitto, invece di inseguire gli assassini, si sono attestati intorno al frantoio, alla mia casa e a quella di mio fratello, considerato che subito dopo l’evento, dopo aver tamponato alla meglio le ferite, ho caricato in auto Totò per portarlo all’ospedale di Locri? Perché la polizia non è subito venuta nella zona dove è stata segnalata la presenza di quei due loschi individui e si è fermata all’ex Bar Galletta? Perché? Perché?"

Tu ti poni una serie infinita di perché, ora te ne pongo uno io. Perché Totò è stato ucciso?

"È una domanda alla quale le Istituzioni dovrebbero dare una risposta. Risposta che finora non mi è stata data. Ma nonostante siano trascorsi ben 12 anni, come familiari, ma soprattutto come cittadini di questa sventurata terra, ancora cerchiamo, aspettiamo e pretendiamo. Perché coscienti che il progresso e lo sviluppo del territorio passano, inevitabilmente, dall’acquisizione di un adeguato livello di legalità e di giustizia. Diritti inalienabili, ora come ora però, negate alla numerosa cittadinanza onesta, civile, lavoratrice, che seppur indignata, per la paura non riesce a sfuggire al giogo criminale. Tornando alla domanda, replico analizzando i fatti. Totò era un imprenditore edile di media grandezza, ma comunque uno dei più grandi della zona, che sistematicamente, durante l’autunno e l’inverno si dedicava, per passione, al frantoio oleario. Gli interessi economici in questo settore erano talmente modesti che non ci sarebbe stata, secondo me, alcuna convenienza a cercare ipotetici approcci di illegalità. Considerato poi, che da qualche tempo era preoccupato per la grave malattia della moglie, sono da scartare presunte questioni di natura sessuale. Tutti conoscevano la vita tranquilla che Totò faceva nell’ambito paesano. Resta quindi la pista legata alla sua l’impresa, che ragionevolmente, è quella da cui ha trovato origine la sciagurata determinazione mafiosa. Si, mafiosa, perché Totò svolgeva un’attività importante per tutto il comprensorio. Senza l’avallo del vertice ‘ndranghetista, un cane sciolto non avrebbe potuto compiere una simile azione. Azione fatta con modalità strettamente malavitose. Quasi per dare un segnale a tutte le ditte operanti sul territorio. Circostanza che ha funzionato allora e funziona ancora oggi nell’appalto di ogni opera pubblica. Chi vuol vedere veda. Né, tantomeno, è il caso di nascondersi dietro un dito, come continuano a fare personaggi che gravitano nel mondo della politica locale e delle istituzioni, i quali sostengono e certificano l’assenza della mafia dai cantieri pubblici per l’esistenza della Stazione Unica Appaltante (Sua). Ma scherziamo? Torno all’attività imprenditoriale di Totò. In quel periodo aveva in portafoglio, a parte alcuni piccoli lavori, tre commesse pubbliche di una notevole importanza, anche economica: Poste di Castrovillari, Centro disabili di Condassondolo di Siderno e infine il recupero di edifici pubblici a Careri e Natile. Il primo cantiere, quello di Castrovillari, era praticamente ultimato con un certo appagamento della Stazione Appaltante. I piccoli lavori di completamento sono stati eseguiti e diretti da me personalmente e, durante le visite fatte in quel centro, ho potuto registrare solo apprezzamenti verso Totò. E mai alcuno si è presentato con richieste economiche o di altra natura illecita. Il secondo cantiere, stavolta siamo a Siderno, era stato appena iniziato e, se si esclude una richiesta illegittima, fatta da un tecnico e prontamente rigettata da Totò, non risultano, per quanto di mia conoscenza, richieste estorsive di natura mafiosa. I suddetti lavori, una volta allontanato il professionista parassita, sono proseguiti sotto la mia direzione e controllo senza registrare alcuna pretesa illegale. Il terzo e ultimo cantiere era stato impostato e sviluppato da mio fratello, in modo tale da realizzare i lavori prima a Careri e poi a Natile. Praticamente aveva completato i lavori nel primo paese e ha dato immediatamente inizio ai lavori su Natile. Ma in quel frangente di tempo è avvenuto l’omicidio e la Stazione Appaltante ha sciolto il contratto ed ha affidato i rimanenti lavori ad un’altra ditta. Perché allora è stato ucciso Totò? È la domanda che, ancora, mi pongo anch’io. Chi ha dato ordine per l’uccisione di Totò? Chi ha assentito per l’uccisione di Totò? Chi era il capobastone che ha sottoscritto la condanna? Perché i killer hanno agito con tanta spavalderia, gironzolando per l’intero pomeriggio in paese, come se non avessero timore alcuno? Chi ha coperto i sicari a Benestare? Chi era il capetto mafia locale in quel periodo? Chi erano i mafiosi locali che avevano interessi e che quindi lo frequentavano? In quale anfratto del paese i killer hanno tenuto nascosta l’automobile rubata con targhe rubate e le armi durante i loro primi giri di perlustrazione ? Chi ha tratto vantaggio economico dalla morte di Totò? A queste domande, ancora non sono riuscito ad ottenere risposte.

Tu denunci spesso delle anomalie investigative. Qualche esempio?

"Nelle premesse ho precisato ed ora ribadisco l’espressa ed esclusiva determinazione nel voler ottenere giustizia per l’assassinio di mio fratello. Per una questione di legalità, di libertà, di progresso e di sviluppo del territorio. E, per tentare di fare in modo che quello che ha passato la mia famiglia non lo debba passare nessun altro. Rammentato, ancora una volta, per la sua estrema importanza e non per la necessità di ripetere retoricamente tale concetto, che non ci si può trattenere, purtroppo, dal mettere in evidenza alcune gravi lacune che varie volte, personalmente, in forma orale ed in forma scritta, ho contestato alla Polizia Giudiziaria e alla Procura della Repubblica. Mi chiedi degli esempi, eccone in sintesi alcuni. Innanzitutto non è stata effettuata alcuna perlustrazione del territorio subito dopo il delitto al fine di rintracciare l’auto usata dai killer, trovata poi da un contadino che ha telefonato ai carabinieri. Non si è riusciti a capire dove sia stata custodita l’auto dalla data del delitto alla data del ritrovamento, avvenuto una diecina di giorni dopo a qualche centinaio di metri dal cimitero di Benestare. Inoltre, sono scomparsi alcuni reperti, come per esempio il cappellino con visiera utilizzato da uno dei due killer e il telo da spiaggia adoperato per nascondere il fucile durante i loro svariati giri intorno al frantoio. In aggiunta, non è stato effettuato l’esame del Dna sull’abbondante peluria rivenuta nel passamontagna artigianale che portava uno dei killer: mentre al Nord Italia si effettuano anche esami a tappeto per scovare un colpevole, nella Locride ci si rifiuta di farlo subito, nonostante le sollecitazioni, scritte ed orali del sottoscritto. E come non dire che l’auto dei killer, una volta rinvenuta, è stata custodita in un garage privato, praticamente accessibile a chiunque e con i vetri dei finestrini aperti, compromettendo la possibilità di svolgere accurate indagini scientifiche. Eppure i Carabinieri, con il loro referto e con la relativa documentazione fotografica, hanno consegnato l’auto con i vetri chiusi. Ma non è tutto: i rilievi scientifici sull’auto sono stati effettuati solo 7 anni dopo. E c’è da sottolineare anche che poco dopo il delitto la Procura di Locri ha sottoposto ad indagine, fino a poco tempo fa, tre persone: una di Natile, una di Platì ed una di San Luca, quest’ultima ad oggi latitante. Se è vero, come affermato dalle stesse forze di Polizia, che i suddetti tre ex indagati appartengono ad altrettante potenti famiglie mafiose della zona, non si capisce perché il fascicolo non sia stato trasmesso, per competenza, come ripetutamente ho richiesto, alla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) che, certamente, non avrebbe perseverato nella reiterazione di errori ed omissioni. Altra anomalia: quando è stato effettuato il primo raffronto del Dna ritrovato sui reperti dei killer e gli indagati, tutti di sesso maschile, il Ctu (consulente tecnico d’ufficio) ha sentenziato che il reperto di uno degli indagati, il latitante, apparteneva ad una persona di sesso femminile. Addirittura e assurdamente in fase di ripetizione del raffronto del Dna, sono stati ripetuti platealmente e analogamente gli stessi errori grossolani fatti con la prima Ctu. Infine, assodato che uno dei killer portava un cappellino con un preciso logo pubblicitario, successivamente scomparso dai corpi di reato, nessuno si è preoccupato di indagare sull’intestatario di una tesserina di punti rilasciati da una catena di servizio di carburante. Perché tutto questo? Chi si è arrabbiato, indignato, civilmente incavolato per questa sfilza infinita di assurdità prima logiche e poi investigative?".

Perché, secondo te, i killer e i mandanti non sono mai stati trovati?

In gravissimi fatti mafiosi, come quello che ha colpito la nostra famiglia, è necessario, per individuare i killer ed i mandanti che si verifichi almeno una delle tre ipotesi che seguono. La prima, è che la Polizia Giudiziaria sia all’altezza della situazione dal punto di vista della professionalità. Quindi inquirenti che esaminino attentamente i fatti, che indaghino le circostanze sospette, che propongano iniziative alla Procura della Repubblica di competenza. Con estrema tristezza, devo riconoscere che la Pg incaricata non è stata all’altezza della circostanza. Mi è oscuro il motivo della suddetta inefficienza. Eppure, se è vero come unanimemente riconosciuto, che il vertice della mafia calabrese è nella Locride, non si capisce perché lo Stato, in questa zona, non impegna le migliori intelligenze investigative. La seconda ipotesi, è che sia la Magistratura, da un punto di vista professionale, all’altezza della situazione. Ho ascoltato tanta gente civile ed onesta dal delitto di Totò, ma nessuno, mai, finora, ha esposto un concetto di sufficienza sul loro operato. Terza ed ultima ipotesi, è che qualcuno di quelli che sanno (almeno dodici persone dalle mie indagini) parlasse confessando il delitto al fine di liberarsi la coscienza. Ma, se è vero come sembra essere vero, che il delitto èstato pianificato dai vertici delle consorterie mafiose della zona, la possibilità di vedersi realizzata una simile ipotesi è rimandata alle calende greche. Bisognerebbe aspettare, eventualmente, un decadimento o un annullamento della potenza mafiosa di coloro che hanno organizzato il delitto. Ora come ora non mi sembra che ci sia stato alcun annientamento delle famiglie mafiose operanti sul territorio.Tale ipotesi richiede, forse, tempi biblici e pazienza cinese, per aspettare, con calma, in riva al fiume, per vedere il passaggio del cadavere degli assassini.

Tu però non ti sei arreso…

"Non solo non mi sono arreso, ma non mi arrenderò fintanto che non saranno assicurati alla legge i killer ed i mandanti di mio fratello. E questo atteggiamento, questa determinazione, l’ho fatta conoscere, da allora, ininterrottamente, a tutti coloro che a vario titolo hanno interagito con le indagini ed a quelli che, come me, hanno sete di giustizia. Per Totò, per se stessi e per tutta la Calabria".

Ti senti deluso dallo Stato?

"Lo Stato siamo tutti noi che ne facciamo parte. In quanto tale non è oggettivamente responsabile. Se, invece, come Stato intendiamo le persone che a vario titolo hanno rappresentato e rappresentano le istituzioni, delle quali sono un profondo e sincero sostenitore, l’argomento è totalmente diverso.Sì, sono deluso per la mancata efficienza, per la mancata volontà politica di porre rimedio ad un problema incancrenito nel tessuto sociale. La mafia è penetrata nei gangli del potere istituzionale senza che nessuno facesse niente. Senza che nessuno impugnasse il bisturi al fine di estirpare il cancro che sta necrotizzando compiutamente i tessuti vitali calabresi.
Quanta rettitudine imperversa. Quanti errori ed omissioni coprono colpa e dolo che nessuno ha interesse a portare alla luce? La mafia, come evidenziato da recenti indagini investigative, è molto capace, con la corruzione, a permeare ogni piccolo anfratto istituzionale. Tra la più totale indifferenza di chi di dovere".

Che differenza c’è tra la Locride del 1999 e quella attuale?

"Mi piacerebbe dire il contrario, ma nella Locride, da quel lontano ma vicinissimo 31 ottobre 1999, ad oggi, sostanzialmente, non è cambiato nulla. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Solo i romantici ed i ciechi possono ipotizzare il contrario. Nella Locride si è senza futuro. Ma per uscire dal buio è necessario che il cittadino si ponga dei punti di domanda. Solo così può ipotizzare di passare ai punti esclamativi, come ben noto derivanti da un ‘evviva’, corrispondente alla parola latina ‘Io’, e da qui, con gli amanuensi, al ! (evviva appunto). Con questa nota mi auguro che qualcuno, oltre a me, si ponga alla propria coscienza un punto di domanda: perché? Perché?
Tutto questo lamento perché mai a nessun altro essere umano debbano essere rubati i sogni, come a Totò".

Cos’è per te la ‘ndrangheta?

"È un potere occulto che infiltrandosi, illegalmente, fraudolentemente, illecitamente, nei gangli delle istituzioni e della società civile cerca di controllare il potere economico, politico e sociale di un territorio. Togliendo alla gente il bene più grande di cui ogni essere umano dovrebbe godere, in ogni parte del mondo: la libertà. Si, perché dove la mafia impera non c’è libertà per i cittadini. Che, ribadisco, seppur indignati non possono da soli liberarsi dal giogo del malaffare mafioso. Ma, nonostante tutto, è necessario guardare al futuro con ottimismo: solo per il futuro remoto, perché per quello prossimo, non c’è speranza".