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Il corteo attraversa Reggio. L’Italia sfila contro l’altro Stato

REGGIO CALABRIA – Giovani in prima fila,
spontanei nella protesta, stanchi e un po’ stufi di essere considerati
disimpegnati, un po’ sognatori e comunque battaglieri nell’ invocare uno Stato
più presente, nel chiedere il ripristino di quelle libertà democratiche rubate
dalle cosche mafiose. Giovani arrivati da tutti Italia, dalla tranquilla Pisa
all’ afflitta Gela, giovani che agitano bandiere di speranza e mostrano
striscioni anticosche. Sono loro l’anima della marcia per la pace contro la
mafia che domenica si è svolta dal piazzale della Omeca, un’ industria di
materiale rotabile all’avanguardia in Europa messa in ginocchio dalla mancanza
cronica di commesse, attraverso il centro della città in festa, fino a lambire
il quartiere Archi, emblema di degrado e di violenza, dove il silenzio della
controra ha accolto i circa 30 mila che hanno manifestato sotto il sole di
tarda estate. Un’esperienza straordinaria, un segno di civiltà, definisce
adesso la marcia il comitato organizzatore, promossa dalle Acli e dall’Arci,
di cui facevano parte ben 17 sigle, associazioni di volontariato laiche e
cattoliche, ambientalisti, pacifisti, scouts, organizzazioni sportive (un
gruppo di pattinatori in divisa: 40 ragazzi e ragazze di un’associazione di
Reggio, hanno pattinato per i 7 chilometri del tragitto portando un grande
striscione "Lo sport contro la mafia"), associazioni religiose,
chiese e sindacati. Una straordinaria esperienza per la gente di Calabria che
ha offerto al paese intero un segnale importante: quello che Reggio, le aree
mafiose della Calabria, Palermo, Gela, Capo d’Orlando, la Sicilia e il
Mezzogiorno oppressi della presenza mafiosa, hanno voglia di scrollarsi di
dosso il fiato dei clan, hanno speranza in un’azione nazionale che riesca a
ridare tranquillità e sicurezza alla gente. Al coordinamento delle associazioni
di Reggio che ha preparato la manifestazione assieme ai "marciatori
storici" della Perugia- Assisi, sono soddisfatti soprattutto per la
massiccia partecipazione della città. Reggio infatti ha marciato, i giovani di
Reggio stavano accanto ai giovani di tutta Italia, la gente di Reggio faceva
ala al passaggio del lunghissimo serpentone variopinto, altre persone stavano
sui balconi come a settembre, nelle "feste di Madonna", a testimoniare
una solidarietà con chi stava laggiù per strada. "E’ un segnale di grande
speranza", afferma il presidente delle Acli Giovanni Bianchi. E Achille
Occhetto, l’unico segretario nazionale di partito presente alla marcia, il
quale ha sfilato con un fazzoletto da scout al collo che gli era stato donato
da una ragazza di Reggio, a qualcuno che gli chiedeva se non si sentisse solo
ha risposto con una battuta tagliente: "Mi sentirei solo se fossi qui con
Forlani e senza questi giovani". Spiegando poi che "una parte dello
Stato è dentro il perverso fenomeno mafioso", che il Pds "è d’accordo quando i Comuni inquinati vengono commissariati, ma che non bisogna
fermarsi ai piccoli: bisogna commissariare Palermo e Reggio Calabria, e pezzi
importanti dello Stato". I commenti sono unanimi: si è trattato di una
trasfusione di fiducia. L’importante adesso è non fermarsi. I cortei, è stato
sottolineato, non hanno evitato mai le guerre, ma hanno contribuito a
ricostruire la pace. "E questo corteo", ha detto Carmine Mancuso, in
rappresentanza della Rete, "è stato entusiasmante: la gente che marciava
era gente convinta, era gente che faceva nomi…". E’ stata dunque
"una sfida importante: quella dell’impegno personale di ciascuno, al suo
livello di responsabilità, e della richiesta pressante perché le istituzioni
compiano fino in fondo il loro dovere, nella trasparenza e per lo sviluppo del
territorio rispettoso delle risorse ambientali e umane della nostra
terra", ha sottolineato infine il comitato organizzatore. Ad Archi comunque
c’era una sorta di coprifuoco. Molte donne del quartiere, "quelle della
chiesa", come qualcuno le ha definite, erano in testa ai manifestanti, un
po’ più avanti degli scout della Locride. La loro è stata una testimonianza
sofferta, forse non senza pericoli. Ma don Demetrio Laganà, parroco di Santo
Stefano da Nicea, ha fatto suonare le campane a festa.