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La cosca De Stefano, dall’ascesa alla caduta

I De Stefano, il temibile clan degli ”arcoti”, così definiti perché residenti nella frazione Archi di Reggio Calabria, nell’immediata periferia nord della città, assurgono ai vertici della ‘ndrangheta reggina nei primissimi anni ’70.

Il loro ruolo fu ben evidenziato nelle richieste di custodia cautelare per l’operazione Olimpia, risalente al 1995, dai magistrati della Procura distrettuale reggina Salvo Boemi, Roberto Pennisi, Francesco Mollace, Giuseppe Verzera e Alberto Cisterna. Inquirenti ed investigatori hanno sempre avuto ben presente la capacità dei De Stefano di infiltrare i pubblici poteri e di tessere importanti relazioni con il mondo della politica e dei poteri occulti, in particolare con l’estremismo nero e logge massoniche deviate.

Fu proprio all’inizio degli anni 70, quando si ribellano ai potentati tradizionali della ‘ndrangheta, ed in particolare al vecchio boss Domenico ”Mico” Tripodo, eliminato nel carcere di Poggioreale su loro ordine da un gruppetto di detenuti napoletani legati al boss della camorra Raffaele Cutolo, che Giorgio, Paolo e Giovanni De Stefano assumono il comando pieno di ogni attività illecita nel reggino: dalla droga, al traffico d’armi, al controllo alle estorsioni e ad una intensa attività immobiliare.

La ribellione dei De Stefano ha una prima conseguenza nel 1974, quando Giorgio, Giovanni e Paolo De Stefano vengono sorpresi da un commando di killer spediti dagli eredi di ”Mico” Tripodo all’interno del ”Roof Garden”, un bar di Reggio Calabria ubicato sul lungomare cittadino. Nella sparatoria muore Giovanni De Stefano e resta gravemente ferito Giorgio De Stefano, il maggiore dei fratelli, ritenuto dagli inquirenti la ”mente” del sodalizio criminale. I De Stefano, però, non si lasciano intimorire ed aumentano la loro potenza economica e, di pari passo, il loro prestigio sociale.

Nella seconda metà degli anni 70 puntano l’attenzione sui lavori miliardari per il raddoppio della linea ferroviaria Villa San Giovanni-Reggio Calabria, nei cui cantieri impongono i loro mezzi ed i loro uomini. Successivamente si infittiscono i rapporti con personaggi della politica come Lodovico Ligato, ex presidente delle Ferrovie dello Stato, assassinato il 27 agosto del 1989 a Bocale, nella sua villetta al mare. Il capo della cosca, Giorgio De Stefano, in quel periodo è ormai un leader riconosciuto della ‘ndrangheta a livello mondiale: è in buoni rapporti con Cosa nostra ed in stretta amicizia con Nitto Santapaola, boss della cupola catanese.

La sua potenza, ad un certo punto, comincia però a preoccupare il sistema dei poteri, occulti e palesi, che convive e si serve della ‘ndrangheta. E così nel novembre del 1977, nei boschi di Santo Stefano d’Aspromonte, Giorgio De Stefano, mentre è all’apice della sua potenza criminale, viene assassinato con un colpo di fucile caricato a pallini, sparatogli alle spalle da un pregiudicato di scarso spessore, Giuseppe Suraci. In occasione dell’agguato sparisce anche un borsellino, pieno di appunti e di riferimenti telefonici, da cui il boss non si separava mai. L’eliminazione di Giorgio De Stefano, decisa dagli esponenti delle ‘ndrine della piana di Gioia Tauro e di San Luca, produce pesanti conseguenze nelle strategie della cosca dominante a Reggio Calabria.

Il 10 ottobre del 1985 la cosca De Stefano subisce un’altro durissimo colpo con l’uccisione di Paolo De Stefano, che aveva ereditato dal fratello Giorgio la guida della cosca. A decidere l’omicidio è un gruppo di ”secessionisti” della cosca capeggiati dal boss latitante Pasquale Condello, di 54 anni, un tempo fedelissimo dei De Stefano. Si scatena così una pesantissima guerra di mafia che per oltre sei anni insanguina Reggio e la provincia, con oltre settecento morti. I De Stefano, spalleggiati dai Libri e dai Latella, loro alleati storici, difendono il loro potere dall’assalto dei gruppi Condello-Serraino-Imerti-Rosmini, il cartello ”secessionista”, in un susseguirsi quotidiano di conflitti a fuoco e autobombe.

Con l’inizio degli anni ’90, i due gruppi contrapposti, scompaginati dai colpi inferti dagli investigatori e dalle testimonianze di molti pentiti, trovano una ”mediazione” per spartirsi i proventi degli affari illeciti senza spargere altro sangue. Per il raggiungimento dell’accordo un ruolo attivo viene svolto anche da Salvatore Riina, giunto in Calabria vestito da prete ed ospitato ad Africo dal boss Giuseppe Morabito. Le cosche della ‘ndrangheta pagano un prezzo a Cosa nostra per la sua mediazione incaricandosi di eseguire l’omicidio di Antonino Scopelliti, il sostituto procuratore generale della Cassazione ucciso a Campo Calabro il 9 agosto del 1992. L’assassinio viene compiuto proprio su mandato dei boss di Cosa nostra imputati nel processo pendente in Cassazione in cui Antonino Scopelliti sosteneva la pubblica accusa.