Cloe, la mafia detta legge sulle nostre tavole
(Adnkronos) – «La mafia detta legge sulle
nostre tavole, è il convitato di pietra alla nostra mensa». Ad affermarlo è il
presidente della Fondazione Cloe Marco Minniti alla presentazione del primo “Rapporto
sulla legalità e sulla sicurezza in Agricoltura nell’era della globalizzazione”,
realizzato dalla stessa Fondazione. «Il fenomeno criminale in agricoltura
-spiega Minniti- sembra rappresentare la metafora più efficace del dispiegarsi
della vocazione totalitaria di ‘ndrangheta, mafia e camorra ai danni del nostro
Paese e il settore primario viene a configurarsi come luogo spaziale ed
economico dove è meglio riuscita l’applicazione di una strategia criminale
diretta a pervadere progressivamente la quotidianità di intere comunità del
territorio nazionale». E quindi, osserva ancora il presidente della Fondazione,
le organizzazioni criminali «traggono ingenti profitti speculando anche sui
bisogni primari, ossia quelli legati all’alimentazione degli individui e alla
produzione agroalimentare». Secondo quanto spiega ancora Minniti, sulla base
della ricerca, «la mafia arriva anche ad imporre gusti e scelte ai consumatori»
e cita l’esempio degli affari conclusi nell’Europa dell’Est da alcuni boss
mafiosi in base ai quali sono riusciti a imporre in Italia alcune varietà di
uva coltivate nell’Est europeo e che oggi sono tra le più diffuse in Sicilia e
Puglia. La mafia «tende a monopolizzare, soprattutto determinati contesti
socio-territoriali -continua il presidente della Fondazione Cloe- il mercato
alimentare fissando i prezzi e le quantità, compromette l’integrità e la
salubrità del territorio per i suoi fini illeciti ed è responsbaile di
adulterazioni e sofisticazioni alimentari, dei traffici di carne macellati
clandestinamente mettendo a rischio l’incolumità dei consumatori». Ma quello
che è più pericoloso secondo Minniti è che a volte «il confine tra legale e
illegale è indistinto e ambiguo: si sono verificati casi in cui anche grosse
catene distributive e titolari di marchi noti hanno operato sotto il controllo
di organizzazioni mafiose attraverso l’uso di prestanome e la copertura di
insospettabili imprenditori». Ma non solo, il controllo della distribuzione,
secondo quanto emerge dal Rapporto presentato oggi, «avviene sia attraverso la
richiesta del pizzo, sia imponendo alle imprese commerciali la vendita e la
collocazione sugli scaffali di determinati prodotti oppure l’assunzione di
manodopera. Inoltre, quando l’attività di impresa entra in crisi scattano
modalità usurarie attraverso le quali i criminali assumono il controllo se non
la proprietà dell’attività di impresa: in questa maniera, un gran numero di
imprese legali finisce nell’orbita delle organizzazioni delinquenziali, a
scapito del mercato e delle aziende che operano in condizioni di legalità»,
conclude Marco Minniti. (Arm/Col/Adnkronos) 29-OTT-08 10:59






